Il rebus petrolio (corriere.it)

di Federico Fubini

Se Donald Trump ha deciso di attaccare l’Iran, 
è perché pensa che l’impatto sui mercati 
dell’energia sia controllabile. 

Pensa che il mondo e soprattutto gli elettori destinati a votare per il Congresso a novembre non rischino nuovi choc sui prezzi.

È sicuro che l’economia sia al riparo da un’altra ondata di inflazione, per una ragione su tutte: gli Stati Uniti sono vicini all’obiettivo molto trumpiano della «energy dominance», il dominio sul mercato delle fonti fossili.

M a che succede se invece Trump si sbaglia?

Qualche fatto aiuta a capire perché da questa domanda dipende il futuro politico del presidente e quello economico dell’Europa, Italia inclusa. Da ieri pomeriggio dallo stretto di Hormuz — fra l’Iran a Nord e gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman a Sud — non stanno passando più navi piene di gas e petrolio; viaggiano solo quelle senza cargo.

Da Hormuz l’anno scorso è passato circa il 20% del consumo mondiale di greggio, condensato e prodotti raffinati, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia: gran parte dell’export dell’Arabia Saudita e tutto quello di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Iraq e dello stesso Iran. Da lì passa anche circa il 20% della produzione mondiale di gas naturale liquefatto (soprattutto del Qatar e in piccola parte dell’Iran), che arriva anche in Europa; e non tutti i Paesi oggi hanno scorte di metano relativamente elevate come l’Italia.

Che Hormuz da ieri sia semichiuso lo dice la logica di mercato, perché nessun armatore, assicuratore o trader oggi ha fretta di entrare nello stretto mentre volano missili e droni. Lo dicono però anche le Guardia rivoluzionarie di Teheran, annunciando che nessuna nave «è autorizzata».

Gli effetti, ovviamente, restano da vedere. Il peso dei produttori coinvolti suggerisce che una paralisi di Hormuz può far esplodere i prezzi dell’energia e provocare un nuovo choc delle quotazioni, dopo quello innescato dall’aggressione russa all’Ucraina nel 2022. La storia dei conflitti nel Medio Oriente suggerisce invece qualcosa di diverso, perché i tentativi di bloccare Hormuz non sono mai durati molto o non sono mai andati davvero oltre proclami come quello di ieri.

Ma il regime di Teheran non si era mai trovato prima di fronte alla minaccia espressa ieri da Trump: contro chi punta apertamente alla fine del sistema e alla morte dei suoi capi, per questi ultimi cercare la de-escalation non è più ragionevole; lo diventa invece cercare di infliggere il massimo costo a tutta l’area, all’economia mondiale e soprattutto alla credibilità dell’uomo della Casa Bianca.

Di fronte a queste realtà va misurata la fiducia degli americani di riportare il mercato del petrolio (e del gas) sotto controllo in tempi brevi. Le ragioni dell’ottimismo di Trump, del resto, sono diventate visibili negli ultimi mesi. Non solo l’Opec collabora, continuando ad aumentare i barili messi sul mercato a partire da oggi stesso (anche se in gran parte essi devono sempre passare da Hormuz).

La Casa Bianca si è soprattutto convinta di essere vicina all’«energy dominance» che il presidente ha sempre voluto. Oggi la produzione americana di greggio è di gran lunga la più vasta al mondo: circa venti milioni di barili di greggio, quando si include il condensato, dunque una quota che si avvicina al 20% dell’offerta mondiale. Gli americani contano di non dover dipendere più dal petrolio del Golfo come negli anni Settanta. Al contrario vogliono rendere dipendenti da sé gli altri, a partire dall’Europa.

Solo negli ultimi anni la produzione nazionale statunitense è raddoppiata, quella di gas naturale liquefatto ha raggiunto un quarto dell’offerta mondiale (ma un quinto è del Qatar) e tutto ciò rende la Casa Bianca più incline a prendere rischi militari.

Anche altre ragioni fanno credere a Trump di essere più forte delle scosse sismiche che possono irradiarsi dal Golfo sull’economia mondiale. La più importante è che pensa di risolvere la pratica rapidamente, semplicemente perché le altre scommesse gli sono andate bene. In giugno la guerra dei dodici giorni di Israele contro l’Iran, chiusa da un bombardamento americano sulle centrali nucleari, non ha destabilizzato i listini.

Neanche l’intervento in Venezuela l’ha fatto. E le più dure fasi recenti in Medio Oriente hanno prodotto solo effetti limitati sui prezzi: dall’aggressione di Hamas del 7 ottobre 2023, alla successiva reazione di Israele, fino agli attacchi di Israele contro Hezbollah in Libano e all’Iran stesso.

Inoltre grazie alla diffusione delle sue auto elettriche la Cina stessa ormai consuma sempre meno petrolio: già mezzo milione di barili in meno nel 2025 (a 10,6 milioni) rispetto al 2023. Di questo passo in pochi anni la Repubblica popolare, oggi primo cliente di Teheran, potrà fare a meno del greggio iraniano.

Infine ci sono i magazzini: gli Stati Uniti hanno appena riaccumulato vaste riserve strategiche a cui sono pronti a attingere per compensare gli choc. Anche per questo il prezzo del barile era sì salito negli ultimi giorni con il rafforzarsi dei venti di guerra ma, a 72 dollari per barile di Brent, venerdì viaggiava pur sempre appena ai livelli di un anno fa.

Tutte valutazioni che rassicurano, ma possono instillare un eccesso di fiducia. Alla Casa Bianca, il confine fra sicurezza di sé e accecamento non era mai stato così labile. L’Iran continua ad avere una grande capacità di destabilizzare, non solo a causa del suo regime ma anche di un eventuale crollo di quest’ultimo. Che accadrebbe se gli ayatollah chiedessero agli Houthi dello Yemen, loro vassalli, di colpire le raffinerie saudite come già accaduto in passato? E se l’Iran stesso con i suoi 93 milioni di abitanti sprofonda nel caos, pieno com’è di armi, etnie e tribù diverse?

Se questa guerra si protrae, Trump dovrà rifare i suoi conti. Intanto però qualcuno che lui conosce bene tira già un sospiro di sollievo: il recente calo dei prezzi, unito alle sanzioni, aveva portato le entrate da petrolio di Vladimir Putin sotto ai livelli di guardia. La sostenibilità dell’aggressione all’Ucraina era sempre più in dubbio.

Ora l’attacco di Trump all’Iran può ridare mezzi alla guerra del Cremlino; ma è solo uno di quegli effetti collaterali che l’amministrazione americana accoglierà con la sua proverbiale sventatezza.

La tecnocrazia americana, l’estrema destra e la battaglia per il futuro dell’Europa (valigiablu.it)

di 

Complotti

La pubblicazione, nel 2025-2026, di gran parte dei cosiddetti Epstein files ha rivelato l’esistenza di una rete mondiale di personalità del mondo politico, finanziario, accademico e di altro tipo che hanno avuto contatti con Jeffrey Epstein per un motivo o per l’altro.

Sebbene molti nomi di persone in contatto con Epstein sembrino essere stati redatti nei file, alcuni di coloro che sono stati citati hanno già subito danni alla reputazione e un intenso scrutinio da parte dei media. In alcuni casi hanno dovuto affrontare cause civili o indagini ufficiali.

Non tutti gli scandali erano legati ai crimini a sfondo sessuale di Epstein. Alcuni erano basati semplicemente sul fatto di essere stati in contatto con lui dopo la sua prima condanna. Questo è stato il caso, ad esempio, di Børge Brende, un politico norvegese che ha dovuto affrontare una forte pressione per i contatti emersi nei file pubblicati e, di conseguenza, ha dovuto dimettersi dalla carica di presidente del World Economic Forum, comunemente noto come Forum di Davos.

Ma molti altri casi sono molto più gravi. Nel Regno Unito, la polizia ha avviato un’inchiesta penale sull’ex politico laburista Peter Mandelson – in seguito arrestandolo – per presunte fughe di informazioni governative sensibili a Epstein mentre era in carica. In Norvegia, l’unità che investiga sui crimini dei colletti bianchi ha accusato Thorbjørn Jagland di corruzione sulla base delle informazioni contenute nei file resi pubblici, relativi al periodo in cui ha ricoperto la carica di presidente del Comitato norvegese per il Nobel e di Segretario generale del Consiglio d’Europa.

Gli Epstein files hanno anche rivelato un fenomeno che non era ancora pienamente sviluppato al momento in cui Epstein era in grado di comunicare con i suoi corrispondenti: è stato arrestato nel 2019 e, poco dopo, è stato trovato morto nella sua cella in circostanze sospette. Questo fenomeno riguarda la cooperazione tra americani in posizioni di potere e l’estrema destra europea.

Gran parte di ciò che sappiamo su questo fenomeno dai file resi pubblici riguarda Steve Bannon, stratega politico di estrema destra e fondatore del sito Breitbart. Bannon era in contatto con Epstein soprattutto dopo la sua partenza dalla Casa Bianca, dove ha ricoperto il ruolo di capo stratega e consigliere senior del presidente Donald Trump fino all’agosto 2017.

In totale, Epstein e Bannon si sono scambiati 1974 e-mail tra il 2017 e il 2019. Bannon ha fornito consulenze a Epstein su strategia mediatica e reputazionale e, in particolare nel 2018, i due hanno discusso degli sforzi di Bannon per promuovere un’ampia rete politica di estrema destra europea.

Bannon ha viaggiato molto in Europa nel 2018, cercando di costruire relazioni con i principali partiti populisti di estrema destra del continente. Nel marzo dello stesso anno si è persino vantato con Epstein di essere un “consulente” del Fronte Nazionale in Francia (ora noto come Rassemblement National), della Lega in Italia, di Alternative für Deutschland (AfD) in Germania, dell’Unione Democratica di Centro in Svizzera, di Fidesz in Ungheria e del Brexit Party di Nigel Farage (ora noto come Reform UK).

(Steve Bannon – a sinistra, Matteo Salvini – al centro, leader della Lega, e il politico belga di estrema destra Mischaël Modrikamen)

Le parole di Bannon sembrano poco più che spacconate, dette probabilmente per impressionare Epstein per qualche motivo. Oggi sappiamo che le sue iniziative in Europa hanno portato a poche relazioni efficaci, se non nessuna, quindi la sua spavalderia è più utile a capire il suo carattere che la sua effettiva rilevanza politica.

È interessante che alcuni degli sforzi di Bannon per promuovere alleanze tra la destra e l’estrema destra in Europa siano stati sostenuti da politici provenienti da ambienti politici di centro-sinistra. È il caso, ad esempio, di Terje Rød-Larsen, un importante politico norvegese del Partito Laburista socialdemocratico ed ex ministro dell’Amministrazione e della Pianificazione nel governo Jagland.

Durante i tour europei di Bannon nell’estrema destra, Rød-Larsen era presidente dell’International Peace Institute, un think tank che si occupa di multilateralismo, prevenzione dei conflitti e costruzione della pace. Secondo i file di Epstein, Rød-Larsen suggerì a Bannon di incontrare Sylvi Listhaug, una politica norvegese di spicco del Partito del Progresso, lasciando intendere che lei potesse essere interessata alla rete internazionale di estrema destra di Bannon. A suo merito, non lo era.

Un altro caso è quello di Miroslav Lajčák, un politico slovacco associato al partito di centro-sinistra Smer. Ha conosciuto Epstein nel 2017, dopo che Lajčák, allora ministro degli Esteri della Slovacchia, ha assunto la presidenza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Attraverso Epstein, Lajčák ha conosciuto Bannon e gli ha consigliato di stabilire contatti con il fondatore e leader di Smer, Robert Fico, che, secondo quanto apparentemente credeva Lajčák, avrebbe potuto essere interessato ai progetti di estrema destra di Bannon.

Non ci sono informazioni che Fico abbia incontrato Bannon, ma Fico ha partecipato alla Conservative Political Action Conference (CPAC) a Washingto, DC, nel febbraio 2025. Il “socialdemocratico” Fico ha tenuto un discorso al CPAC 2025, evento legato al movimento MAGA, proprio il giorno dopo che Bannon aveva fatto il saluto nazista durante il suo discorso alla stessa conferenza.

(Miroslav Lajčák – a sinistra e Jeffrey Epstein – a destra)

Il CPAC 2025 ha illustrato lo sviluppo di una tendenza che gli Epstein files hanno colto solo in una fase embrionale, ovvero il coinvolgimento e l’interazione tra figure politiche statunitensi di alto profilo e rappresentanti dell’estrema destra europea. Con in testa il presidente Trump, appena rieletto, e il suo vice JD Vance, la CPAC 2025 ha visto la partecipazione, oltre a Fico, di diversi politici europei provenienti da partiti di destra e di estrema destra in Ungheria, Italia, Macedonia del Nord, Polonia, Spagna e Regno Unito.

Questo coinvolgimento è stato seguito dal contatto del Dipartimento di Stato americano con i rappresentanti dei partiti di estrema destra in Francia, Germania e altri paesi europei e, in una certa misura, ha raggiunto il suo apice quando la Casa Bianca ha pubblicato, il 5 dicembre 2025, la nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, che, in particolare, ha accolto con favore “la crescente influenza dei partiti patriottici [leggi: di estrema destra] europei”. L’appoggio di Trump al leader dell’estrema destra ungherese Viktor Orbán in vista delle elezioni parlamentari dell’aprile 2026 rientra nella stessa tendenza.

(Sarah Rogers, sottosegretario di Stato americano per la diplomazia pubblica e gli affari pubblici – a sinistra), e Markus Frohnmaier, politico tedesco di estrema destra dell’Alternativa per la Germania – a destra. Foto: Markus Frohnmaier)

Esiste una visibile sovrapposizione ideologica tra il movimento MAGA, che ha largamente conquistato il Partito Repubblicano statunitense, e l’estrema destra europea. Tuttavia, nelle sue relazioni con le forze politiche di destra in Europa, l’amministrazione presidenziale statunitense può apparire meno come un attore a sé stante e più come l’infrastruttura abilitante di un nuovo tipo di potere statunitense, ovvero la tecnocrazia americana.

Negli ultimi anni, le élite delle grandi aziende tecnologiche della Silicon Valley hanno accumulato un’influenza politica, finanziaria, sociale e tecnologica paragonabile a quella degli Stati sovrani. Attraverso il finanziamento di campagne politiche, un’ampia attività di lobbying, partnership pubblico-private e reti personali di alto livello, questi tecnocrati sono ora in grado di esercitare il loro potere non elettivo attraverso quella che equivale ad almeno una forma parziale di cattura dello Stato.

Gli Epstein files offrono uno spaccato suggestivo del motivo per cui i tecnocrati statunitensi potrebbero essere interessati alla crescente influenza dell’estrema destra in Europa.

Nel giugno 2016, in una corrispondenza con Peter Thiel, Epstein descriveva la Brexit come “solo l’inizio [del] ritorno al tribalismo”, “una contromisura alla globalizzazione” e foriero di “nuove alleanze sorprendenti”. In particolare, ha inquadrato il referendum sull’uscita del Regno Unito dall’UE non solo come un evento politico, ma anche come uno sviluppo macrofinanziario che poteva generare opportunità redditizie per attori come lui e Thiel.

Inoltre, nel 2018, vantandosi dei suoi contatti con l’estrema destra europea, Bannon ha suggerito a Epstein che una forte presenza dell’estrema destra nel Parlamento europeo dopo le elezioni europee del 2019 avrebbe potuto “bloccare qualsiasi legislazione sulle criptovalute o qualsiasi altra cosa volessimo”, riferendosi molto probabilmente agli sforzi per impedire una più stretta supervisione dell’UE sulle criptovalute in settori quali la trasparenza finanziaria e la vigilanza dei mercati.

Questi episodi suggeriscono che l’attuale tecnocrazia americana potrebbe considerare l’estrema destra europea non solo come un alleato ideologico, ma anche – e forse soprattutto – come una forza in grado di intensificare la frammentazione politica all’interno dell’UE per ostacolare la regolamentazione nei settori finanziario e digitale, regolamentazioni che, a causa del cosiddetto effetto Bruxelles, tendono a diffondersi ben oltre i confini dell’UE.

Se tali sviluppi indeboliscono la capacità normativa dell’Unione, potrebbero creare condizioni più favorevoli all’influenza oligarchica americana e, nel tempo, consentire forme di cattura dello Stato in Europa simili alle dinamiche già osservate negli Stati Uniti.

Il duplice approccio dell’oligarchia tecnologica americana, che si allinea ideologicamente con l’estrema destra europea e allo stesso tempo attacca le normative tecnologiche e finanziarie dell’UE, è diventato ancora più marcato dopo la rielezione di Trump.

Elon Musk, fondatore di diverse aziende tecnologiche, ha ripetutamente sostenuto il partito di estrema destra AfD nella corsa alle elezioni federali tedesche del 2025. Allo stesso tempo, ha criticato aspramente le normative dell’UE come il Digital Services Act, che mira a rafforzare i diritti fondamentali online, aumentare il controllo degli utenti e ridurre l’esposizione a contenuti illegali e dannosi.

Musk ha persino chiesto lo smantellamento dell’UE in relazione alla controversia sorta tra la Commissione europea e la sua piattaforma di social media X: “L’UE dovrebbe essere abolita e la sovranità restituita ai singoli paesi, in modo che i governi possano rappresentare meglio i loro cittadini”. Non è difficile dedurre dai suoi post, che fanno eco alla retorica “sovranista”, come Musk vede in partiti come l’AfD l’opportunità di indebolire l’UE e quindi di minare la regolamentazione europea in ambito tecnologico.

Anche Peter Thiel ha partecipato a forum transatlantici di destra in cui si riuniscono figure conservatrici e nazionaliste europee, tenendo anche una conferenza esclusiva in occasione di un festival organizzato dal Mathias Corvinus Collegium, strettamente legato al partito di Orbán, Fidesz.

Se da un lato le sue critiche alla democrazia liberale e al presunto declino della civiltà occidentale trovano eco nella retorica dell’estrema destra europea, dall’altro Thiel ha anche attaccato la regolamentazione tecnologica dell’UE. Thiel è arrivato persino a ricorrere alla terminologia cristiana per identificare le proposte di regolamentazione del settore dell’intelligenza artificiale con la figura dell’Anticristo.

A questo proposito, uno dei principali scontri interoccidentali odierni è quello tra la tecnocrazia americana e l’UE, con la prima che coinvolge l’estrema destra europea – direttamente o attraverso le istituzioni statali statunitensi – per indebolire l’Europa unita, frammentarla e rendere le singole nazioni europee più suscettibili alla conquista da parte di Stati stranieri.

È inquietante che gli obiettivi della tecnocrazia americana nei confronti dell’UE siano strettamente allineati con quelli del regime di Putin in Russia, che cerca di minare l’unità europea nel perseguimento del revisionismo geopolitico e spesso si affida alle forze di estrema destra europee per promuovere tale obiettivo.

La minaccia che la tecnocrazia americana rappresenta per la democrazia liberale in Europa attraverso i populisti di destra radicale è più sottile del coinvolgimento aperto di Mosca o Washington con loro. Mentre i legami visibili con il Cremlino o persino con la Casa Bianca possono rivelarsi politicamente tossici per molte forze di estrema destra europee, l’associazione con attori tecnocratici è spesso percepita come meno coinvolta nelle rivalità interstatali e quindi meno soggetta allo scetticismo dell’opinione pubblica nei confronti degli Stati Uniti, che rimane forte in alcune parti d’Europa.

Allo stesso tempo, le élite delle Big Tech possono dispiegare il loro potere finanziario, tecnologico e comunicativo a sostegno dell’estrema destra europea in modi meno visibili, più difficili da tracciare e potenzialmente più efficaci dell’influenza esercitata dai governi stranieri.

Sarebbe un errore trattare l’estrema destra europea come un cavallo di Troia senza voce per forze non europee maligne: la storia ha dimostrato che non tutti i movimenti populisti di destra in Europa sono disposti a servire agende straniere ostili.

Allo stesso tempo, la stessa storia ha dimostrato che alcuni rappresentanti delle élite europee mainstream possono essere non meno dannosi per l’integrità democratica delle istituzioni e delle organizzazioni europee dell’euroscetticismo aperto dell’estrema destra. La sfida, quindi, non è limitata a un campo o all’altro, ma riguarda la resilienza del progetto europeo stesso.

In un mondo caratterizzato da rotture geopolitiche, concentrazione tecnologica del potere e ritorno dell’antiumanesimo politico, l’Europa non può permettersi frammentazioni interne, siano esse alimentate da regimi autoritari esterni o da interessi oligarchici transnazionali.

Sebbene l’uniformità ideologica in Europa non sia né possibile né auspicabile, è essenziale una base comune di patriottismo europeo: un attaccamento consapevole all’Europa unita come unica barriera geopoliticamente rilevante al dominio autoritario e come progetto fondato sulla dignità democratica e sulla convinzione che la solidarietà e la cooperazione, e non la legge del più forte, debbano plasmare il futuro dell’Europa.

Primo piano di Peter Thiel mentre parla a un leggio con due microfoni, indossando una polo bianca a costine su uno sfondo sfocato giallo e viola(Immagine: Peter Thiel durante il suo intervento al MCC Feszt 2025 – Foto: Mathias Corvinus Collegium via substack.com)

AI, il pericoloso piano di Thiel (corriere.it)

di Milena Gabanelli e Massimo Gaggi

L’intelligenza artificiale che governa il mondo. 

Il piano di Peter Thiel.

Ha un patrimonio di 25 miliardi e contratti in 40 Paesi.

Q uando si parla dell’influenza dei big della tecnologia Usa in politica, si pensa sempre a Elon Musk, per l’enorme ricchezza, il ruolo di punta avuto per mesi nel governo Trump, il peso geopolitico della rete satellitare Starlink. In realtà c’è un altro imprenditore miliardario della Silicon Valley che sta avendo un ruolo ben più stabile e penetrante: Peter Thiel.

Di lui si parla meno perché, amante della segretezza, preferisce muoversi nell’ombra. Compagno di strada, ma anche avversario di Musk (nel 2000 hanno costruito insieme PayPal, poi la rottura, nel 2024 si sono ritrovati per sostenere Trump) è stato meno notato dal grande pubblico anche per motivi oggettivi: non finanzia Trump, non si fa vedere al suo fianco, e la ricchezza personale, benché enorme, lo colloca nelle retrovie.

Ha chiuso il 2025 con un patrimonio di circa 25 miliardi di dollari, col quale Forbes lo mette al 40esimo posto tra i miliardari Usa.

L’ideologo nell’ombraI motivi di fondo per i quali di Thiel si è parlato poco sono, però, quelli che lo rendono il personaggio più influente. E anche potenzialmente pericoloso per il sistema democratico americano, che considera incompatibile con la libertà. Per lui la libertà è soprattutto quella dell’imprenditore. E deve essere assoluta. Giudica i sistemi parlamentari obsoleti: meglio un governo di tecnocrati competenti assistiti dall’intelligenza artificiale che l’estenuante ricerca di compromessi.

Considera la concorrenza devastante per il progresso tecnologico. Meglio i monopoli. Questa è l’ideologia sviluppata fin dai tempi dell’università (anni Ottanta). Dopo le lauree alla Stanford University in filosofia e giurisprudenza ha lavorato nei tribunali, nella finanza per Credit Suisse e a Washington come assistente parlamentare.

Quando è giunto alla conclusione che navigando nel mondo amministrativo e della giustizia non avrebbe potuto soddisfare la voglia di cambiare il mondo e arricchirsi, è approdato nella Silicon Valley. Al contrario degli altri miliardari delle Big Tech, che cercano soprattutto vantaggi economici per le loro aziende, lui è un ideologo con una precisa agenda politica: l’instaurazione di un regime tecno-autoritario.

Aveva già provato a imporla 10 anni fa quando si schierò, unico nella Silicon Valley, a fianco di Trump, che dopo l’elezione se lo portò alla Casa Bianca. Ben presto liquidato: premeva per misure liberticide che apparvero troppo radicali al Trump del primo mandato.

I suoi uomini alla Casa BiancaStavolta Thiel è tornato in politica in modo più programmato. I soldi li ha usati per finanziare le campagne elettorali dei suoi uomini di riferimento nella destra. Soprattutto JD Vance, una sua creatura: ha lavorato nel fondo d’investimento di Thiel che, poi, ha sborsato 15 milioni di dollari per farlo diventare senatore dell’Ohio. Infine Thiel, insieme a Musk, ha convinto Trump a scegliere Vance come vice.

Oggi è il suo uomo per il futuro dell’America. Ce l’ha fatta anche a mettere radici nell’amministrazione Trump piazzando i fedelissimi nei nodi che lui considera cruciali: Jacob Helberg, sottosegretario per la crescita economica, energia e ambiente; Jim O’Neill, viceministro della Sanità; Michael Kratsios, direttore dell’ufficio per le politiche scientifiche e tecnologiche; David O. Sacks, consigliere speciale per le criptovalute e Intelligenza artificiale. Mentre Shyam Sankar, da capo ufficio ricerche di Palantir è diventato consulente al Pentagono. Thiel conta molto sul ruolo strategico delle sue imprese: soprattutto Palantir.

La potenza di PalantirPalantir è il cuore del sistema: una sofisticatissima piattaforma di raccolta e analisi dei dati estesa a tutti i campi. Thiel l’ha fondata nel 2003 con un ristretto gruppo di amici di provata fede: Nathan Gettings, Joe Lonsdale e Stephen Cohen, e il compagno d’università Alex Karp, tuttora amministratore delegato.

L’azienda attrae l’attenzione della Cia, sempre alla ricerca delle tecnologie di osservazione e spionaggio più avanzate, e con la start up In-Q-Tel diventa socio di minoranza di Palantir, che in questo modo acquista credibilità davanti ai governi. E si vede aprire gli archivi del governo americano.

Palantir ha sviluppato negli anni potenti strumenti di analisi di quantità sterminate di dati, pubblici e segreti. Con la sua capacità di incrociare informazioni tratte da un gran numero di fonti (patenti, assistiti con la sanità Medicaid , informazioni commerciali, acquisti online o con carta di credito, dati fiscali, cellule telefoniche e Gps per individuare percorsi, lettura di targhe e molto altro), Palantir fornisce strumenti di analisi, ma anche predittivi al Pentagono, alla Cia, Fbi, Nsa, forze armate e servizi segreti di Paesi alleati, a partire da Israele, a cui fornisce il sistema che individua i bersagli da colpire a Gaza. Nella società americana l’Ice fa un uso a tappeto di questa piattaforma per individuare persone sospettate di essere immigrati clandestini, incrociando dati sui loro comportamenti.

I clientiPalantir non rivela come funziona la piattaforma e dove viene impiegata la sua tecnologia, ma afferma che è stata essenziale in funzione antiterrorismo. Non ci sono conferme, ma si ritiene che molte missioni, da quella con la quale gli americani hanno eliminato Osama bin Laden, al colpo inferto dai servizi israeliani alla dirigenza hezbollah in Libano facendo esplodere simultaneamente i cellulari di centinaia di capi, siano state basate su tecnologia Palantir.

Sistemi utilizzati anche dalle agenzie sanitarie: da Fda al Servizio sanitario pubblico inglese per la gestione dei dati clinici. La società ha contratti di fornitura con industrie di 40 Paesi: dal gruppo farmaceutico tedesco Merck, alla francese Sanofi, Boeing, Airbus, Google, Walmart, Nvidia, Ferrari, Unicredit. E i profitti di Palantir crescono, così come il potere di Thiel. Quando un software diventa indispensabile in settori cruciali, smettere di usarlo è complicato. E se uno Stato o le sue istituzioni basano le decisioni su quel software, chi lo fornisce ha un peso reale sulla scelta.

Il futuro della guerraLa società di venture capital di Peter Thiel, Founders Fund, è l’investitore di riferimento di Anduril, la start up che sviluppa armi autonome, governate dall’intelligenza artificiale. Ma anche azionista di Anthropic, il cui sistema di Ia Claude può essere usato per sviluppare armi in grado di uccidere senza controllo umano. Scenario a cui il ceo di Anthropic Dario Amodei ha detto no, rimettendoci i contratti con Pentagono.

Founders Fund finanzia Arkham intelligence, una piattaforma che fonde la tecnologia blockchain con la sorveglianza: lo scopo è quello di identificare chi c’è dietro ai portafogli digitali per trasformare le informazioni in prodotti commerciali. «Nella logica di Thiel la privacy è una risorsa, chi la controlla detiene il potere», scrive Luca Ciarrocca in L’anima nera della Silicon Valley (ed.Fuoriscena).

Attraverso un labirinto di veicoli societari investe in Seasteading Institute, che promuove comunità autonome per ricchi fuori dalla sovranità statale, nel mezzo dell’oceano. In Unity Biotecnologies finanza progetti legati a terapie geniche per allungare la vita fino a 120 anni.

Ossessioni e AnticristoFin dal 2006 Thiel ha creato attraverso una sua fondazione, Dialog, un cenacolo nel quale periodicamente si riuniscono per discutere nella più assoluta segretezza (chi ha rotto questo vincolo è stato estromesso) un centinaio di esponenti influenti di vari mondi: politici, uomini d’affari, tecnologi, giuristi.

Ossessionato dalla sicurezza, è diventato cittadino anche della Nuova Zelanda perché pensa che, in caso di vittoria del Sud del mondo, queste isole lontane e autosufficienti, potrebbero diventare l’ultimo rifugio per i miliardari dell’Occidente. L’ultima ossessione è quella paventata nelle sue recenti conferenze segrete: l’arrivo dell’Anticristo.

Capire chi è Thiel, più che una curiosità, è una necessità.

“Senza Orbán, avrete la guerra”. L’Ucraina diventa capro espiatorio delle sventure d’Ungheria (huffingtonpost.it)

di Giulia Belardelli

“Certo che abbiamo visto quel video. Come 
descriverlo in una parola? Semplicemente 
disgustoso”. 

Incontro Daryna e Aleksei a Városháza Park, nel cuore di Budapest, in occasione della Marcia della Solidarietà all’Ucraina convocata da organizzazioni della società civile ungheresi e ucraine.

È un momento critico per le decine di migliaia di ucraini (circa 62mila, secondo le stime più recenti) che, dopo l’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, si sono rifugiati nella vicina Ungheria. Il governo di Viktor Orbán, dopo aver imposto restrizioni progressive ai sussidi, ha deciso di fare degli ucraini il capro espiatorio di tutti i mali in cui l’Ungheria rischia di imbattersi, se alle elezioni del 12 aprile non gli verrà riconsegnato il potere. Il messaggio agli elettori ungheresi è semplice: se non volete morire in guerra – voi o i vostri cari – votate per Fidesz.

Daryna e Aleksei sono una coppia di giovani ucraini dell’est, ingegneri del software, arrivati a Budapest dopo lo scoppio della guerra, ormai quattro anni fa. Il video di cui parliamo è quello di cui parla tutta l’Ungheria: un video di 33 secondi, generato con l’intelligenza artificiale, diffuso nei giorni scorsi dal partito di Orbán sui suoi canali social.

C’è una bambina che piange alla finestra, mentre il padre – sul campo di battaglia ucraino, in uniforme ungherese – viene giustiziato dai russi; la foto della piccola cade nel fango. Una didascalia recita: “Questo è solo un incubo ora, ma Bruxelles si sta preparando all’escalation. E Péter Magyar non può dire di no alle richieste di Bruxelles. Fidesz è l’unica scelta sicura”.

Magyar è il leader di Tisza, il giovane partito di centrodestra che – per la prima volta in sedici anni – sta sfidando la supremazia di Orbán. In una dichiarazione, ha definito il video “ripugnante, imperdonabile e profondamente oltraggioso”. “Questa non è politica, è manipolazione senz’anima”, ha affermato, ribadendo la linea ufficiale del partito sulla questione ucraina: sì alla pace, no all’invio di armi o truppe in Ucraina.

Del resto nessuno, a Bruxelles come in altre capitali europee, sta parando di entrare in guerra al fianco degli ucraini; semmai, si tratterebbe di partecipare, come europei, a una forza multinazionale volta a garantire il rispetto di una linea di sicurezza, una volta raggiunto un eventuale accordo. Ma questi sono dettagli in una campagna elettorale che appare come uno spartiacque: da una parte, la conferma di Orbán, sostenuto tanto da Donald Trump quanto da Vladimir Putin; dall’altra, la rimessa nella carreggiata democratica di un’Ungheria che negli ultimi anni ha agito sempre più spudoratamente come nemico interno dell’Unione Europea.

“L’Ucraina usa l’energia come arma per ragioni politiche, interferendo nella campagna elettorale ungherese in corso al fine di fomentare incertezza e caos e quindi favorire l’ascesa al potere del partito Tisza” afferma il ministro degli Affari europei Janos Boka, nel quarto anniversario della guerra.

La propaganda attorno alla guerra in Ucraina è la cartina al tornasole di questo gioco più grande. Budapest è tappezzata di manifesti che ritraggono Magyar, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen intenti nel gettare in un gabinetto dorato sacchi di fiorini ungheresi.

Nelle ultime settimane il governo Orbán ha intensificato la retorica su presunte “interferenze ucraine nelle elezioni ungheresi”. Kiev viene accusata, in particolare, di non voler riparare l’oleodotto Druzhba – danneggiato da un attacco russo – per separare Budapest dal greggio russo. I media filogovernativi hanno pubblicato articoli in cui si sostiene che la leadership di Tisza sia stata stata messa al corrente della vicenda, tramite intermediari tedeschi, alla recente Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Il concetto è che – a causa dell’interruzione forzata – ci sarà un nuovo insostenibile aumento dei prezzi, e la colpa sarà da dividere tra Kiev, Tisza e ovviamente Bruxelles.

Daryna e Aleksei sono scioccati dal crescendo della retorica anti-Ucraina portata avanti dal governo ungherese. “Leggere certi slogan, vedere certi video prodotti con l’AI con il solo scopo di terrorizzare le persone, è qualcosa che fa male al cuore. La propaganda del governo è il contrario dell’accoglienza. Poi però c’è la società civile, dalla quale ci siamo sentiti subito accolti. Non abbiamo mai vissuto discriminazioni da parte degli ungheresi nelle nostre interazioni quotidiane”.

Quanto alla posizione di Tisza, Daryna non si sbilancia (il partito si è già espresso contro una rapida adesione dell’Ucraina all’UE). “Non direi che sono pro-Ucraina, ma almeno non sono contro. Quindi sì, una loro vittoria sarebbe già un cambiamento importante”. Insieme al suo ragazzo, è arrivata in Ungheria dopo l’inizio della guerra, ma non intende restarci per sempre: il loro futuro vogliono immaginarlo in Ucraina.

È così anche per Maksym, 21 anni, ucraino di Mykolaïv. Aveva 17 anni quando ha lasciato l’Ucraina e si è trasferito in Ungheria, insieme alla sua famiglia. A Budapest sta studiando psicologia e continua a tirare di scherma, una passione che condivide con il fratello, poco più che adolescente.

Il suo futuro lo vede comunque in Ucraina, anche se questo significherà, verosimilmente, prestare servizio nell’esercito. “Qui mi sono sempre sentito accolto – racconta – malgrado la propaganda di Orbán”.

Tra i partecipanti alla Marcia della Solidarietà ci sono anche molti ungheresi. A catturare la mia attenzione sono due signori sulla settantina – in spalla una vecchia bandiera ungherese, accanto ai gadget con la bandiera ucraina distribuiti dagli organizzatori. I loro nomi sono Dávid e Nándor. “Siamo ungheresi, ma abbiamo studiato in Ucraina. Cinquant’anni fa o giù di lì. Facoltà di Economia, a Kharkov”. Ovvero Kharkiv? “Sì, giusto, ai nostri tempi era solo Kharkov (nella traslitterazione russa, ndr). Anche se è passato tantissimo tempo, ci sentiamo ancora legati all’Ucraina. Abbiamo amici lì. Siamo solidali con il popolo ucraino per quello che sta passando”.

Alla domanda su cosa ne pensi di Orbán e della sua linea sull’Ucraina, Dávid risponde che “è difficile non dire parolacce”. “Posso dire che non lo sopporto più, come la maggior parte delle persone che vive nelle grandi città, immagino. Penso che continui a piacere solo a chi vive in campagna o nei villaggi… Questo almeno è il mio augurio, perché nessuno può sapere come andranno queste elezioni”.

Lui si prepara a votare per Tisza, non tanto perché convinto dalla sua piattaforma, ma perché “non ci sono altre possibilità per cacciare Orbán”. “Anche Tisza è una scatola nera, ma almeno è una scatola nuova”. “Pur di cambiare, si fa quel che si può”, gli fa eco Nándor. Ci diamo appuntamento ad aprile per commentare i risultati. Dal suo biglietto da visita, scopro che è il presidente di Hungarikum Szövetség, un’associazione dedicata alla “salvaguardia dei valori ungheresi”.

Il motto dell’associazione è: “Il valore è la misura”. E ancora: “Il mondo non è interessato a come imitiamo, ma a ciò che aggiungiamo”. La grande domanda, oggi, è cosa aggiungeranno, tra qualche settimane, gli elettori ungheresi nel calderone del mondo.

Senza Orbán, avrete la guerra. L'Ucraina diventa capro espiatorio delle sventure d'Ungheria(La retorica spinta contro Kiev, l’accusa di interferenza elettorale, persino un video macabro della campagna elettorale: il governo in carica ha un messaggio chiaro per gli elettori: se non volete morire in guerra – voi o i vostri cari – votate per Fidesz. Voci dalla Marcia della Solidarietà all’Ucraina nel cuore di Budapest)

Il mondo non è più piatto, l’Italia invece sì: a Mezzogiorno c’è un nuovo boom di distretti hi-tech (corriere.it)

Se l’essenza del giornalismo è l’uomo che morde il 
cane, allora è il momento di parlare del Mezzogiorno 
d’Italia. 

Sta battendo il Nord, per certi aspetti. Soprattutto, sta battendo il Centro del Paese.

Sono successi limitati, relativi, pieni di distinguo da fare e comunque soggetti a conferme tra un anno o magari tra cinque. Ma sono successi reali, misurabili, spiegabili solo in parte con una stagione post-pandemica in cui la spesa pubblica si è indirizzata relativamente di più verso il Sud. Sta succedendo anche qualcosa di diverso e più interessante: da pochi anni si stanno formando isole di dinamismo meridionale – Napoli e dintorni, Bari e dintorni, Catania e dintorni – per certi aspetti come non se ne vedevano dagli anni ’60.

Il Mezzogiorno nel complesso da anni cresce più del resto del Paese. Ma non è tanto questo. È che per la prima volta nella storia dell’Italia unita certi distretti del Sud sono posizionati meglio nelle catene internazionali del valore di certi distretti del Centro-Nord. Questi ultimi sono tradizionalmente legati alla meccanica, all’auto, all’integrazione analogica con una Germania che rallenta. I distretti più produttivi del Sud invece sono relativamente più concentrati nei settori ad alta crescita di questo secolo: digitale, aerospazio, farmaceutica, semiconduttori, tecnologie verdi (anche qui, con dei distinguo).

E poi c’è un fatto che mi fa ripensare al libro di Thomas Friedman del 2005 “The World is Flat” (“Il mondo è piatto”). Fu l’equivalente della “fine della storia” di Francis Fukuyama, applicata al commercio e alle tecnologie. L’idea di Friedman era che ormai l’economia internazionale fosse ormai un campo da gioco senza attriti, dove sarebbe stato ovvio per un americano avere il radiologo di fiducia a Bangalore (oggi Bengaluru) e il sarto a Shanghai.

Oggi quella tesi fa tenerezza, nell’era di Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping. Ma se il mondo non è più piatto, l’Italia invece lo è. E una bella fetta del mondo delle Information and Communication Technologies delle aziende del Nord Italia – e non solo – si trasferisce verso Sud a cercare bassi costi. Ma anche competenze elevate. Vediamo.

A Taranto (non per l’Ilva)

Lorenzo Seritti, 40 anni, è di Picerno, 5.500 abitanti in provincia di Potenza. Si è laureato al Politecnico di Milano. Ha avuto negli anni esperienze a Procter & Gamble, l’Oréal, Sky, 20th Century Fox-Disney, Sony Pictures. È espatriato a Berlino e ha lavorato per una decina di anni a una serie di start-up che fondevano i settori dei viaggi e dei media.

Da qualche anno ha fondato con Luca Pignatti, uscito da Politecnico di Milano e con oltre dieci anni di carriera in Airbus, ha un fondo di venture capital che raccoglie finanziamenti dagli italiani all’estero e dalla comunità italo-americana negli Stati Uniti per concentrarsi sulle fasi preliminari delle start up. Profondo Capital, il loro veicolo finanziario, ha una particolarità: stabilisce a Taranto (sopra uno scorcio della città vecchia) almeno alcune attività delle aziende in cui investe, anche se magari sono progetti biomedicali nati in Connecticut.

“Taranto fa pensare all’ex Ilva, lo so” dice Seritti, cioè alla semiparalisi che anche l’attuale governo (con l’aiuto di molti precedenti) ha contribuito a generare nella più grande acciaieria d’Europa. “Ma paradossalmente oggi è più facile attrarre investimenti digitali in Puglia che a Milano”, aggiunge Seritti. Nel capoluogo lombardo a fine anno una busta paga lorda di un ingegnere o di uno sviluppatore è del venti o trenta per cento più alta e l’affitto della sede costa un multiplo.

E non è solo Sud contro Nord. Una start up straniera con cui Profondo Capital sta lavorando ha fatto i suoi preventivi e si è resa conto che lo stesso investimento in ingegneri e in un centro di ricerca in Polonia le sarebbe costato il doppio che a Taranto. “Anche in Ucraina gli ingegneri digitali sono pagati di più”, nota Seritti. Il suo obiettivo è facilitare un ritorno di cervelli che hanno lasciato il Sud da anni, attraendoli con la qualità e il basso costo della vita.

Profondo Capital forse è un esempio estremo, ma non unico. Il modello “The World is Flat” sulla scala ridotta dell’Italia sta diventando popolare soprattutto dopo la pandemia. Una certa diffusione della banda larga (anche) con gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e la connessione di rete veloce quasi ovunque grazie ai satelliti Starlink di Elon Musk stanno cambiando una condizione secolare del Mezzogiorno. Non è più sempre e comunque il luogo dove non si può produrre, perché ha infrastrutture fisiche scadenti che lo tagliano fuori dal cuore dell’Europa.

Il rapporto della presidenza del Consiglio sulla Zona economica speciale unica del Mezzogiorno nel 2024 stima che negli ultimi anni solo a Bari 16 multinazionali delle tecnologie dell’informazione hanno contribuito a creare cinquemila nuovi posti. Su elettronica e digitale la Campania ha ormai 91 mila addetti, la Puglia 57 mila e la Sicilia 50.500. La Calabria è più indietro (19 mila addetti), ma nella sede di Rende della sua università ha accettato una posizione di ruolo nel 2023, lasciando Oxford, Georg Gottlob: studioso austriaco di data center per l’intelligenza artificiale, Gottlob sta attraendo attorno a sé studenti e iniziative che si solito non si immaginano nella provincia di Cosenza.

Questi fenomeni si vedono anche nei dati. Uno studio di pochi mesi fa di Antonio Accetturo, Emanuele Ciani, Sauro Mocetti e Andrea Petrella della Banca d’Italia mostra che dal 2014 l’intero settore delle tecnologie digitali è cresciuto nettamente più nel Mezzogiorno che nelle medie italiane, trainato da Napoli, Bari e Catania (qui sotto il grafico).

Modello Napoli

Giorgio Ventre, direttore scientifico della Apple Developer Academy di Napoli e professore di informatica all’università Federico II in città, non è convinto del modello dell’Italia “piatta”: se sono solo i bassi costi a portare a Sud gli investimenti tecnologici immateriali – osserva – questi se ne andranno in Albania o in Moldova non appena il calcolo delle convenienze cambierà con il prossimo allargamento dell’Unione europea. È già successo con i call center, un business di competenze e valore aggiunto più bassi, un decennio fa: si erano addensati in Calabria perché costava meno, ma si è tutto squagliato non appena Tirana o la Romania hanno offerto ai gruppi del Nord Italia soluzioni a prezzi ancora più stracciati.

Ventre insiste dunque che, per durare, la traiettoria ascendente del Mezzogiorno ha bisogno di competenze e start up attorno alle università. A Bari, Catania e Napoli sta accadendo. La Apple Academy dentro la Federico II è una delle poche che il gruppo di Cupertino finanzia (le altre sono a Riad, in Indonesia, Corea del Sud e Brasile).

Apple vuole formare sviluppatori di app che facciano prosperare i sistemi per i quali occorre avere uno smartphone. Ma, tutto interno, l’intero tessuto produttivo di Napoli sta reagendo. Deloitte ha lanciato un polo di consulenza e sviluppo software da quasi 700 addetti a Capodichino, Accenture un centro per la cybersecurity in città, Cisco un “Digital Transformation Lab” nella Federico II. Soprattutto – secondo un recente studio di Teha, il think tank – la Campania nel 2025 è seconda in Italia dopo la Lombardia per numero di start up innovative.

I nuovi campioni 

Il fermento, in realtà, è più esteso di così. Non ci sono solo l’ecosistema attorno all’università e impianto di semiconduttori di Catania; né solo la gigafactory 3Sun di pannelli fotovoltaici della Sicilia orientale (che però non può competere sui costi con la Cina) e l’esplosione dell’export farmaceutico da Molise, Calabria, Abruzzo e Campania. Dal 2019 al 2024 – secondo Teha – la crescita dell’export dal Nord è del 25%, dal Mezzogiorno del 34% (certo da livelli molto più bassi).

C’è soprattutto una certa febbre imprenditoriale nelle nuove isole di sviluppo del Sud, meno appesantite dall’eredità dei distretti della meccanica tradizionale. La Caffè Borbone di Napoli è nata in una bottega di Napoli una generazione fa, ma dal 2017 ha più che triplicato i fatturati ben oltre i 300 milioni di euro. La Medspa (cosmetici “Miamo”) ha fatto lo stesso nel 2006 e ha più che quintuplicato i fatturati a oltre 40 milioni fra il 2019 e il 2024.

Sono risultati fuori dalla portata di Roma e di tutto il Centro Italia. Secondo la banca dati Istat i livelli del prodotto interno lordo del Centro e del Mezzogiorno erano ancora appaiati attorno ai 395 miliardi di euro nel 2019; nel 2024 l’economia del Sud (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia) invece era già di 32 miliardi di euro più grande di quella del centro (Lazio, Marche, Toscana, Umbria).

Proprio il Centro oggi appare il vero cuore della stagnazione italiana, mentre il Mezzogiorno è cresciuto del 9% fra il 2019 e il 2023 e cioè il doppio delle medie nazionali (qui sotto il grafico da fonte Banca d’Italia).

La spinta della spesa

Ovvio che non è tutt’oro quel che luccica. C’è tanta spesa pubblica nella recente crescita del Sud e non sarà facilmente replicabile. Probabilmente non ha senso che lo sia. Con un terzo della popolazione e poco più di un quinto del fatturato italiano, il Mezzogiorno ha beneficiato del 40% dei fondi del Piano nazionale di ripresa da 194 miliardi: certe regioni del Sud ricevono finanziamenti pari a oltre il 50% del loro prodotto lordo.

La spesa per il Superbonus e bonus facciate al Sud è stata parossistica – la Calabria in certi anni ha decuplicato le ristrutturazioni immobiliari – ed è da lì che viene molto dell’aumento dell’occupazione. La creazione di una Zona economica speciale ha poi accelerato moltissimo le autorizzazioni di progetti al Sud; ma ora il coordinatore della Zes Giosy Romano, un tecnico molto capace, è stato sostituito a Palazzo Chigi da un ex sindacalista di carriera come Luigi Sbarra.

La fuga dei giovani

E l’emorragia umana continua, perché i livelli di occupazione sono fra i più bassi al mondo e il reddito per abitante è appena il 57% di quello del Centro-Nord. Solo dal 2019 il Mezzogiorno ha perso il 3% della popolazione perché dal 2009 sono emigrati verso il Nord Italia o l’estero quasi in tre milioni, in gran parte persone nel fiore degli anni.

Una perdita simile su una popolazione meridionale di 19 milioni è, semplicemente, una catastrofe. È un miracolo che il Sud in questi anni sia cresciuto di più malgrado questo deflusso, ma non potrà continuare così a lungo. Nel mio ultimo viaggio a Catania ho percepito una tensione strisciante fra i professionisti e imprenditori che cercano di trasformare in meglio la città: si sta formando uno stigma sociale all’idea di incoraggiare i propri figli a studiare e vivere lontano, perché tutti capiscono che questo significa uccidere il futuro della Sicilia; eppure quasi tutti, alla fine, continuano silenziosamente a farlo.

In Italia si è messo in moto un ceto produttivo del Mezzogiorno che non vuole avere niente a che fare con la criminalità organizzata, con le clientele e la corruzione dei governi locali, ma che ha ambizione e fame di realizzarla. Il resto del Sud e tutto il Paese hanno molto da imparare da questa nuova classe produttiva meridionale.

Essa non è maggioranza a casa propria e il Sud ha ancora moltissima strada davanti: ma i primi passi adesso si vedono.

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