No, non è la Terza guerra mondiale: è la Prima guerra globale. Ora l’Italia pensi all’autonomia (energetica) (corriere.it)

Si sente dire spesso che staremmo entrando, o 
rischiamo di entrare, nella Terza guerra mondiale. 

Non mi convince.

Se la definizione di “guerra mondiale” è quella del ventesimo secolo – un conflitto fra due alleanze contrapposte – allora non stiamo assistendo a niente del genere.

Lo stato di guerra sembra divenire endemico in molti punti di attrito del pianeta e dal 2022 oltre cinquanta Paesi ne sono coinvolti. Ciascuno dei focolai si rivela incredibilmente difficile da sedare e spegnere definitivamente.

Ma non esistono coalizioni rigidamente contrapposte, piuttosto rivalità a volte fluide e à la carte. La Russia e l’Iran sono impegnati a sostegno di fronti opposti nella guerra in Sudan, ma alleati contro l’Ucraina. Anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono su fronti opposti in Sudan, ma entrambi presi di mira dai droni e missili dell’Iran.

La Turchia è un finanziatore importante della guerra contro l’Ucraina, comprando grandi quantità di petrolio russo, ma è la diretta avversaria di Mosca in Libia. E gli Stati Uniti considerano la Russia un potenziale nemico a causa della sua alleanza con la Cina, ma nei fatti la stanno aiutando nella guerra contro Kiev.

No, non è la Terza guerra mondiale. Questa è la Prima guerra globale: uno stato di conflitto endemico e diffuso, in teatri diversi, che coinvolge un numero crescente di Paesi in misure e modi variabili. Mostrerò sotto più in dettaglio come e dove la Prima guerra globale abbia già ucciso almeno 600 mila persone dal 2022.

Fra le tante derivate, c’è però un aspetto specifico che riguarda l’Italia. Siamo di fronte al secondo choc energetico dovuto ai conflitti in un quadriennio. E se è presto per dire quanto profondo e duraturo esso si dimostrerà, non lo è per dire che sull’energia l’Italia deve ripensare la propria autonomia strategica. Deve rafforzarla. Perché siamo vulnerabili, anche rispetto al resto d’Europa. 

Un grado maggiore di autosufficienza dev’essere una priorità nazionale, assoluta e bipartisan, per affrontare questi tempi di ferro. Cosa voglio dire? Guardate il grafico sotto: il gas è la principale fonte di elettricità e calore del Paese ma solo l’11% delle forniture arriva da Paesi affidabili dal punto di vista geopolitico (e no, gli Stati Uniti non lo sono). Ma di questo tra poco. Prima vediamo come si presenta, nel complesso, la Prima guerra globale.

I focolai di conflitto

I focolai di conflitto attivi fra Stati riguardano la Russia e l’Ucraina e, in Medio Oriente, lo scontro per il futuro dell’Iran. Poi ci sono le situazioni croniche ma meno attive, o intermittenti: fra Pakistan e Afghanistan, fra Pakistan e India, fra Cambogia e Thailandia, fra Cina e Taiwan assistiamo in modi diversi a conflitti che a momenti deflagrano e poi tornano a covare sotto la cenere oppure – come nel caso di Pechino contro Taipei – a provocazioni crescenti che in certe fasi sfiorano il blocco navale o la prova generale di un’aggressione.

Il terzo tipo di guerra si svolge con maggiore o minore intensità entro singoli Paesi – il Sudan e la Libia su tutti – e, benché essa si presenti come guerra civile, vede in realtà potenze esterne intervenire per il controllo delle risorse. E lascio fuori decine di altri teatri in Africa dove il confronto armato è più direttamente in mano a fazioni di uno stesso Paese.

Se la Prima e la Seconda guerra mondiale furono una resa dei conti tra alleanze, la Prima guerra globale è frutto del collasso delle coalizioni. Più ancora, del collasso generale dell’ordine internazionale emerso dopo la dissoluzione del blocco sovietico. L’aggressione all’Ucraina e il naufragio dell’Alleanza atlantica, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, sono i fattori che hanno fatto deflagrare tensioni accumulatesi nel tempo. Con quei due eventi, le vecchie coalizioni e il vecchio ordine internazionale si dissolvono.

In modi diversi, Trump e Putin vogliono rivedere le norme e gli equilibri concordati dopo la fine della guerra fredda.

Pressata dall’ascesa della Cina, l’America non sopporta più il peso delle alleanze e i vincoli posti dalle regole e dalle istituzioni internazionali. Quanto a Putin, vuole riscrivere i termini della pace europea del 1989 in modo non molto diverso da come Mussolini e Hitler volevano farlo con la pace del 1919. In questo lui e Trump sono accomunati da un’intesa tattica per un tratto di strada.

Ovvio poi che anche la Cina abbia la sua agenda di dominio e rivincita dopo i “secoli dell’umiliazione”, quindi sia altrettanto insofferente del vecchio ordine e interessata a destabilizzare gli assetti degli altri: per esempio, permettendo e alimentando con le sue tecnologie l’aggressione della Russia all’Ucraina o i missili e droni dell’Iran contro Israele e i Paesi del Golfo grazie ai suoi satelliti.

Cinquanta Paesi

In questo quadro, dal 2022 sono rimasti coinvolti oltre cinquanta Paesi con una popolazione complessiva di oltre quattro miliardi di persone. La metà dell’umanità è in qualche misura a contatto con i conflitti. Tutti questi Paesi o i loro cittadini negli ultimi quattro hanno compiuto azioni spiegabili solo in un contesto di guerra, oppure sono stati essi stessi teatro di azioni belliche. Naturalmente, si tratta di situazioni varie e diverse.

Ci sono territori vittime di aggressioni dall’esterno come l’Ucraina; territori origine di aggressioni come la Russia; governi che inviano armi, mezzi e a volte uomini per lo sforzo di guerra di altri Paesi come fanno gli europei o la Cina e la Corea del Nord su fronti opposti del conflitto russo-ucraino; ci sono Paesi che ne aiutano altri e sono essi stessi bersaglio di attacchi ibridi violenti, dalle bombe sulle ferrovie polacche alle esplosioni in Germania; ci sono poi il conflitto mediorientale in allargamento e i vassalli dell’Iran dal Libano fino allo Yemen; infine i conflitti per le risorse, le dispute di confine e i disegni di annessione che tornano o si acuiscono in Asia meridionale, in Asia del Sud-Est e in Africa. Infine, qualunque cosa se ne pensi, c’è l’America: intervenuta militarmente in Venezuela e altri sei Paesi diversi dal ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Tutto questo non ha precedenti. È un grado di coinvolgimento e diffusione dei conflitti “locali” molto superiore persino a quello che si vedeva fra il 1936 e il 1939 al momento della guerra di Spagna, dell’annessione nazista dell’Austria e della Cecoslovacchia o dell’aggressione italiana all’Etiopia.

Poiché a differenze nel 1914, del 1939 stesso o della guerra fredda non esistono coalizioni rigide di Paesi, si può sperare che il quadro attuale non sfoci in un conflitto ancora più vasto e strutturato.

Ma ecco la lista degli Stati in qualche misura coinvolti nella Prima guerra globale di questi anni. In Europa hanno inviato armi all’Ucraina e subìto almeno 150 attacchi ibridi con esplosioni, uccisioni mirate o sabotaggi attribuibili a Mosca i seguenti Paesi: Polonia, Germania, Francia, Danimarca, Estonia, Lituania, Lettonia, Romania, Svezia, Norvegia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Spagna, Olanda, Lussemburgo, Bulgaria, Belgio, Finlandia, Islanda. Hanno spedito armi da impiegare in guerra in Ucraina anche Italia, Gran Bretagna, Portogallo, Croazia oltre che (fuori dall’Europa) Canada e Australia.

Poi naturalmente c’è l’Ucraina stessa, con circa centomila morti. E la Russia, con almeno 250 mila morti (spalleggiata dalla Cina con fondi e tecnologia e dalla Corea del Nord, probabilmente al prezzo di almeno diecimila morti). Nell’esercito di Mosca combattono inoltre chissà quante migliaia di mercenari arruolati da Nigeria, Congo, Bangladesh, India, Nepal, Cuba, dalle repubbliche ex sovietiche del Caucaso e decine di altri Paesi.

Fra India e Pakistan e fra Pakistan e Afghanistan sono scoppiati in questi mesi scontri armati per dispute, in apparenza, di confine. Così fra Thailandia e Cambogia. L’Iran ha alimentato l’aggressione a Israele del 7 ottobre 2023 attraverso Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e formazioni controllate in Siria, mentre oggi fa fuoco direttamente contro Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Bahrain, Kuwait, Cipro e Azerbaijan per rispondere agli attacchi di Stati Uniti e Israele. A Gaza la reazione di Israele stessa al 7 ottobre ha ucciso varie decine di migliaia di civili – oltre ai terroristi – senza riuscire a sradicare il controllo violento di Hamas sulla Striscia.

Quanto al conflitto in Sudan, determinare il numero dei morti è impossibile: una stima ne indica almeno 150 mila, in una “guerra civile” che vede Emirati Arabi Uniti e Russia a sostegno dell’esercito ufficiale (ma su fronti opposti nel Golfo) ed Egitto, Arabia Saudita e Iran a sostegno dei “ribelli” (ma anche loro su fronti opposti nel Golfo). Per non parlare dell’uso politico dei dazi o dei pericoli bellici alla navigazione in due snodi nevralgici del pianeta, gli stretti di Hormuz all’uscita dal Golfo Persico e di Bab El-Mandeb all’uscita dal Mar Rosso.

Da ieri nell’area sta arrivando anche la portaerei francese Charles de Gaulle, oltre alle tre americane. Di certo, non una delle potenze nucleari del pianeta è estranea ad uno o più fra i conflitti in corso.

La priorità italiana

Determinare se a questa Prima guerra globale l’Italia arrivi da Paese di rango medio o medio-basso sarebbe una perdita di tempo. Più urgente è mettere a fuoco quali sono le priorità in un quadro che non promette, per ora, un ritorno all’ordine. Una delle grandi questioni è resa evidente dal grafico sopradipendiamo più della media europea e delle principali economie da idrocarburi importati.

Abbiamo visto sopra quasi siano le nostre fonti del gas e i rischi annessi a forniture di Paesi esposti all’estremismo e alle guerre (Algeria, Qatar, Libia, Azerbaijan) o disposti a esercitare coercizione politica (Russia, Stati Uniti sotto Trump). Del petrolio invece i principali fornitori in anni recenti sono stati Libia, Azerbaijan, un alleato della Russia come il Kazakhstan, l’Iraq e l’Arabia Saudita.

I quattro quinti del fabbisogno di energia dell’Italia vengono dunque da Paesi dove, in ogni momento, un missile può distruggere un oleodotto, un gasdotto o una petroliera; dove un autocrate o aspirante tale può cercare di ricattarci; dove una rivolta interna o una guerra civile può tagliarci fuori dalle forniture (in Libia è già successo).

Non siamo in una condizione confortevole. Né possiamo illuderci che problemi del genere si risolvano in pochi mesi, ma dobbiamo riconoscerli più e meglio di come si sia fatto finora. Il grafico sotto mostra per esempio che, per la prima volta dall’aggressione russa all’Ucraina, con i cali del prezzo nel 2025 è tornata ad aumentare sia la quantità (da 118,5 a 125 terawattora) che la quota di energia elettrica (dal 44,3% al 47,3% del totale) prodotta da metano.

E malgrado gli enormi incentivi, costosi e malgrado i progressi, anche recenti, nell’ultimo decennio la quota delle rinnovabili nel consumo di energia in Italia è cresciuta meno che in Spagna, in Germania e nella media europea (mentre la Francia si affida al nucleare civile). Vedi sotto.

Nel tempo della Prima guerra globale, si tratta di una questione nazionale da affrontare con pragmatismo. Senza preclusioni. Dal lato dell’offerta, bisogna accelerare sulle rinnovabili, sul nucleare civile e sulle esplorazioni e lo sfruttamento dei giacimenti di gas (che sono abbondanti) nella nostra area di controllo politico o geopolitico nell’Adriatico e nel Mediterraneo centro-orientale.

Dal lato del consumo, è innegabile che la Cina sia un modello. Ha promosso la diffusione di massa di auto elettriche o ibride ben oltre il 50% delle nuove vendite, non per preoccupazioni ambientali ma per ridurre la dipendenza da petrolio importato: e dal 2024 il consumo di greggio nella Repubblica popolare ha iniziato a scendere. Allo stesso modo, la quota di rinnovabili nell’energy mix cinese ha quasi raggiunto quella dell’Italia (17,47% contro 20,43%).

Fra retorica e realtà

Da noi invece si assiste a una lotta fra capponi di Renzo. Dal lato del governo si continua a diffondere l’idea che la transizione verde e l’auto elettrica (dove siamo a un terzo dei livelli medi europei per nuove registrazioni) siano contrari agli interessi del Paese, perché costano. Dall’opposizione invece troppo spesso si rifiuta di riconoscere quanto sia urgente il nucleare civile o di ammettere che servono più esplorazioni ed estrazione di gas nel Mediterraneo: al 20% del fabbisogno di energia, le rinnovabili da sole non basteranno mai.

Tutta questa è retorica politica fuori dal tempo, di un’epoca che non è più la nostra. Nella Prima guerra globale, l’Italia non avrà mai un ruolo da potenza di primo piano. Ma può fare molto di più per tutelare se stessa.

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Dieci anni di politiche per le donne: molto contro la violenza maschile, troppo poco per il lavoro (ilsole24ore.com)

Il bilancio

Le voci delle parlamentari che hanno avuto in passato la delega alle Pari opportunità. Per capire quanto è stato fatto e quanto resta da fare

Dieci anni, sei governi e innumerevoli norme dopo, le donne italiane stanno meglio o stanno peggio? Quali sono state le leggi che hanno fatto la storia? Quali i nuovi programmi? Più successi o più fallimenti? Tracciare un bilancio non è semplice.

Ma a un primo sguardo d’insieme, tenendo sempre presenti i traguardi innegabili di una rappresentanza femminile in Parlamento ormai consolidata intorno al 35% (era al 5% nella I Legislatura) e dello sfondamento del soffitto di cristallo a Palazzo Chigi con l’arrivo della prima premier nella storia della Repubblica, Giorgia Meloni, colpisce un particolare: la concentrazione dell’attenzione del legislatore sul dramma della violenza, con una produzione normativa vasta e articolata, e di contro la ripetitività delle misure per favorire l’occupazione femminile.

Bonus variamente distribuiti, e poco incisivi. Uno strabismo discutibile, soprattutto considerando quanto la mancanza di indipendenza economica pesi tra le cause documentate di violenza contro le donne e guardando ai dati: l’occupazione femminile migliora, ma troppo lentamente. Restiamo fanalino di coda in Europa, con un tasso inferiore al 55 per cento.

Il parere delle ex delegate alle Pari opportunità

Abbiamo interpellato sul tema delle politiche per le donne portate avanti nell’ultimo decennio quattro parlamentari che in passato hanno esercitato la delega alle Pari opportunità, oggi attribuita insieme a quelle per Famiglia e Natalità alla ministra Eugenia RoccellaMaria Elena Boschi, deputata di Italia Viva e sottosegretaria alla presidenza del Consiglio durante il Governo Renzi; la presidente di Azione Elena Bonetti, ministra per le Pari opportunità e la Famiglia sia nell’Esecutivo Conte 2 sia nella compagine guidata da Mario Draghi; la deputata Mara Carfagna, oggi segretaria di Noi Moderati, che è stata ministra per le Pari opportunità nel Governo Berlusconi e per il Sud nell’Esecutivo Draghi; la deputata del Pd Maria Cecilia Guerra, viceministra del Lavoro e delle politiche sociali con delega alle Pari opportunità nel Governo Letta e sottosegretaria all’Economia nell’era Draghi. Quattro donne vicine alle donne. Tra loro attualmente soltanto una – Carfagna – è in maggioranza. Precisazione doverosa, alla luce delle loro dichiarazioni.

I progressi della legislazione antiviolenza

Lo stalking nel 2009, il Codice rosso nel 2019, il reato di femminicidio punito con l’ergastolo nel 2025. E il Libro bianco per la formazione redatto nel 2024 dal comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio antiviolenza del dipartimento Pari opportunità: un compendio illuminato delle migliori pratiche.

Dove l’Italia ha fatto un salto di qualità innegabile è stato nella legislazione e nelle linee guida per il contrasto alla violenza contro le donne, merito quasi sempre della capacità delle donne di unirsi in un fronte trasversale, oltre gli steccati di partito e schieramento. Già dal 2009, quattro anni prima che l’Italia recepisse la Convenzione di Istanbul, l’evoluzione della normativa in materia è stata tangibile.

Lo sa bene Mara Carfagna. Fu lei la “madre” della legge 38/2009 che ha introdotto nel Codice penale il reato di stalking o atti persecutori. Una rivoluzione per molte donne. «Abbiamo compiuto passi enormi sotto il profilo legislativo: ora abbiamo un complesso di leggi all’avanguardia in Occidente – afferma – e ricordo anche quelle contro i matrimoni forzati o in favore degli orfani di femminicidio. Sotto il profilo culturale stiamo faticando di più: la parità sancita dalla Costituzione resta un obiettivo e una speranza, non è ancora un dato di realtà».

Rischio di passi indietro?

Per Maria Cecilia Guerra, «prima di tutto oggi bisognerebbe evitare di fare passi indietro. Dal 2013 con la ratifica della Convenzione di Istanbul e la legge 119 che ne ha dato una prima attuazione e poi con i provvedimenti a seguire la consapevolezza che la violenza sulle donne è prevalentemente perpetrata all’interno delle mura domestiche e nelle relazioni affettive è cresciuta molto».

Ma Guerra, come altre parlamentari del campo largo e la rete dei centri antiviolenza, contesta «la strenua opposizione all’introduzione dell’educazione alle relazioni nelle scuole e lo stravolgimento della legge sul consenso inizialmente votata all’unanimità alla Camera, perché segnano invece una battuta d’arresto sul piano culturale, da un lato, e sulla possibilità di ottenere protezione nei processi, dall’altro, che è molto grave e preoccupante».

A suo avviso, bisognerebbe rendere più efficaci gli strumenti già previsti: «La donna che denuncia e ottiene l’allontanamento o il divieto di avvicinamento del partner violento non deve essere lasciata esposta al pericolo di vendette. Le donne con figli, che denunciano la violenza, non dovrebbero più rischiare di vedersi separate dai figli: giustizia penale e civile devono parlarsi con più efficacia e velocità, e la teoria assurda della alienazione parentale, in tutte le declinazioni che ne vengono date per aggirarne il divieto di applicazione, deve essere contrastata con forza.

Va poi presidiato e rilanciato il tema della formazione di tutti i soggetti che entrano a contatto con le donne che subiscono violenza e non sempre sanno come agire: magistrati, operatori sanitari e forze dell’ordine. Passi avanti notevoli sono stati comunque fatti anche in termini di analisi del rischio che è fondamentale come strumento di prevenzione».

Insistere sull’attuazione concreta

Elena Bonetti concorda: quelli approvati sinora «sono stati interventi importanti, che hanno rafforzato gli strumenti legislativi e operativi di contrasto alla violenza contro le donne. A questi si affiancano misure come il microcredito di libertà e il reddito di libertà, che ho voluto introdurre da ministra per sostenere l’indipendenza economica delle donne e contrastare anche la violenza economica. È una base significativa, ma bisogna insistere sull’attuazione concreta, sul coordinamento tra istituzioni e sul rafforzamento dei percorsi di autonomia».

Se le norme penali non bastano

Dell’attuazione come «prima sfida» parla anche Maria Elena Boschi, ricordando che risale al 2015 (Governo Renzi) il primo Piano nazionale anti violenza. Bene tutti gli avanzamenti, fino alla legge «votata da tutti che ha trasformato il femmicidio da aggravante a reato autonomo», ma «le norme penali, da sole, non salvano le donne se da un lato non c’è certezza della pena e dall’altro soprattutto non c’è un cambio culturale, se non funzionano prevenzione, formazione e protezione concreta».

«Noi grazie a una proposta di Lucia Annibali abbiamo introdotto il reddito di liberta per le donne vittime di violenza e investito molto nella formazione degli operatori dai pronto soccorso, alle forze dell’ordine», aggiunge la deputata.

Che cosa manca? Andare ancora avanti, come «in una sorta di passaggio di testimone in una staffetta per avvicinarsi alla meta». Dunque «un grande investimento culturale, a partire dalle scuole. Servono sì i braccialetti elettronici, ma servono anche i libri, l’educazione, la prevenzione. Invece il Governo Meloni sembra andare in direzione ostinata e contraria.

Aumentano i reati, aumentano le pene, ma si impedisce l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Un atteggiamento miope quando è l’Istat che ci ricorda che quasi il 14% dei giovani pensa che un no possa significare sì. Purtroppo non sempre le famiglie sono in grado di fornire ai ragazzi strumenti adeguati e loro finiscono per “disinformarsi” su internet. Peggio ancora in alcuni casi le famiglie stesse sono modelli tossici sbagliati di rapporti uomo-donna».

La lunga marcia contro le penalizzazioni sul lavoro

Se sulla lotta alla violenza si dibatte, ma si ottengono anche risultati almeno in termini di convergenza tra le forze politiche e conseguente produzione normativa, sul lavoro femminile i miglioramenti sono molto più lenti.

Lo riconosce Carfagna: «Credo che su lavoro, servizi alle madri lavoratrici e parità salariale ci sia ancora moltissimo da fare. Da ministra del Sud ho introdotto e finanziato il primo Lep italiano, quello sugli asili nido, con l’obbligo di aprire 33 posti ogni 100 bambini residenti in ogni singolo Comune. Ne sono orgogliosa, ma ora si deve vigilare sulla sua realizzazione. Allo stesso modo, le nuove norme europee sulla parità salariale devono essere utilizzate fino in fondo per affrontare e risolvere il gender gap in busta paga».

Servizi alle madri e congedi: i nodi irrisolti

«Conoscere e superare i divari di genere dovrebbe essere obiettivo di tutte le politiche pubbliche, eppure il bilancio di genere relativo al 2024 non è ancora stato licenziato dal ministero dell’Economia», punge Guerra, che da sottosegretaria al Mef aveva promosso attivamente la redazione del documento.

Cruciale rimane il tema dei servizi. «Alcuni importanti passi sono stati fatti con il piano asili nido nel Pnrr, che poi è stato purtroppo ridimensionato. Nella discussione sui Lep bisognerebbe porre come prioritario il tema del tempo pieno a scuola. Si continua a rimandare l’attuazione della legge delega sulla non autosufficienza, altro ambito di “cura” che altrimenti grava pesantemente sulle spalle delle donne».

La condivisione del lavoro gratuito di cura è, forse, il nodo principale. Per la deputata dem, «potrebbe essere favorita dall’introduzione del congedo di maternità e paternità di cinque mesi obbligatorio e paritario al 100%, proposto dalle opposizioni e bocciato in questi giorni alla Camera senza che vi sia stata alcuna possibilità di confronto (bocciato per motivi di copertura finanziaria, ndr).

Il Governo Meloni ha giustamente innalzato dal 60 all’80% la copertura per tre mesi di congedo parentale, ma non ha accettato di vincolare questo aumento a una fruizione paritaria anche di questi congedi. Eppure i dati dell’Inps usciti in questi giorni ci dicono che di questi congedi solo il 15% sono attualmente fruiti dai padri».

Le difficoltà per aumentare le assunzioni di donne

Guerra ammette che «vanno valutati con prudenza gli strumenti a favore delle assunzioni di donne. Sono favorevole alle premialità negli appalti a sostegno dell’occupazione femminile introdotte dal Pnrr, che però sono state di fatto annullate dalle deroghe successivamente ammesse. Le decontribuzioni invece sono un’arma a doppio taglio, in quanto spesso alimentano la segregazione delle donne sul lavoro rendendone possibile l’assunzione a bassi costi in settori poco qualificati e poco pagati».

La strada, a suo avviso, dovrebbe essere quella di «dare seguito alla proposta di legge del Pd che disciplina il part time, come scelta volontaria e reversibile, e di tutto il campo largo sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. «In un’ottica di genere – afferma – tutti i temi relativi ai tempi del lavoro sono cruciali: il diritto alla disconnessione, il disincentivo, e non come adesso previsto in alcuni settori, l’incentivo al lavoro straordinario, ecc.

Va inoltre totalmente rivista la modalità proposta dal governo per il recepimento della direttiva sulla trasparenza salariale che, nella formulazione proposta, legittima lo status quo, come se le categorie professionali utilizzate nella contrattazione pubblica e privata, non avessero spesso un connotato di discriminazione indiretta di genere piuttosto rilevante».

Il Family Act e l’esigenza di un approccio multidimensionale

Tra le criticità, c’è sicuramente quella di una frammentazione delle politiche per le donne che spesso impedisce una visione unitaria. Bonetti aveva tentato di superarla varando da ministra la prima Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026, basata su cinque pilastri: Lavoro, Reddito, Competenze, Tempo, Potere.

Forse l’unico tentativo di approccio multidimensionale al tema delle pari opportunità, da cui era nato il Family Act. «Purtroppo – dice – non si è proseguito con l’impianto sistemico che avevamo voluto imprimere. Alcune misure di attuazione erano già state impostate, altre introdotte, ma l’assenza di azioni realmente integrate ha fatto mancare parte degli obiettivi.

Il tasso di occupazione femminile ha raggiunto livelli storicamente alti, ma nello stesso tempo è aumentato il gap salariale. Ora serve una verifica puntuale dei target e, su quella base, costruire una nuova strategia. Il metodo — approccio integrato, obiettivi misurabili, indicatori chiari — resta la novità più rilevante che abbiamo introdotto per la prima volta nel sistema legislativo del Paese e va mantenuto».

Anche perché dalla commissione d’inchiesta sulla transizione demografica – continua la deputata – «emerge con chiarezza che il lavoro femminile e l’autonomia dei giovani sono assi strategici per contrastare il declino demografico. Vanno rafforzati e completati gli strumenti per aumentare l’occupazione delle donne — dalla certificazione per la parità di genere per le imprese ai servizi educativi — e va attivata una politica organica per i giovani: formazione qualificata, aumento dei salari, autonomia abitativa. Senza queste condizioni, la libertà di scelta sulla genitorialità resta solo formale».

Senza continuità le politiche falliscono

Da sottosegretaria a Palazzo Chigi con delega alle Pari opportunità nel 2017 Boschi aveva presieduto il primo G7 Pari opportunità a Taormina, dove fu sottoscritto l’impegno per i Governi a ridurre del 25% entro il 2025 il divario per l’accesso al lavoro delle donne. Che cosa abbiamo sbagliato? «A Taormina – ricorda – affrontammo vari temi, dal contrasto alla violenza di genere, alle Stem, dall’empowerment femminile al bilanciamento vita-lavoro.

Ridurre del 25% il divario nell’accesso al lavoro tra uomini e donne non era uno slogan, era una scelta politica. Negli anni dei nostri Governi abbiamo esteso il congedo obbligatorio per i padri, ampliato i congedi parentali, dato un giro di vite su dimissioni in bianco, investito sugli asili nido, sostenuto il welfare aziendale, messo al centro l’imprenditoria e l’occupazione femminile come leva di crescita. Che cosa non ha funzionato?

Negli anni successivi non è stata data continuità a quelle politiche. Sarebbe stato necessario lavorare per avere servizi strutturali, nidi accessibili in tutto il Paese, tempo pieno scolastico diffuso, parità salariale effettiva».

A questo avrebbe dovuto servire, almeno nelle intenzioni sulla carta, il Family Act, misura «nata alla Leopolda» – tiene a sottolineare Boschi – e diventata legge (n. 32/2022) con un voto trasversale. «Teneva insieme misure strutturali per il sostegno alla natalità, per promuovere l’occupazione femminile e la parità tra donne e uomini nel mondo del lavoro», spiega Boschi, che condivide il rammarico per quello che definisce «affossamento» della legge sui congedi paritari («Alla fine, il carico di lavoro familiare resta in larghissima parte sulle spalle delle donne, si tratti di accogliere un figlio o prendersi cura di un familiare non autosufficiente») e accusa l’Esecutivo Meloni di aver «messo nel cassetto il Family Act: così l’occupazione femminile resta bloccata al 53% e non è solo un dato statistico, è un limite alla libertà delle donne e alla competitività dell’Italia.

Se vogliamo imprimere una svolta, dobbiamo considerare il lavoro femminile una priorità economica nazionale, non una rinvendicazione – seppur legittima – di una parte».

La scommessa governativa sui centri per la famiglia

La difesa dell’attuale ministra Roccella è nota: la legge delega sul Family Act non aveva coperture finanziarie e quando è stata approvata di fatto era una «scatola vuota». Il Governo rivendica di aver messo al centro la famiglia come mai avvenuto prima, sia con i miliardi stanziati in legge di bilancio (l’ultima vale quasi 1,6 miliardi tra bonus madri lavoratrici e nuovi nati e aumenti della franchigia sul valore della prima casa ai fini Isee) sia con la rivitalizzazione dei Centri per la famiglia nei programmi nazionali come hub territoriali per sostenere i genitori.

Fino a poco tempo queste strutture non avevano alcuna funzione riconosciuta e finanziata a livello nazionale, ma con il decreto Caivano (Dl 123/2023) all’articolo 14 sono state indicate come responsabili dei programmi di alfabetizzazione digitale e mediatica a tutela dei minori. Un primo riparto a loro favore di 28,7 milioni è già stato approvato, altri 55 milioni sono stati assegnati alle Regioni con un avviso dello scorso agosto.

È la risposta del centrodestra ai consultori, pensati negli anni Settanta come presidi per promuovere la salute sessuale e riproduttiva di donne e ragazze e nel tempo progressivamente indeboliti. Era l’Italia delle lotte per l’autodeterminazione delle donne, ma anche quella in cui, dopo il picco, il tasso di fecondità ha iniziato a scendere sotto la soglia di rimpiazzo (due figli per donna). Fino alla catastrofe attuale, con un tasso arrivato a 1,18 figli per donna e lo scettro della disillusione in Europa.

Ricette facili non esistono e si vedrà soltanto con il tempo se la strategia attuale darà i suoi frutti. Ma irrobustire le donne sul lavoro, combattere discriminazioni e stereotipi, significa rafforzare la loro indipendenza. E aiutarle anche nel perseguire i loro eventuali desideri di maternità. Sempre che la società tutta, al di là della politica, sappia davvero accogliere e sostenere le madri e i più piccoli, non solo a parole.

MARIA ELENA BOSCHI POLITICO, MARA CARFAGNA POLITICO (IMAGOECONOMICA)(MARIA ELENA BOSCHI POLITICO, MARA CARFAGNA POLITICO – IMAGOECONOMICA)

Dalla maternità alla pensione: come il sistema penalizza il lavoro femminile (ilsole24ore.com)

Italia

Il Rendiconto dell’INPS evidenzia forti squilibri: occupazione femminile al 53,3%, gap salariale oltre il 25% e pensioni fino al 46% più basse

In Italia il potere continua ad assomigliare a un club esclusivo per uomini. A certificarlo non è una valutazione ideologica, ma i numeri del Rendiconto di genere dell’INPS, che fotografano un sistema economico e sociale ancora profondamente sbilanciato.

Il primo indicatore è il mercato del lavoro. Il tasso di occupazione femminile si ferma al 53,3%, a fronte del 71,1% maschile. Un divario di quasi 18 punti percentuali che colloca l’Italia stabilmente in fondo alle classifiche europee. Ancora più significativo è il dato sull’inattività: oltre il 42% delle donne non solo non lavora, ma ha anche smesso di cercare un impiego. Una rinuncia che affonda le radici in fattori culturali e strutturali: la persistente aspettativa sociale che assegna alle donne il ruolo primario di madri e caregiver e la cronica carenza di servizi pubblici adeguati a sostenere le famiglie.

La carenza dei servizi

Il nodo dei servizi per l’infanzia resta emblematico. Secondo gli ultimi dati disponibili, ogni 100 bambini tra zero e due anni, in Campania sono disponibili appena 13 posti negli asili nido, in Sicilia 14. Numeri che rendono evidente come l’accesso al lavoro, per molte madri, sia di fatto ostacolato dalla mancanza di infrastrutture sociali.

Quando le donne riescono a entrare nel mercato del lavoro, la marginalità assume altre forme. Il 74% delle persone impiegate con voucher o contratti di lavoro occasionale è donna. Una concentrazione che segnala una maggiore esposizione alla precarietà e alla discontinuità contributiva, con effetti che si trascinano lungo tutto l’arco della vita professionale.

Il divario si amplia sul fronte retributivo e di carriera. Nel settore privato, il gap salariale supera il 25%. Non si tratta soltanto di stipendi più bassi, ma di un vero e proprio “scippo” di opportunità di crescita. Lo squilibrio nelle posizioni apicali è evidente: appena il 22% dei dirigenti a tempo indeterminato è donna. La rappresentanza femminile ai vertici rimane dunque minoritaria, confermando una struttura decisionale prevalentemente maschile.

Le conseguenze si riflettono anche sul sistema pensionistico. Le donne, più spesso impegnate in carriere discontinue o part-time e gravate dal lavoro di cura non retribuito, percepiscono pensioni di vecchiaia fino al 46% inferiori rispetto a quelle degli uomini. Un divario che traduce in termini economici il peso della divisione sessuale del lavoro e della mancata valorizzazione della cura.

Il sistema di potere

Il modello di potere dominante premia ancora logiche di comando verticale e competitività aggressiva, visibili tanto nelle dinamiche aziendali quanto negli assetti istituzionali e nei recenti equilibri della geopolitica internazionale. In questo contesto, l’accesso delle donne ai vertici appare spesso subordinato all’adeguamento a un sistema di valori già definito.

Il punto, tuttavia, non è soltanto aumentare la presenza femminile nelle stanze dei bottoni. I dati suggeriscono che il nodo strutturale risiede nel modello stesso: un sistema che continua a reggersi su una divisione del lavoro che scarica sulle donne il costo della riproduzione sociale, mentre il lavoro di cura resta in larga parte invisibile e non remunerato.

La neutralità, anche nelle politiche di spesa pubblica, si rivela una finzione: nessun euro investito è realmente neutro rispetto al genere. Il potere economico e istituzionale odierno si fonda anche su questo squilibrio strutturale. Metterne in discussione le basi non è più solo una questione di equità, ma di sostenibilità del sistema Paese.

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