L’ex capo del controspionaggio italiano Marco Mancini avverte: i servizi russi continuano a operare in Italia, puntando sulle aziende strategiche della difesa e della cyber security. «Le aziende leader nella difesa, con uffici anche a Bruxelles, sono oggi l’obiettivo primario dei servizi russi». E aggiunge: «Da mie informazioni, sarebbe attiva una figura che si è formata in Italia, a Urbino, e oggi dal Regno Unito, dove abita, sta lavorando al reclutamento di figure italiane di primo piano attive in aziende importantissime per la strategia nazionale in ambito difesa e cyber security».
Mancini, qual è oggi lo stato della penetrazione russa in Italia?
«Analizzando fatti avvenuti dal 1985-1986 in poi, si vede come ci sia sempre stata un’attività condotta dai servizi segreti russi in Europa e soprattutto in Italia. Negli anni Novanta, il controspionaggio italiano neutralizzò una cellula importante presente al consolato russo di Milano, capeggiata dal tenente colonnello dell’SVR Surov, che tentava di acquisire un dispositivo altamente classificato in uso alla difesa europea. L’operazione si concluse con l’espulsione di cinque spie. È la dimostrazione della costante attività dei servizi russi nel nostro Paese».![]()
Ci sono stati altri casi significativi?
«Potrei citare Walter Biot, ma anche il tentativo di penetrare il Quartier Generale Nato di Napoli. E ricordo il tentativo del GRU di eliminare Skripal’ in Inghilterra: le persone individuate come probabili autori passarono dall’Italia. Come anche la figura che, avendo studiato a Urbino, oggi opera da Bordon, in Uk. Per molto tempo l’Italia è stata all’avanguardia nel controspionaggio e nei primi anni Duemila offriva informazioni molto dettagliate sulla presenza di agenti russi in Europa».
Che cosa sta facendo oggi l’intelligence russa?
«Sta provocando l’Europa. L’obiettivo è disarticolare una concentrazione di idee e forze e rifare una sorta di controspionaggio europeo. Non vuole un’Europa unita perché tutta l’Europa insieme sarebbe molto più forte della Russia. Se si dissocia la volontà di Putin dai servizi segreti russi non si capisce la forza, la penetrazione e il pericolo di questi servizi».
Siamo particolarmente esposta anche sul terreno cyber?
«L’Italia è uno dei Paesi più esposti agli attacchi informatici. Molti, a mio giudizio, provengono dalla Russia. Questo non significa necessariamente che provengano da un sito russo: possono partire da un altro Paese, ma hanno una matrice statuale russa e una disposizione diretta».
Come avviene il reclutamento?
«Pongo io una domanda: come mai i servizi segreti russi riescono ad avvicinare, e a volte a reclutare, persone che fanno parte delle istituzioni? Nel caso di Walter Biot, a Mosca sapevano che maneggiava segreti di Stato e che era disponibile a collaborare. Questo vuol dire che c’è una tale penetrazione all’interno dell’Italia per fare lo screening su chi potenzialmente può essere reclutato che noi non abbiamo idea. È per questo che dobbiamo stare ancora più attenti e la maglia deve essere ancora più fitta».
Lei parla di una minaccia tuttora attiva?
«Quando hai un nemico, lo devi controllare. Se hai le prove che sta tentando di rubare un dispositivo classificato, lo prendi e mandi via tutto il pacchetto. Ma se mandi via persone indiscriminatamente, ne arrivano altre che non conosci e devi raddoppiare il controspionaggio per controllarle. Noi siamo perennemente sotto osservazione e sotto il mirino dei servizi segreti russi».
Giuseppe Conte, oggi contrario agli aiuti all’Ucraina, aveva permesso a centoventi russi di scorrazzare, durante il Covid, da Pratica di Mare a Brescia…
«Le catastrofi – e tra queste, le pandemie – aprono sempre varchi utili a lanciare operazioni di penetrazione. Tra quei 120 russi mi risultano esserci stati numerosi agenti dell’intelligence, farli entrare è stato un errore. D’altronde ogni paese europeo che aiuta l’Ucraina subisce le ostilità di Mosca».
E le aziende italiane della difesa subiscono attenzioni, diciamo così, improprie?
«I tentativi di penetrazione e di reclutamento sono diretti soprattutto in alcune delle nostre aziende, molto forti per know how e riconosciute nell’ambito della difesa. Parlo di aziende leader in Italia, in Europa e nel mondo, con uffici e dipendenti anche a Bruxelles. Credo che queste siano oggi l’obiettivo di ricerca primario dei servizi segreti russi: puntano ad acquisire informazioni penetrandole».
Diceva, inizialmente, che c’è un’attività di reclutamento ostile che la preoccupa?
«Sarebbe attiva una figura che si è formata in Italia, a Urbino, e oggi da Bordon, nel Regno Unito, tra l’altro non distante da una base della Raf, sta lavorando al reclutamento di figure italiane di primo piano in aziende importantissime per la strategia nazionale in ambito difesa e cyber security».
Lei teneva particolarmente monitorata la minaccia russa, quando era in servizio?
«Fino a che ho potuto. Fino al giorno in cui Report non è intervenuto, mostrando la mia foto e rivelando la mia identità con una operazione dai contorni ancora tutta da chiarire».
È possibile ottenere una semplice tabella che indichi quanti agenti di Polizia sono presenti, provincia per provincia, in Italia? No. L’ho detto al ministro Piantedosi attraverso un’interrogazione parlamentare, ma ancora una volta ci sono stati forniti dati aggregati. E questo a fronte di numeri ufficiali messi nero su bianco che evidenziano un calo delle assunzioni degli agenti di Polizia: infatti, secondo il Piano integrato di attività e organizzazione del Ministero degli Interni, al 31 dicembre 2025, l’organico della Polizia di Stato è di 96.186 unità. Il dato più basso degli ultimi 13 anni.
Il governo usa toni trionfalistici rivendicando nuove assunzioni sui territori, ma viene smentito dai dati: nel 2022 gli agenti di Polizia in servizio erano 97.797, nel 2023 erano 99.137, nel 2024 di nuovo in diminuzione a 97.931 unità fino al dato del 2025. Il ministro, inoltre, risponde annunciando numeri che riguardano tutte le forze dell’Ordine ma non entra nel merito della domanda.
Dopo l’ultima interpellanza sul tema, ho provveduto a fare una richiesta di accesso agli atti per chiedere il dato delle presenze disaggregato provincia per provincia. L’accesso è stato negato e mi è stato detto formalmente di procedere attraverso un’interrogazione. L’ho fatto oggi, ma è sorprendente che le risposte siano sempre le stesse ovvero quelle con dati aggregati. Vogliamo sapere dove c’è stato un calo, in quali città e in quali province: è una questione di trasparenza e la trasparenza va data ai cittadini italiani. Per questo continueremo a fare centinaia di interrogazioni e a chiedere conto al titolare del Ministero dell’Interno.