Poco più di un anno fa, Volodymyr Zelensky era stato aggredito e cacciato dallo Studio Ovale da Donald Trump.
Era il 28 febbraio 2025, e probabilmente nessuno si era ancora reso conto fino in fondo che quel giorno avrebbe segnato un ribaltamento della politica internazionale quanto il 24 febbraio del 2022.
La scenata di cui era stato vittima il presidente ucraino non era un incidente di percorso né un inciampo diplomatico: era la rappresentazione del sistema nel quale la nuova amministrazione americana si stava preparando a vivere, e a far vivere, mezzo mondo.
Un anno dopo, tra nuove guerre scoppiate e vecchi dittatori rovesciati, Trump torna a ripetere il suo mantra su Zelensky che si deve piegare a Mosca: cedere territori che non ha nemmeno perso, consegnare centinaia di migliaia di ucraini alla dittatura di Vladimir Putin, sottostare alle condizioni del Cremlino, una delle quali è proprio quella di cambiare leader (e si presume linea politica) a Kyiv.
Tutto sembra essere cambiato, ma nella guerra della Russia contro l’Ucraina, Trump continua a prestare ascolto alle ragioni della prima e ritenere che sia la seconda a “non avere le carte”. Ormai perfino l’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff, probabilmente il trumpiano più empatico nei confronti dei russi, parla prudentemente di un progresso da attendersi nelle “prossime settimane”, e non nei prossimi minuti, voci da Kyiv sostengono che Trump avesse di nuovo posto a Zelensky una scadenza per firmare la tregua con Mosca: entro la fine di marzo, pena conseguenze pesanti.
La differenza però, rispetto a un anno fa, è che spaventare Kyiv oggi è molto più difficile. Sulle rovine fumanti del diritto internazionali, in mezzo a quella che molti temono sia l’inizio di una guerra mondiale, Zelensky non solo resiste, ma ha anche delle “carte” da giocare come un interlocutore indispensabile per il conflitto in Medio Oriente, cercato da americani e inglesi per contrastare quei droni iraniani che gli ucraini hanno imparato ad abbattere come nessuno al mondo.
Nel grande disordine di Trump, l’Ucraina ha smesso di essere solo una questuante e una vittima: è al centro del risveglio strategico dell’Europa, e possiede un know how unico al mondo nell’arte della guerra automatizzata. Questo spiega anche l’alzata di tono con la quale Zelensky ha replicato ai ricatto di Viktor Orban, facendosi per la prima volta sgridare anche da Bruxelles.
Potrebbe anzi essere proprio questo il motivo per cui Trump è tornato a premere su Zelensky in pubblico: Orban è il suo uomo in Europa, ed è plausibile che cerchi di bloccare gli aiuti all’Ucraina anche con il consenso di Washington. Dove si ritiene che “chi dipende da loro deve stare zitto e non comportarsi da signori del proprio destino”, scrive il politologo Viktor Andrusiv, che prevede un “giro di negoziati molto duro” con gli americani, che vorranno la resa del Donbas e probabilmente anche un nuovo leader a Kyiv.
Ma dopo quattro anni di guerra contro Putin, di cui uno in compagnia di Trump, Kyiv pensa di aver imparato a sopravvivere in un mondo sottosopra. È vero, per esempio, che la Russia potrebbe ottenere una boccata di ossigeno insperata, grazie all’incremento del prezzo del gas e del petrolio, e all’esenzione di 30 giorni che Washington ha appena concesso alle sanzioni contro la vendita del greggio russo all’India. Nello stesso tempo il Washington Post sostiene che, dopo aver decapitato i regimi del Venezuela e dell’Iran, principali fornitori di petrolio alla Cina, Trump vorrà imporre a Xi Jinping di fare il pieno del greggio americano.
Ed è difficile che Teheran possa mandare a Putin nuovi droni da utilizzare in Ucraina.





