Meloni gioca la carta dei bimbi nel bosco: «Toghe fuori controllo» (ildubbio.news)

di Mauro Bazzucchi

Speculazioni

Dopo la decisione dei giudici di allontanare la madre dei minori dalla casa famiglia, la premier attacca frontalmente la magistratura, pensando al referendum

L’affondo arriva sui social, con parole pesanti e un bersaglio preciso: la magistratura. Nel pieno della campagna per il referendum sulla riforma della giustiziaGiorgia Meloni sceglie di intervenire direttamente sulla vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”, la coppia alla quale il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha tolto temporaneamente la tutela dei figli, decidendo di allontanare la madre dalla casa famiglia alla quale i due minori sono stati assegnati. Un caso delicatissimo, che riguarda le decisioni assunte dai giudici in materia di tutela dei minorenni, ma che la presidente del Consiglio trasforma in un nuovo capitolo dello scontro politico con le toghe.

Il punto di partenza, come detto, è l’ultima decisione dei giudici, alla quale, dopo qualche ora, è seguito un lungo post pubblicato sui social, nel quale la premier esprime sconcerto per gli sviluppi della vicenda. «Le ultime notizie che riguardano la famiglia Trevallion, la ‘famiglia nel bosco’, mi lasciano senza parole», scrive Meloni, ricordando che dopo l’affidamento dei tre bambini ai servizi sociali e il collocamento in una casa-famiglia, il tribunale avrebbe deciso di allontanare anche la madre dalla struttura protetta dove poteva restare insieme ai figli. Una scelta che, secondo la leader di Fratelli d’Italia, «infligge ai bambini un ulteriore, pesantissimo trauma, dopo la separazione dal padre».

Il cuore dell’intervento è una critica durissima alle decisioni dei giudici.

Meloni parla apertamente di una «assurda concatenazione di decisioni dal chiaro tenore ideologico», mettendo in discussione il presupposto stesso dell’intervento della magistratura minorile. «Il compito dei Tribunali per i Minorenni è quello di tutelare i bambini e gli adolescenti di fronte ai casi di maltrattamento, abuso o abbandono, agendo nel superiore interesse del minore», scrive.

Ma, aggiunge subito dopo, «dove sarebbe il superiore interesse del minore, quando dei bambini vengono allontanati dal padre, poi dalla madre, per stare mesi e mesi in una casa-famiglia, sempre più soli, perché i giudici del Tribunale dei Minorenni non condividono lo stile di vita della famiglia?».

Il passaggio più politico arriva poco dopo, quando la presidente del Consiglio affonda il colpo: «Non è compito della giustizia, e dello Stato in generale, sostituirsi ai genitori, decidere come vadano educati i figli, imporre uno stile di vita fondato su standard che sono chiaramente ideologici. Perché i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e uno Stato che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti». Il messaggio politico è chiaro.

La vicenda della famiglia Trevallion diventa l’occasione per rilanciare l’offensiva contro quella che la destra definisce da anni una magistratura “ideologizzata”.

Non a caso Meloni richiama anche l’intervento dell’Autorità garante dell’infanzia e dell’adolescenza, che avrebbe chiesto la sospensione del provvedimento di trasferimento dei bambini, sottolineando come le perizie indipendenti avrebbero già segnalato «uno stato di disagio e sofferenza» dei minori. «Queste decisioni del Tribunale stanno migliorando o peggiorando le condizioni di questi bambini? È lecito domandarselo», conclude la premier.

Al di là del merito specifico del caso, che riguarda un procedimento di diritto minorile e quindi una materia molto distante dai contenuti della riforma Nordio, l’intervento della presidente del Consiglio ha un evidente valore politico. Il referendum del 22 e 23 marzo riguarda infatti la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e la riforma degli organi di autogoverno della magistratura, non certo le decisioni dei tribunali per i minorenni. Ma nella fase finale della campagna elettorale la strategia del governo sembra sempre più orientata a spostare il confronto sul terreno dello scontro tra politica e toghe.

In questo senso il post della premier rappresenta la conferma che Meloni ha ormai rotto ogni indugio. Dopo settimane di prudenza, nelle quali aveva evitato di trasformare il referendum in un plebiscito politico, la presidente del Consiglio sembra aver scelto di guidare il rush finale della campagna con uno stile molto più aggressivo.

L’obiettivo è parlare direttamente all’opinione pubblica, facendo leva su casi simbolici che alimentano la percezione di una magistratura invadente o ideologicamente orientata.

Una scelta che riflette anche le indicazioni provenienti dai sondaggi, secondo i quali i No alla riforma sono in rimonta e avrebbero superato i Sì. In questo contesto, trasformare il referendum in uno scontro frontale con le toghe potrebbe essere il modo più efficace per mobilitare l’elettorato del centrodestra.

Soprattutto in una fase in cui l’apporto dei partiti di centrodestra appare latitare, soprattutto sul versante leghista.

Giorgia Meloni

Melania presiede il Consiglio di Sicurezza Onu: parla di bambini, ma senza citare la guerra in Iran (repubblica.it)

È la prima volta di una First lady.

Il discorso all’organismo della Nazioni Unite, a cui il marito Donald Trump ha tagliato i fondi per le Agenzie che si occupano di infanzia. L’imbarazzo di alcuni rappresentanti, mentre la vice segretaria Di Carlo cita la strage delle alunne nel sud della Repubblica islamica.

“Il conflitto nasce dall’ignoranza; la conoscenza crea comprensione, sostituendo la paura con la pace e l’unità”. Così ha esordito Melania Trump, prima First lady a presiedere il Consiglio di sicurezza nella storia dell’Onu, all’inizio del mese di marzo in cui gli Usa assumo la presidenza dell’organismo. La First lady è arrivata al quartier generale delle Nazioni Unite in un corteo di auto ed è stata accolta dal segretario generale Onu, Antonio Guterres. Ha stretto la mano a ciascuno dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza e ha posato per una foto di gruppo.

Gli Stati Uniti hanno scelto come tema della riunione i bambini, la tecnologia e l’istruzione nei conflitti. Melania ha invitato la comunità internazionale ad abbracciare la sfida dell’intelligenza artificiale che “sta democratizzando la conoscenza, un tempo confinata nelle biblioteche universitarie”, poi ha aggiunto: “Gli Stati Uniti sono al fianco di tutti i bambini del mondo. Spero che presto la pace sia con voi“, ha dichiarato Melania, a pochi giorni dall’inizio dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran.

”Alle famiglie che hanno perso i loro eroi che hanno sacrificato la loro vita per la libertà, il loro coraggio e la loro dedizione, dico che non saranno dimenticati”, ha detto, riferendosi, senza citarle concretamente, alle prime vittime americane nella guerra in Medio Oriente.

Melania, quindi, non ha fatto riferimento esplicito nel suo intervento alla guerra scatenata dal marito Donald Trump e da Israele con i raid sull’Iran. La First lady, tra l’imbarazzo di qualche rappresentate di altri Paesi, ha parlato della necessità di proteggere i bambini e il loro accesso all’istruzione e alla tecnologia nei conflitti, mentre l’amministrazione guidata dal marito Donald ha tagliato i fondi a numerose Agenzie delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali che si occupano di questi temi.

Sugli effetti della guerra è stata invece più esplicita la vice Segretaria Generale dell’Onu Rosemary DiCarlo, che ha reso “omaggio” alla First lady e al “suo impegno”, poi ha raccontano degli effetti devastanti dell’ultima guerra davanti a un impassibile Melania: “Siamo a conoscenza delle notizie relative alle vittime nella scuola femminile in Iran – ha detto – e alle difficoltà che stanno avendo i bambini a causa dalle rappresaglie iraniane nei Paesi della Regione”.

“Negli ultimi due giorni ci è stata ricordata questa verità”, ha detto al Consiglio di Sicurezza. “Le scuole in Israele, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Oman hanno chiuso e sono passate alla didattica a distanza a causa delle operazioni militari in corso nella regione”, ha affermato, mentre “notizie provenienti dall’Iran parlano della morte di decine di bambine, a seguito di un attacco che avrebbe colpito una scuola elementare”.

(afp)

L’Iran, l’Ucraina e il destino della forza maggiore (ilfoglio.it)

di Adriano Sofri

Piccola posta

Il calibro della guerra mediorientale, che è arrivata dalle acque dello Sri Lanka a quelle di Cipro, ha surclassato quello dell’invasione russa di Kyiv.

Ma spostare lo sguardo dove c’è più rumore significa lasciare, come ha scritto Nello Scavo, “che l’Ucraina diventi un rumore di sottofondo”

Guerra russa all’Ucraina e guerra mediorientale, che ancora si fanno concorrenza, diventeranno una cosa sola? Per economia, almeno? L’abominevole Trump ha vantato martedì di disporre – “mi è stato riferito” – di una scorta di armi “praticamente illimitata”. Sicché “le guerre possono essere combattute all’infinito”.

Però, per non perdere l’abitudine, ha di nuovo lamentato che “Sleepy Joe Biden ha speso tutto il suo tempo e il denaro del nostro paese regalando tutto a P.T. Barnum (Zelensky!) dell’Ucraina – per un valore di centinaia di miliardi di dollari – e, mentre ha dato via così tanto delle armi più sofisticate (GRATIS!), non si è preoccupato di sostituirlo”.

(Gli riassesta il soprannome di Barnum, che peraltro non fu un pagliaccio di circo ma un grande imprenditore). Forse non si accontenterà di non passare più armi, nemmeno a pagamento, all’Ucraina, ed esigerà che gliele restituiscano, come il ragazzino padrone del pallone. Ha anche ripetuto il ritornello secondo cui la pace in Ucraina lui l’avrebbe fatta da tempo, se non fosse per il “terribile odio” che divide Zelensky e Putin.

Detta e ribadita così, poiché nessuno può immaginare che Putin si dimetta per favorire la pace, la frase vuol dire soltanto una cosa, quella opposta: che se si dimettesse Zelensky la pace diventerebbe possibile. Un’altra ordinaria infamia, che certo non sfugge a Zelensky, il quale ha scelto dal primo Studio Ovale in poi di fare orecchio di mercante. (A mercante simile!)

Tuttavia il problema esiste. Ancora martedì, il Corriere ha pubblicato due pagine di intervista di Lorenzo Cremonesi a Zelensky, molto interessanti. Solo in fondo Cremonesi solleva il problema più delicato: “Si candiderà alle elezioni?” Zelensky risponde eludendo: “La questione vera è: quando potremo avere le elezioni?

Di sicuro saranno dopo la fine della guerra e non durante un cessate il fuoco temporaneo. E non sono affatto sicuro che mi candiderò, vedrò cosa vorranno gli ucraini”. Risposta variabile, che altre volte aveva evocato due mesi di tregua per tenere le elezioni e questa volta rinvia alle calende greche, ma anche a un esonero dalla decisione propria, in omaggio alla ipotetica volontà degli ucraini.

Ho pensato da tempo, al riparo della piena irrilevanza delle mie opinioni, che comunicando di rinunciare alla ricandidatura Zelensky avrebbe sgombrato il campo interno dal sospetto di un suo attaccamento al potere, e avrebbe avuto mani e mente più libere sulle scelte decisive che incombono. La risposta a Cremonesi può invece far temere che le sue scelte vengano condizionate da un calcolo sulle conseguenze elettorali.

Intanto, il calibro della guerra all’Iran, che è arrivata dalle acque dello Sri Lanka a quelle di Cipro, ha surclassato quello dell’Ucraina. Da dove ieri scriveva Nello Scavo per l’Avvenire: “Da quando la guerra è deflagrata in tutto il Medio Oriente, nelle retrovie d’Europa si è rimessa in moto la più antica delle tentazioni: cambiare canale. Spostare lo sguardo dove l’incendio fa più rumore, dove le immagini sono più ’nuove’. E lasciare che l’Ucraina diventi un rumore di sottofondo, una sirena lontana, un’abitudine.

E’ in quel momento che una guerra smette di essere un fatto e diventa un destino”. Così, la forza del destino. Il destino della forza maggiore.

Un’ora da Sánchez (corriere.it)

di Massimo Gramellini

Il caffè

Chi non vorrebbe vivere un’ora da Sánchez per poter sbattere in faccia all’omaccione di Stato quello che tutti pensano di lui.

Che sta giocando alla roulette russa con le nostre vite. Che si può essere amici degli americani senza diventarne servi. E che la violenza fuorilegge resta un crimine, anche se usata contro i tiranni iraniani.

Sì, un’ora da hombre vertical. Un’ora e un quarto, magari, così da avere il tempo di dire a Trump quel che si merita senza preoccuparsi delle conseguenze, e rivendicandolo addirittura: «Noi non saremo tuoi complici solo per paura delle tue rappresaglie». Purtroppo, in una giornata, di ore ce ne sono altre ventitré. E lì, se non hai frequentato corsi accelerati da eroe, è un attimo che ti ritrovi a essere Merz.

Cioè un prosaico che su Trump ha maturato opinioni altrettanto sgradevoli (da come lo guarda, anzi non lo guarda, si capisce che nutre una ripulsa fisica nei suoi confronti). Eppure, seduto nello Studio Ovale sulla poltrona delle umiliazioni che fu di Zelensky, sta attento a non lasciar trapelare il suo disgusto e rimane zitto persino quando il bullo si mette a sparlare degli altri europei.

È che Merz non si preoccupa della gloria, ma degli affari: suoi e del popolo tedesco. E gli affari gli impongono di non contraddire il bullo finché è forte, pronto naturalmente a voltargli le spalle appena smetterà di esserlo.

La famosa realpolitik che governa il mondo «H24». Anzi, 23: un’ora da Sánchez lasciatemela sognare.