Tra casi di adozioni illegali, cambi di identità
e cittadinanza, e anche suicidi.
Documentati anche stupri su giovanissime e torture
L’attacco all’Ucraina non è cominciato con i missili e l’assalto dei corpi speciali all’alba del 24 febbraio 2022. La guerra andrebbe retrodatata di una settimana. Era iniziata con il sequestro dei primi bambini a partire dal 16 febbraio, quando i leader separatisti Denis Pushilin e Leonid Pasechnik ordinarono l’«evacuazione» verso la Russia degli istituti che ospitavano i minori.
Il nuovo rapporto della Commissione Onu sui crimini di guerra in Ucraina aggiunge un altro capitolo al dossier investigativo che porterà sul tavolo della Corte penale internazionale nuove prove d’accusa. Sono stati identificati altri 1.205 bambini trasferiti illegalmente in Russia o sottoposti alle autorità di occupazione.
Di loro, solo 240 hanno fatto ritorno a casa. La maggior parte, oltre l’80%, resta irraggiungibile e di molti si sono perse le tracce, forse per sempre. Prima di distribuirli in 21 regioni della Federazione, a migliaia di chilometri dalla terra di nascita, le autorità di Mosca ne hanno alterato l’identità: nuovo nome, nuova data e città di nascita, nuova cittadinanza.
In altre parole, non sono mai stati ucraini, ma «orfani russi» adottati da famiglie russe. Come i due piccoli originari di Kherson che oggi hanno 4 e 6 anni. Nel settembre del 2022 vennero assegnati a genitori adottivi nella regione di Mosca. Per la bambina, la Commissione riferisce di aver ottenuto «documenti che indicano un’adozione formale, con modifica del nome e del luogo di nascita registrato». Le tracce portano fino al livello più alto del Cremlino. La bimba aveva 11 mesi al momento in cui venne adottata.
Non da una coppia qualunque. I certificati ottenuti dalla commissione Onu mostrano il nome di Sergej Mironov, un pezzo grosso della Duma. Il 73enne parlamentare per un decennio, fino al 2011, è stato presidente del Consiglio Federale e della Camera alta del Parlamento russo. Da esponente dell’opposizione morbida al sistema Putin, si è poi spostato su posizioni di aperto sostegno allo zar.
«La Commissione ha ottenuto una copia della registrazione elettronica di un atto di adozione della bambina, con il suo nome originario e il luogo di nascita nella regione di Kherson, e con un nome e un luogo di nascita modificati nella regione di Mosca», si legge nel rapporto. «Una copia del nuovo certificato di nascita della bambina e la relativa registrazione elettronica – viene precisato – riportano soltanto il nome modificato, il luogo di nascita modificato e questa coppia come suoi genitori».
Le autorità di Kiev sostengono che siano circa 19.500 i bambini allontanati forzatamente, un dato sempre contestato da Mosca. Che si tratti di diverse centinaia lo confermano però anche le informazioni provenienti dalla Russia. Il difensore civico ucraino Dmytro Lubinets ha recentemente parlato di oltre 1.900 bambini rimpatriati, per quanto «non esiste un meccanismo ufficiale per confermare quanti bambini ucraini siano stati deportati o allontanati con la forza».
La mediazione condotta lontano dai riflettori ha contribuito a creare canali utili ai ricongiungimenti. Kiev ha ringraziato più volte la missione della Santa Sede per questo lavoro. Riconoscimenti sono andati anche al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, e al presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, incaricato da Papa Francesco e da Papa Leone di una missione di «diplomazia umanitaria».
Sommando i 1.900 minori rimpatriati citati da Lubinets ai quasi mille che, secondo l’Onu, risultano ancora dispersi, le autorità internazionali ritengono accertata l’identificazione di almeno 3mila bambini deportati. Di molti altri, però, mancano ancora informazioni aggiornate e verificabili.
Tra loro, una bambina come altre finita in un centro dove venivano accolti i minori da famiglie in difficoltà. Da quattro anni la madre chiama ogni due giorni il numero di telefono che Kiev ha dedicato a questi casi. Non sa dove sia sua figlia. Sa soltanto che è stata portata via, che si trova da qualche parte nella Federazione Russa, e che nessuna autorità di Mosca le ha mai risposto. «Sono ancora alla ricerca di mia figlia», ha dichiarato alla Commissione internazionale indipendente dell’Onu: «Ho una paura terribile di cosa penserà di me, e di come stia sopravvivendo».
Quella ricostruita non è una somma di episodi, ma la meccanica della deportazione secondo uno schema studiato a tavolino. Nella regione di Donetsk, tra i minori censiti dai funzionari dell’occupazione, c’erano anche cinque fratelli tra i 4 e i 14 anni. In un primo momento furono separati e allontanati insieme a un gruppo di 31 ragazzi. Per ragioni mai chiarite, vennero poi trasferiti altre tre volte, fino a essere ricongiunti solo lo scorso anno nella stessa famiglia, in una città della regione di Mosca.
Dopo che Vladimir Putin e Maria Llova-Belova, la commissaria russa ai diritti per l’infanzia, sono stati iscritti tra i ricercati della Corte penale internazionale per i crimini contro i minori ucraini, perfino a Mosca hanno dovuto dare un segnale. Belova aveva adottato un minorenne originario di Mariupol e con lei Irina Rudnitskaya, a capo di un’organizzazione che promuove i “valori della famiglia” e sostiene i genitori affidatari.
Rudnitskaya, che ha adottato 12 bambini tra cui almeno un ucraino, è stata arrestata e poi rimessa in libertà vigilata con l’accusa di traffico di minori. Che presto verranno chiesti nuovi mandati di cattura non è solo un’ipotesi. Nei giorni scorsi il procuratore aggiunto della Corte penale internazionale, Mame Mandiaye Niang ha concluso la sua prima visita ufficiale a Kiev.
«Constatare questa portata di distruzione di infrastrutture critiche, provocata presso centrali elettriche e altri siti che abbiamo mappato in tutta l’Ucraina, sottolinea l’importanza del nostro impegno e la necessità di continuare a rafforzare le nostre azioni in corso per l’accertamento delle responsabilità in questa situazione», ha detto Niang. «Abbiamo già ottenuto mandati di arresto emessi dalla Corte in questa linea di indagine.
Il nostro lavoro proseguirà con determinazione, anche in relazione ai recenti attacchi», ha aggiunto prima di lasciare l’Ucraina. In Russia di solito la prendono male. Il giudice Rosario Aitala, che da presidente della Camera penale competente sull’Ucraina ha istruito l’indagine e firmato i mandati di cattura, è stato condannato in contumacia a 15 anni di carcere da un tribunale di Mosca.
Alcuni dei trasferimenti sono avvenuti con la complicità dei direttori delle case di accoglienza. A Kherson una funzionaria ucraina, ufficialmente ricercata dalle autorità di Kiev, pochi giorni prima che i russi venissero messi in fuga dalla controffensiva ha consegnato 7 minori tra 11 e 17 anni ai soldati russi che li hanno portati a Krasnodar Krai, la regione meridionale russa che affaccia sulla Crimea. Due fratelli di 13 e 17 anni vennero separati.
Il più grande, divenuto maggiorenne, era riuscito a riallacciare i contatti con la madre in Ucraina. «La chiamava regolarmente – riportano i ricercatori delle Nazioni Unite – e le diceva che avrebbe cercato modi per tornare in Ucraina». Poi silenzio: «Si è suicidato nel gennaio 2024».
Il nuovo dossier della Commissione investigativa indipendente sui crimini in Ucraina cita il lavoro dei giornalisti investigativi e dei media che hanno documentato i crimini di guerra dal 2022.
Non solo bambini allontanati e adottati illegalmente.
Il nuovo rapporto della Commissione Onu sui crimini in Ucraina documenta uno spettro più ampio di violazioni: stupri nei territori occupati, soldati russi seviziati o uccisi dai propri comandanti, civili ucraini processati con prove fabbricate sotto tortura. E, sul fronte opposto, obiettori di coscienza ucraini rinchiusi in buche nel terreno, arruolamento forzato e accuse di collaborazionismo formulate con criteri troppo ampi.
Il campionario dell’orrore spiega perché, lungo la linea del fronte dove i civili ucraini hanno conosciuto l’occupazione russa nel 2022, nessuno voglia tornare sotto l’amministrazione degli emissari di Mosca. Alcune denunce hanno richiesto anni per essere verificate. Come nel caso di due minorenni nella regione di Mykolaiv. Nel novembre del 2022 vennero rapite da un gruppo di soldati russi, tenute in un appartamento, costrette a bere alcol, violentate e picchiate. Nel giugno 2025, in un villaggio occupato a Zaporizhzhia, un militare russo si vantava di avere avuto rapporti sessuali con due ragazze ucraine.
E’ stato riconosciuto come uno degli autori dello stupro di gruppo. I casi documentati mostrano uno schema ricorrente: violenze durante le irruzioni nelle abitazioni civili o nei villaggi appena occupati, e nei centri di detenzione. «Le vittime hanno subito lesioni fisiche, alcune permanenti e richiedenti interventi chirurgici, oltre a un profondo trauma psicologico, compresi pensieri suicidari», si legge nel rapporto.
In un caso una donna è rimasta incinta a seguito dello stupro; in un altro, quando la vittima ha tentato di denunciare l’accaduto, ha ricevuto minacce e tentativi di insabbiamento. La Commissione «non è a conoscenza di procedimenti giudiziari avviati dalle autorità russe in relazione a questi casi».
C’è poi la violenza dentro le stesse forze armate russe. Ottantacinque soldati disertori hanno parlato con gli investigatori dell’Onu. Sessantuno hanno riferito «forme di trattamento violento, crudele e disumano» praticate dai comandanti contro i subordinati. I soldati vengono mandati all’assalto senza supporto né piani di evacuazione. Chi si ritira rischia di essere «fucilato sul posto». Un ex militare racconta che un commilitone «è stato picchiato a morte quando si è rifiutato di partecipare a un assalto» e che «il corpo è stato lasciato per tre giorni all’ingresso dell’edificio, perché tutti vedessero cosa succede a chi rifiuta gli ordini».
Altri vengono rinchiusi in scantinati, container o «in buche scavate nel terreno», senza cibo né acqua. Nei territori occupati e nei tribunali russi, civili e prigionieri di guerra ucraini vengono processati dopo confessioni estorte sotto tortura.
Il rapporto non risparmia l’Ucraina. La Commissione documenta violazioni durante la mobilitazione: uomini prelevati per strada, trattenuti senza garanzie, privati del telefono e impossibilitati a contattare un avvocato. Ancora più grave la situazione degli obiettori di coscienza. Alcuni uomini appartenenti a quattro comunità religiose, pur dichiarandosi disponibili al servizio civile alternativo, sono stati portati con la forza nei centri di reclutamento e poi nei campi militari.
Lì avrebbero subito «esecuzioni simulate, reclusione in buche scavate nel terreno anche d’inverno, minacce di violenza sessuale e privazione del cibo». Sul piano giuridico, la Commissione osserva che la definizione di «attività collaborazionista» nel codice penale ucraino resta «eccessivamente ampia».
(Alcune delle immagini contenute nel report dell’Onu)
Sui social circola lo screenshot di un’Intelligenza Artificiale che “conferma” la location indonesiana per le foto delle tombe in Iran. Ma i dati satellitari e un edificio dal tetto azzurro smentiscono la narrazione: ecco le prove OSINT
La narrazione della strage delle bambine a Minab, in Iran, è finita al centro di una tempesta complottista. Secondo diversi post virali, le foto che documentano la preparazione delle tombe non sarebbero recenti, ma un riciclo di scatti realizzati nel 2021 a Jakarta, in Indonesia, durante la pandemia da Covid-19. A supporto della tesi è apparso uno screenshot di un’Intelligenza Artificiale interrogata dagli utenti, la quale “conferma” che la location è indonesiana. Tra link a Shutterstocke presunti fotomontaggi, gli utenti pensano di avere la verità in tasca, ma un dettaglio architettonico ignorato dall’IA cambia radicalmente la ricostruzione dei fatti.
La narrazione virale
Nei postche circolano con insistenza sui social, gli utenti mettono a confronto lo scatto di Minab con immagini d’archivio indonesiane, sostenendo che si tratti di un’operazione di propaganda.
Il ministro degli esteri iraniano Araghchi pubblica un post sulla presunta strage delle bambine a Minab.
A corredo una foto di una fossa comune a Giacarta del 2021 nel periodo Covid.
(Il post virale che utilizza un responso errato dell’intelligenza artificiale per “certificare” la location indonesiana)
In questo esempio, la narrazione punta sulla sovrapposizione temporale, dove si cerca di convincere il lettore che la foto sia un “riciclo” di tre anni fa.
Le foto che Tutti tutti tutti i giornali stanno rilanciando del funerale delle bambine morte nella scuola di Minab, è una foto, ritoccata con con photoshop ( ironia della sorte uso lo stesso filtro quanto lavoro) di Jakarta in Indonesia del 2021.
Per acquistare la foto originale, 15$ circa.
(L’accusa di fotomontaggio basata sulla somiglianza visiva con uno scatto d’archivio di Shutterstock risalente al periodo Covid a Jakarta)
OSINT: Il dettaglio che smentisce la falsa narrazione
Nonostante la sicurezza con cui questi post vengono condivisi, l’analisi e la geolocalizzazione del luogo ripreso rivelano una storia diversa. L’errore di fondo commesso dagli utenti (e dall’intelligenza artificiale da loro consultata) risiede nel non aver considerato gli elementi fissi del paesaggio che non possono essere camuffati con un semplice filtro Photoshop.
(La foto completa dell’area di Minab: sulla sinistra è visibile la struttura architettonica fondamentale per la verifica)
Attraverso la geolocalizzazione del cimitero di Minab (27°08’20.4″N 57°03’56.3″E), abbiamo individuato un punto di riferimento inequivocabile, ovvero una struttura dal tetto azzurro situata a sinistra dell’area degli scavi. La stessa che si trova nella foto diffusa proprio in relazione della strage di Minab.
(La prova regina: la perfetta coincidenza tra il santuario del cimitero di Minab visibile su Google Maps e l’edificio presente nello scatto contestato)
L’intera struttura architettonica presente nello scatto coincide con quella del santuario del cimitero di Minab, così come gli elementi nei pressi dello stesso.
Conclusioni
Le foto che ritraggono la preparazione delle tombe a Minab sono autentiche. La narrazione del “riciclo” da Jakarta è stata alimentata da un’errata interpretazione di un’intelligenza artificiale e da un confronto visivo superficiale. I dati satellitari confermano che lo scatto appartiene alla realtà geografica iraniana.
Dopo l’attacco israelo-statunitense contro l’Iran sarà più agevole, e comunque meno pericoloso, “leggere Lolita a Teheran” o, magari, “Lamento di Portnoy”?
Sarà più semplice, e comunque meno oneroso, per le ragazze e i ragazzi iraniani vivere in libertà: per le donne mostrare il volto e i capelli e amoreggiare per le strade, ascoltare la musica rock e guidare uno scooter? (Quest’ultima attività, dal gennaio 2026, sembrerebbe diventata legale purché la si eserciti indossando l’hijab).
A distanza di cinque giorni dai bombardamenti sul territorio della Repubblica Islamica dell’Iran, è molto difficile rispondere positivamente a queste domande. E, al presente, non ci sono conferme che in futuro le libertà del popolo iraniano saranno più ampie e maggiormente garantite. Ignoriamo, infatti, quale sia l’obiettivo ultimo dell’offensiva militare decisa da Donald Trump e da Benjamin Netanyahu e quale l’esito che, una volta acquisito, determinerà la fine dei bombardamenti.
Insomma, quale sarà la fisionomia politico-giuridica del nuovo Iran e se un nuovo Iran effettivamente si insedierà. Ma ciò che già ora si può constatare è che questa “rivoluzione dall’alto” – dall’alto dei cieli stavolta – che raggiunge le iraniane e gli iraniani attraverso i bombardieri B2 Spirit e i caccia F 15, non sembra aver determinato e nemmeno sollecitato o incentivato una sollevazione popolare.
Abbiamo visto le immagini di persone che gioivano, e non poteva essere altrimenti, per la morte del tiranno, clacson e cortei di auto, applausi e giubilo dalle finestre, dichiarazioni di gratitudine per gli Stati Uniti, ma non quelle manifestazioni collettive che fino a qualche settimana fa attraversavano strade e piazze iraniane fino alle estreme periferie del paese. E che sono state stroncate da una repressione feroce tale da provocare un numero incalcolabile di vittime.
In genere, nel corso della storia, le “rivoluzioni dall’alto” sono state promosse al fine di anticipare, prevenire e controllare le rivoluzioni dal basso, quelle che valorizzavano la soggettività degli individui, la mobilitazione di massa, le domande di indipendenza e di autodeterminazione. È quanto ancora potrebbe avvenire in quel paese, ma tarda a esprimersi.
Si dice, ed è indubbiamente vero, che manchino, o siano drammaticamente deboli, le leadership alternative a quella che ha dominato per quarantasette anni: e ciò potrebbe confermare una lettura delle attuali vicende secondo la quale la decapitazione della Guida Suprema, del suo inner circle e di gran parte del gruppo dirigente centrale non porterà alla crisi del sistema, bensì a un suo nuovo assestarsi e stabilizzarsi.
È probabile che una “soluzione venezuelana” non possa realizzarsi, con l’Iran ridotto, come il paese latinoamericano, a una sorta di protettorato degli Usa. Eppure l’idea di un compromesso con i successori di Ali Khamenei, con un nemico aggressivo ma ridimensionato, minaccioso eppure controllabile, sembra attraversare erraticamente la mente febbricitante di Donald Trump: se è vero, come è vero, che nell’arco di ventiquattr’ore per due volte egli ha richiamato un qualche dialogo con “la nuova leadership”.
In altri termini, la solitudine delle ragazze e dei ragazzi iraniani sembra destinata a perpetuarsi e a non trovare scampo. Secondo quanto riporta Luca Misculin, in Iran le persone di età compresa fra i 15 e i 29 anni rappresentano il 25% dell’intera popolazione. Se si considerano anche i minori di 15 anni, si può concludere che oltre il 45% degli iraniani ha meno di trent’anni.
Se, poi, compariamo questi dati con quelli relativi al nostro paese, come evidenzia Linda Laura Sabbadini, abbiamo i seguenti risultati: in Italia le persone tra 0 e 39 anni rappresentano il 38,2% dell’intera collettività, in Iran il 60%; quelle tra 0 e 29 anni in Italia costituiscono il 27% e in Iran il 46%.
È facilmente immaginabile quale potenzialità di energia vitale e di voglia di liberazione, questi dati demografici segnalino.
Una nazione giovane e colta, ricca di competenze e di aspettative, mortificata e umiliata, costretta a rinunciare all’emancipazione che ha creduto a portata di mano, rischia di trovarsi ancora una volta tragicamente sola. E di ricevere sostegno e soccorso esclusivamente attraverso grappoli di bombe.
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