No, non è la Terza guerra mondiale: è la Prima guerra globale. Ora l’Italia pensi all’autonomia (energetica) (corriere.it)

Si sente dire spesso che staremmo entrando, o 
rischiamo di entrare, nella Terza guerra mondiale. 

Non mi convince.

Se la definizione di “guerra mondiale” è quella del ventesimo secolo – un conflitto fra due alleanze contrapposte – allora non stiamo assistendo a niente del genere.

Lo stato di guerra sembra divenire endemico in molti punti di attrito del pianeta e dal 2022 oltre cinquanta Paesi ne sono coinvolti. Ciascuno dei focolai si rivela incredibilmente difficile da sedare e spegnere definitivamente.

Ma non esistono coalizioni rigidamente contrapposte, piuttosto rivalità a volte fluide e à la carte. La Russia e l’Iran sono impegnati a sostegno di fronti opposti nella guerra in Sudan, ma alleati contro l’Ucraina. Anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono su fronti opposti in Sudan, ma entrambi presi di mira dai droni e missili dell’Iran.

La Turchia è un finanziatore importante della guerra contro l’Ucraina, comprando grandi quantità di petrolio russo, ma è la diretta avversaria di Mosca in Libia. E gli Stati Uniti considerano la Russia un potenziale nemico a causa della sua alleanza con la Cina, ma nei fatti la stanno aiutando nella guerra contro Kiev.

No, non è la Terza guerra mondiale. Questa è la Prima guerra globale: uno stato di conflitto endemico e diffuso, in teatri diversi, che coinvolge un numero crescente di Paesi in misure e modi variabili. Mostrerò sotto più in dettaglio come e dove la Prima guerra globale abbia già ucciso almeno 600 mila persone dal 2022.

Fra le tante derivate, c’è però un aspetto specifico che riguarda l’Italia. Siamo di fronte al secondo choc energetico dovuto ai conflitti in un quadriennio. E se è presto per dire quanto profondo e duraturo esso si dimostrerà, non lo è per dire che sull’energia l’Italia deve ripensare la propria autonomia strategica. Deve rafforzarla. Perché siamo vulnerabili, anche rispetto al resto d’Europa. 

Un grado maggiore di autosufficienza dev’essere una priorità nazionale, assoluta e bipartisan, per affrontare questi tempi di ferro. Cosa voglio dire? Guardate il grafico sotto: il gas è la principale fonte di elettricità e calore del Paese ma solo l’11% delle forniture arriva da Paesi affidabili dal punto di vista geopolitico (e no, gli Stati Uniti non lo sono). Ma di questo tra poco. Prima vediamo come si presenta, nel complesso, la Prima guerra globale.

I focolai di conflitto

I focolai di conflitto attivi fra Stati riguardano la Russia e l’Ucraina e, in Medio Oriente, lo scontro per il futuro dell’Iran. Poi ci sono le situazioni croniche ma meno attive, o intermittenti: fra Pakistan e Afghanistan, fra Pakistan e India, fra Cambogia e Thailandia, fra Cina e Taiwan assistiamo in modi diversi a conflitti che a momenti deflagrano e poi tornano a covare sotto la cenere oppure – come nel caso di Pechino contro Taipei – a provocazioni crescenti che in certe fasi sfiorano il blocco navale o la prova generale di un’aggressione.

Il terzo tipo di guerra si svolge con maggiore o minore intensità entro singoli Paesi – il Sudan e la Libia su tutti – e, benché essa si presenti come guerra civile, vede in realtà potenze esterne intervenire per il controllo delle risorse. E lascio fuori decine di altri teatri in Africa dove il confronto armato è più direttamente in mano a fazioni di uno stesso Paese.

Se la Prima e la Seconda guerra mondiale furono una resa dei conti tra alleanze, la Prima guerra globale è frutto del collasso delle coalizioni. Più ancora, del collasso generale dell’ordine internazionale emerso dopo la dissoluzione del blocco sovietico. L’aggressione all’Ucraina e il naufragio dell’Alleanza atlantica, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, sono i fattori che hanno fatto deflagrare tensioni accumulatesi nel tempo. Con quei due eventi, le vecchie coalizioni e il vecchio ordine internazionale si dissolvono.

In modi diversi, Trump e Putin vogliono rivedere le norme e gli equilibri concordati dopo la fine della guerra fredda.

Pressata dall’ascesa della Cina, l’America non sopporta più il peso delle alleanze e i vincoli posti dalle regole e dalle istituzioni internazionali. Quanto a Putin, vuole riscrivere i termini della pace europea del 1989 in modo non molto diverso da come Mussolini e Hitler volevano farlo con la pace del 1919. In questo lui e Trump sono accomunati da un’intesa tattica per un tratto di strada.

Ovvio poi che anche la Cina abbia la sua agenda di dominio e rivincita dopo i “secoli dell’umiliazione”, quindi sia altrettanto insofferente del vecchio ordine e interessata a destabilizzare gli assetti degli altri: per esempio, permettendo e alimentando con le sue tecnologie l’aggressione della Russia all’Ucraina o i missili e droni dell’Iran contro Israele e i Paesi del Golfo grazie ai suoi satelliti.

Cinquanta Paesi

In questo quadro, dal 2022 sono rimasti coinvolti oltre cinquanta Paesi con una popolazione complessiva di oltre quattro miliardi di persone. La metà dell’umanità è in qualche misura a contatto con i conflitti. Tutti questi Paesi o i loro cittadini negli ultimi quattro hanno compiuto azioni spiegabili solo in un contesto di guerra, oppure sono stati essi stessi teatro di azioni belliche. Naturalmente, si tratta di situazioni varie e diverse.

Ci sono territori vittime di aggressioni dall’esterno come l’Ucraina; territori origine di aggressioni come la Russia; governi che inviano armi, mezzi e a volte uomini per lo sforzo di guerra di altri Paesi come fanno gli europei o la Cina e la Corea del Nord su fronti opposti del conflitto russo-ucraino; ci sono Paesi che ne aiutano altri e sono essi stessi bersaglio di attacchi ibridi violenti, dalle bombe sulle ferrovie polacche alle esplosioni in Germania; ci sono poi il conflitto mediorientale in allargamento e i vassalli dell’Iran dal Libano fino allo Yemen; infine i conflitti per le risorse, le dispute di confine e i disegni di annessione che tornano o si acuiscono in Asia meridionale, in Asia del Sud-Est e in Africa. Infine, qualunque cosa se ne pensi, c’è l’America: intervenuta militarmente in Venezuela e altri sei Paesi diversi dal ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Tutto questo non ha precedenti. È un grado di coinvolgimento e diffusione dei conflitti “locali” molto superiore persino a quello che si vedeva fra il 1936 e il 1939 al momento della guerra di Spagna, dell’annessione nazista dell’Austria e della Cecoslovacchia o dell’aggressione italiana all’Etiopia.

Poiché a differenze nel 1914, del 1939 stesso o della guerra fredda non esistono coalizioni rigide di Paesi, si può sperare che il quadro attuale non sfoci in un conflitto ancora più vasto e strutturato.

Ma ecco la lista degli Stati in qualche misura coinvolti nella Prima guerra globale di questi anni. In Europa hanno inviato armi all’Ucraina e subìto almeno 150 attacchi ibridi con esplosioni, uccisioni mirate o sabotaggi attribuibili a Mosca i seguenti Paesi: Polonia, Germania, Francia, Danimarca, Estonia, Lituania, Lettonia, Romania, Svezia, Norvegia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Spagna, Olanda, Lussemburgo, Bulgaria, Belgio, Finlandia, Islanda. Hanno spedito armi da impiegare in guerra in Ucraina anche Italia, Gran Bretagna, Portogallo, Croazia oltre che (fuori dall’Europa) Canada e Australia.

Poi naturalmente c’è l’Ucraina stessa, con circa centomila morti. E la Russia, con almeno 250 mila morti (spalleggiata dalla Cina con fondi e tecnologia e dalla Corea del Nord, probabilmente al prezzo di almeno diecimila morti). Nell’esercito di Mosca combattono inoltre chissà quante migliaia di mercenari arruolati da Nigeria, Congo, Bangladesh, India, Nepal, Cuba, dalle repubbliche ex sovietiche del Caucaso e decine di altri Paesi.

Fra India e Pakistan e fra Pakistan e Afghanistan sono scoppiati in questi mesi scontri armati per dispute, in apparenza, di confine. Così fra Thailandia e Cambogia. L’Iran ha alimentato l’aggressione a Israele del 7 ottobre 2023 attraverso Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e formazioni controllate in Siria, mentre oggi fa fuoco direttamente contro Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Bahrain, Kuwait, Cipro e Azerbaijan per rispondere agli attacchi di Stati Uniti e Israele. A Gaza la reazione di Israele stessa al 7 ottobre ha ucciso varie decine di migliaia di civili – oltre ai terroristi – senza riuscire a sradicare il controllo violento di Hamas sulla Striscia.

Quanto al conflitto in Sudan, determinare il numero dei morti è impossibile: una stima ne indica almeno 150 mila, in una “guerra civile” che vede Emirati Arabi Uniti e Russia a sostegno dell’esercito ufficiale (ma su fronti opposti nel Golfo) ed Egitto, Arabia Saudita e Iran a sostegno dei “ribelli” (ma anche loro su fronti opposti nel Golfo). Per non parlare dell’uso politico dei dazi o dei pericoli bellici alla navigazione in due snodi nevralgici del pianeta, gli stretti di Hormuz all’uscita dal Golfo Persico e di Bab El-Mandeb all’uscita dal Mar Rosso.

Da ieri nell’area sta arrivando anche la portaerei francese Charles de Gaulle, oltre alle tre americane. Di certo, non una delle potenze nucleari del pianeta è estranea ad uno o più fra i conflitti in corso.

La priorità italiana

Determinare se a questa Prima guerra globale l’Italia arrivi da Paese di rango medio o medio-basso sarebbe una perdita di tempo. Più urgente è mettere a fuoco quali sono le priorità in un quadro che non promette, per ora, un ritorno all’ordine. Una delle grandi questioni è resa evidente dal grafico sopradipendiamo più della media europea e delle principali economie da idrocarburi importati.

Abbiamo visto sopra quasi siano le nostre fonti del gas e i rischi annessi a forniture di Paesi esposti all’estremismo e alle guerre (Algeria, Qatar, Libia, Azerbaijan) o disposti a esercitare coercizione politica (Russia, Stati Uniti sotto Trump). Del petrolio invece i principali fornitori in anni recenti sono stati Libia, Azerbaijan, un alleato della Russia come il Kazakhstan, l’Iraq e l’Arabia Saudita.

I quattro quinti del fabbisogno di energia dell’Italia vengono dunque da Paesi dove, in ogni momento, un missile può distruggere un oleodotto, un gasdotto o una petroliera; dove un autocrate o aspirante tale può cercare di ricattarci; dove una rivolta interna o una guerra civile può tagliarci fuori dalle forniture (in Libia è già successo).

Non siamo in una condizione confortevole. Né possiamo illuderci che problemi del genere si risolvano in pochi mesi, ma dobbiamo riconoscerli più e meglio di come si sia fatto finora. Il grafico sotto mostra per esempio che, per la prima volta dall’aggressione russa all’Ucraina, con i cali del prezzo nel 2025 è tornata ad aumentare sia la quantità (da 118,5 a 125 terawattora) che la quota di energia elettrica (dal 44,3% al 47,3% del totale) prodotta da metano.

E malgrado gli enormi incentivi, costosi e malgrado i progressi, anche recenti, nell’ultimo decennio la quota delle rinnovabili nel consumo di energia in Italia è cresciuta meno che in Spagna, in Germania e nella media europea (mentre la Francia si affida al nucleare civile). Vedi sotto.

Nel tempo della Prima guerra globale, si tratta di una questione nazionale da affrontare con pragmatismo. Senza preclusioni. Dal lato dell’offerta, bisogna accelerare sulle rinnovabili, sul nucleare civile e sulle esplorazioni e lo sfruttamento dei giacimenti di gas (che sono abbondanti) nella nostra area di controllo politico o geopolitico nell’Adriatico e nel Mediterraneo centro-orientale.

Dal lato del consumo, è innegabile che la Cina sia un modello. Ha promosso la diffusione di massa di auto elettriche o ibride ben oltre il 50% delle nuove vendite, non per preoccupazioni ambientali ma per ridurre la dipendenza da petrolio importato: e dal 2024 il consumo di greggio nella Repubblica popolare ha iniziato a scendere. Allo stesso modo, la quota di rinnovabili nell’energy mix cinese ha quasi raggiunto quella dell’Italia (17,47% contro 20,43%).

Fra retorica e realtà

Da noi invece si assiste a una lotta fra capponi di Renzo. Dal lato del governo si continua a diffondere l’idea che la transizione verde e l’auto elettrica (dove siamo a un terzo dei livelli medi europei per nuove registrazioni) siano contrari agli interessi del Paese, perché costano. Dall’opposizione invece troppo spesso si rifiuta di riconoscere quanto sia urgente il nucleare civile o di ammettere che servono più esplorazioni ed estrazione di gas nel Mediterraneo: al 20% del fabbisogno di energia, le rinnovabili da sole non basteranno mai.

Tutta questa è retorica politica fuori dal tempo, di un’epoca che non è più la nostra. Nella Prima guerra globale, l’Italia non avrà mai un ruolo da potenza di primo piano. Ma può fare molto di più per tutelare se stessa.

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I “figli perduti” di Kiev. Nuovo rapporto Onu su altri 1.200 bambini “trasferiti” in Russia (avvenire.it)

Tra casi di adozioni illegali, cambi di identità 
e cittadinanza, e anche suicidi.
Documentati anche stupri su giovanissime e torture
L’attacco all’Ucraina non è cominciato con i missili e l’assalto dei corpi speciali all’alba del 24 febbraio 2022. La guerra andrebbe retrodatata di una settimana. Era iniziata con il sequestro dei primi bambini a partire dal 16 febbraio, quando i leader separatisti Denis Pushilin e Leonid Pasechnik ordinarono  l’«evacuazione» verso la Russia degli istituti che ospitavano i minori.
Il nuovo rapporto della Commissione Onu sui crimini di guerra in Ucraina aggiunge un altro capitolo al dossier investigativo che porterà sul tavolo della Corte penale internazionale nuove prove d’accusa. Sono stati identificati altri 1.205 bambini trasferiti illegalmente in Russia o sottoposti alle autorità di occupazione.
Di loro, solo 240 hanno fatto ritorno a casa. La maggior parte, oltre l’80%, resta irraggiungibile e di molti si sono perse le tracce, forse per sempre. Prima di distribuirli in 21 regioni della Federazione, a migliaia di chilometri dalla terra di nascita, le autorità di Mosca ne hanno alterato l’identità: nuovo nome, nuova data e città di nascita, nuova cittadinanza.
In altre parole, non sono mai stati ucraini, ma «orfani russi» adottati da famiglie russe.  Come i due piccoli originari di Kherson che oggi hanno 4 e 6 anni. Nel settembre del 2022 vennero assegnati a genitori adottivi nella regione di Mosca. Per la bambina, la Commissione riferisce di aver ottenuto «documenti che indicano un’adozione formale, con modifica del nome e del luogo di nascita registrato». Le tracce portano fino al livello più alto del Cremlino. La bimba aveva 11 mesi al momento in cui venne adottata.
Non da una coppia qualunque. I certificati ottenuti dalla commissione Onu mostrano il nome di Sergej Mironov, un pezzo grosso della Duma. Il 73enne parlamentare per un decennio, fino al 2011, è stato presidente del Consiglio Federale e della Camera alta del Parlamento russo. Da esponente dell’opposizione morbida al sistema Putin, si è poi spostato su posizioni di aperto sostegno allo zar.
«La Commissione ha ottenuto una copia della registrazione elettronica di un atto di adozione della bambina, con il suo nome originario e il luogo di nascita nella regione di Kherson, e con un nome e un luogo di nascita modificati nella regione di Mosca», si legge nel rapporto. «Una copia del nuovo certificato di nascita della bambina e la relativa registrazione elettronica – viene precisato – riportano soltanto il nome modificato, il luogo di nascita modificato e questa coppia come suoi genitori».
Le autorità di Kiev sostengono che siano circa 19.500 i bambini allontanati forzatamente, un dato sempre contestato da Mosca. Che si tratti di diverse centinaia lo confermano però anche le informazioni provenienti dalla Russia. Il difensore civico ucraino Dmytro Lubinets ha recentemente parlato di  oltre 1.900 bambini rimpatriati, per quanto «non esiste un meccanismo ufficiale per confermare quanti bambini ucraini siano stati deportati o allontanati con la forza».
La mediazione condotta lontano dai riflettori ha contribuito a creare canali utili ai ricongiungimenti. Kiev ha ringraziato più volte la missione della Santa Sede per questo lavoro. Riconoscimenti sono andati anche al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, e al presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, incaricato da Papa Francesco e da Papa Leone di una missione di «diplomazia umanitaria».
Sommando i 1.900 minori rimpatriati citati da Lubinets ai quasi mille che, secondo l’Onu, risultano ancora dispersi, le autorità internazionali ritengono accertata l’identificazione di almeno 3mila bambini deportati. Di molti altri, però, mancano ancora informazioni aggiornate e verificabili.

Tra loro, una bambina come altre finita in un centro dove venivano accolti i minori da famiglie in difficoltà. Da quattro anni la madre chiama ogni due giorni il numero di telefono che Kiev ha dedicato a questi casi. Non sa dove sia sua figlia. Sa soltanto che è stata portata via, che si trova da qualche parte nella Federazione Russa, e che nessuna autorità di Mosca le ha mai risposto. «Sono ancora alla ricerca di mia figlia», ha dichiarato alla Commissione internazionale indipendente dell’Onu: «Ho una paura terribile di cosa penserà di me, e di come stia sopravvivendo».

Quella ricostruita non è una somma di episodi, ma la meccanica della deportazione secondo uno schema studiato a tavolino. Nella regione di Donetsk, tra i minori censiti dai funzionari dell’occupazione, c’erano anche cinque fratelli tra i 4 e i 14 anni. In un primo momento furono separati e allontanati insieme a un gruppo di 31 ragazzi. Per ragioni mai chiarite, vennero poi trasferiti altre tre volte, fino a essere ricongiunti solo lo scorso anno nella stessa famiglia, in una città della regione di Mosca.
Dopo che Vladimir Putin e Maria Llova-Belova, la commissaria russa ai diritti per l’infanzia, sono stati iscritti tra i ricercati della Corte penale internazionale per i crimini contro i minori ucraini, perfino a Mosca hanno dovuto dare un segnale. Belova aveva adottato un minorenne originario di Mariupol e con lei Irina Rudnitskaya, a capo di un’organizzazione che promuove i “valori della famiglia” e sostiene i genitori affidatari.
Rudnitskaya, che ha adottato 12 bambini tra cui almeno un ucraino, è stata arrestata e poi rimessa in libertà vigilata con l’accusa di traffico di minori. Che presto verranno chiesti nuovi mandati di cattura non è solo un’ipotesi. Nei giorni scorsi  il procuratore aggiunto della Corte penale internazionale, Mame Mandiaye Niang ha concluso la sua prima visita ufficiale a Kiev.
«Constatare questa portata di distruzione di infrastrutture critiche, provocata presso centrali elettriche e altri siti che abbiamo mappato in tutta l’Ucraina, sottolinea l’importanza del nostro impegno e la necessità di continuare a rafforzare le nostre azioni in corso per l’accertamento delle responsabilità in questa situazione», ha detto Niang. «Abbiamo già ottenuto mandati di arresto emessi dalla Corte in questa linea di indagine.
Il nostro lavoro proseguirà con determinazione, anche in relazione ai recenti attacchi», ha aggiunto prima di lasciare l’Ucraina. In Russia di solito la prendono male. Il giudice Rosario Aitala, che da presidente della Camera penale competente sull’Ucraina ha istruito l’indagine e firmato i mandati di cattura, è stato condannato in contumacia a 15 anni di carcere da un tribunale di Mosca.
Alcuni dei trasferimenti sono avvenuti con la complicità dei direttori delle case di accoglienza. A Kherson una funzionaria ucraina, ufficialmente ricercata dalle autorità di Kiev, pochi giorni prima che i russi venissero messi in fuga dalla controffensiva ha consegnato 7 minori tra 11 e 17 anni ai soldati russi che li hanno portati  a Krasnodar Krai, la regione meridionale russa che affaccia sulla Crimea. Due fratelli di 13 e 17 anni vennero separati.
Il più grande, divenuto maggiorenne, era riuscito a riallacciare i contatti con la madre in Ucraina. «La chiamava regolarmente – riportano i ricercatori delle Nazioni Unite – e le diceva che avrebbe cercato modi per tornare in Ucraina». Poi silenzio: «Si è suicidato nel gennaio 2024».
Il nuovo dossier della Commissione investigativa indipendente sui crimini in Ucraina cita il lavoro dei giornalisti investigativi e dei media che hanno documentato i crimini di guerra dal 2022.
Il nuovo dossier della Commissione investigativa indipendente sui crimini in Ucraina cita il lavoro dei giornalisti investigativi e dei media che hanno documentato i crimini di guerra dal 2022.
Non solo bambini allontanati e adottati illegalmente. 
Il nuovo rapporto della Commissione Onu sui crimini in Ucraina documenta uno spettro più ampio di violazioni: stupri nei territori occupati, soldati russi seviziati o uccisi dai propri comandanti, civili ucraini processati con prove fabbricate sotto tortura. E, sul fronte opposto, obiettori di coscienza ucraini rinchiusi in buche nel terreno, arruolamento forzato e accuse di collaborazionismo formulate con criteri troppo ampi.
Il campionario dell’orrore spiega perché, lungo la linea del fronte dove i civili ucraini hanno conosciuto l’occupazione russa nel 2022, nessuno voglia tornare sotto l’amministrazione degli emissari di Mosca. Alcune denunce hanno richiesto anni per essere verificate. Come nel caso di due minorenni nella regione di Mykolaiv. Nel novembre del 2022 vennero rapite da un gruppo di soldati russi, tenute in un appartamento, costrette a bere alcol, violentate e picchiate. Nel giugno 2025, in un villaggio occupato a Zaporizhzhia, un militare russo si vantava di avere avuto rapporti sessuali con due ragazze ucraine.
E’ stato riconosciuto come uno degli autori dello stupro di gruppo. I casi documentati mostrano uno schema ricorrente: violenze durante le irruzioni nelle abitazioni civili o nei villaggi appena occupati, e nei centri di detenzione. «Le vittime hanno subito lesioni fisiche, alcune permanenti e richiedenti interventi chirurgici, oltre a un profondo trauma psicologico, compresi pensieri suicidari», si legge nel rapporto.
In un caso una donna è rimasta incinta a seguito dello stupro; in un altro, quando la vittima ha tentato di denunciare l’accaduto, ha ricevuto minacce e tentativi di insabbiamento. La Commissione «non è a conoscenza di procedimenti giudiziari avviati dalle autorità russe in relazione a questi casi».
C’è poi la violenza dentro le stesse forze armate russe. Ottantacinque soldati disertori hanno parlato con gli investigatori dell’Onu. Sessantuno hanno riferito «forme di trattamento violento, crudele e disumano» praticate dai comandanti contro i subordinati. I soldati vengono mandati all’assalto senza supporto né piani di evacuazione. Chi si ritira rischia di essere «fucilato sul posto». Un ex militare racconta che un commilitone «è stato picchiato a morte quando si è rifiutato di partecipare a un assalto» e che «il corpo è stato lasciato per tre giorni all’ingresso dell’edificio, perché tutti vedessero cosa succede a chi rifiuta gli ordini».
Altri vengono rinchiusi in scantinati, container o «in buche scavate nel terreno», senza cibo né acqua. Nei territori occupati e nei tribunali russi, civili e prigionieri di guerra ucraini vengono processati dopo confessioni estorte sotto tortura.
Il rapporto non risparmia l’Ucraina. La Commissione documenta violazioni durante la mobilitazione: uomini prelevati per strada, trattenuti senza garanzie, privati del telefono e impossibilitati a contattare un avvocato. Ancora più grave la situazione degli obiettori di coscienza. Alcuni uomini appartenenti a quattro comunità religiose, pur dichiarandosi disponibili al servizio civile alternativo, sono stati portati con la forza nei centri di reclutamento e poi nei campi militari.
Lì avrebbero subito «esecuzioni simulate, reclusione in buche scavate nel terreno anche d’inverno, minacce di violenza sessuale e privazione del cibo». Sul piano giuridico, la Commissione osserva che la definizione di «attività collaborazionista» nel codice penale ucraino resta «eccessivamente ampia».

I "figli perduti" di Kiev. Nuovo rapporto Onu su altri 1.200 bambini "trasferiti" in Russia(Alcune delle immagini contenute nel report dell’Onu)

La traballante tenuta delle coalizioni, garantita dal masochismo e poco altro (ilfoglio.it)

di Adriano Sofri

Piccola posta

Come quegli scolari che si appostavano indefessamente dietro la porta per fare Buh! al passaggio delle compagne di classe.

I soliti stronzi.

I 5 stelle stanno al Pd, quanto alla congruenza di programmi e sentimenti, come la Lega sta a FdI. Salvo che la Lega è un flebile avanzo, mentre i 5 stelle e i loro capifila, il proxy Conte e il suggeritore Travaglio, contano ancora che forcaiolismo – migranti compresi – e pseudo pacifismo promettano un futuro concorrenziale.

Allo stato dei fatti, è piuttosto comico che Conte si ritenga investito della guida di una (eventuale) coalizione quando il suo gruzzolo di voti ammonta alla metà di quello di Schlein. La quale, coi tempi che corrono, ha dalla sua la conservazione, e ogni tanto l’arrotondamento, di una quota di consensi che la tiene saldamente in testa alla variegata opposizione.

Grazie, direi, essenzialmente a una tenace prevalenza, nell’elettorato democratico (con la minuscola), dell’apprezzamento per la responsabilità piuttosto che per il fanatismo, dell’ordinaria ovvietà piuttosto che la sfrenata ipocrisia e furbizia, di una decenza media di parole e gesti migliore delle punte di indecenza correnti.

Non scommetterei un soldo sulla probabilità che si arrivi alla resa dei conti delle elezioni politiche con l’attuale conformazione di maggioranza e opposizione.

Già oggi, la sua tremolante tenuta è dovuta alla distrazione nei confronti della questione russo-ucraina, che lascia sullo sfondo il paradosso di una solidarietà con l’Ucraina e con l’Europa debitrice del partito erede del neofascismo e ufficialmente devoto al sovranismo. D’altra parte il centrodestra della maggioranza di destra, Forza Italia e tendenzialmente Calenda ed eventuali avventori minori, può prendere altre vie, rimandate oggi dalla tenuta imprevedibile e inspiegabile del suo gruzzolo elettorale, se non anche qui con il peso relativo di un buon senso, per stravagante che sia l’idea di un buon senso berlusconiano. Post-berlusconiano, meglio: affare di eredi.

La generazione passata, passante comunque, dei comunisti italiani e dei democratici di sinistra eccetera, sembra in maggioranza persuasa della ferrea necessità dell’alleanza di opposizione vigente, fino a un masochismo sentito come una sincera abnegazione in tutori come Pierluigi Bersani.

Capendo pochissimo questo genere di politica, dunque rischiando di finire nella trappola della psicologia, non so valutare se l’idea di Schlein sia di fare il morto fino a che sia possibile, lasciando che i rivali si consumino negli sgambetti e nei tranelli, e confidando comunque che al momento in cui diventerà inevitabile, la rottura non sarà addebitata a lei ma ai suoi veri autori.

E se quest’idea non la faccia finire – lo faccia finire, l’intero Pd – in un vicolo cieco. Forse la distanza dalle elezioni politiche sembra troppo breve per immaginare un programma che conti soprattutto sulle proprie forze. Tanto più che quella distanza può essere bruciata da un’alzata d’ingegno di Meloni.

Non riesco a vedere una demarcazione chiara, nel Pd, fra un eccesso di sinistra e il suo opposto: vedo piuttosto differenze di sensibilità, di suscettibilità, di atteggiamenti. Che poi sono quelli che decidono, il più delle volte, anche rivolgendosi contro chi li cavalca. Per il momento, la prospettiva di primarie di coalizione, che se ne parli sul serio o per il fumo, mi sembra una gran scemenza.

Come pensare che di qui al 2027 delle elezioni, ogni santo giorno feriale, quello dietro la porta sbuchi a fare Buh!

Il solito stronzo.

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