No, non è la Terza guerra mondiale: è la Prima guerra globale. Ora l’Italia pensi all’autonomia (energetica) (corriere.it)

Si sente dire spesso che staremmo entrando, o 
rischiamo di entrare, nella Terza guerra mondiale. 

Non mi convince.

Se la definizione di “guerra mondiale” è quella del ventesimo secolo – un conflitto fra due alleanze contrapposte – allora non stiamo assistendo a niente del genere.

Lo stato di guerra sembra divenire endemico in molti punti di attrito del pianeta e dal 2022 oltre cinquanta Paesi ne sono coinvolti. Ciascuno dei focolai si rivela incredibilmente difficile da sedare e spegnere definitivamente.

Ma non esistono coalizioni rigidamente contrapposte, piuttosto rivalità a volte fluide e à la carte. La Russia e l’Iran sono impegnati a sostegno di fronti opposti nella guerra in Sudan, ma alleati contro l’Ucraina. Anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono su fronti opposti in Sudan, ma entrambi presi di mira dai droni e missili dell’Iran.

La Turchia è un finanziatore importante della guerra contro l’Ucraina, comprando grandi quantità di petrolio russo, ma è la diretta avversaria di Mosca in Libia. E gli Stati Uniti considerano la Russia un potenziale nemico a causa della sua alleanza con la Cina, ma nei fatti la stanno aiutando nella guerra contro Kiev.

No, non è la Terza guerra mondiale. Questa è la Prima guerra globale: uno stato di conflitto endemico e diffuso, in teatri diversi, che coinvolge un numero crescente di Paesi in misure e modi variabili. Mostrerò sotto più in dettaglio come e dove la Prima guerra globale abbia già ucciso almeno 600 mila persone dal 2022.

Fra le tante derivate, c’è però un aspetto specifico che riguarda l’Italia. Siamo di fronte al secondo choc energetico dovuto ai conflitti in un quadriennio. E se è presto per dire quanto profondo e duraturo esso si dimostrerà, non lo è per dire che sull’energia l’Italia deve ripensare la propria autonomia strategica. Deve rafforzarla. Perché siamo vulnerabili, anche rispetto al resto d’Europa. 

Un grado maggiore di autosufficienza dev’essere una priorità nazionale, assoluta e bipartisan, per affrontare questi tempi di ferro. Cosa voglio dire? Guardate il grafico sotto: il gas è la principale fonte di elettricità e calore del Paese ma solo l’11% delle forniture arriva da Paesi affidabili dal punto di vista geopolitico (e no, gli Stati Uniti non lo sono). Ma di questo tra poco. Prima vediamo come si presenta, nel complesso, la Prima guerra globale.

I focolai di conflitto

I focolai di conflitto attivi fra Stati riguardano la Russia e l’Ucraina e, in Medio Oriente, lo scontro per il futuro dell’Iran. Poi ci sono le situazioni croniche ma meno attive, o intermittenti: fra Pakistan e Afghanistan, fra Pakistan e India, fra Cambogia e Thailandia, fra Cina e Taiwan assistiamo in modi diversi a conflitti che a momenti deflagrano e poi tornano a covare sotto la cenere oppure – come nel caso di Pechino contro Taipei – a provocazioni crescenti che in certe fasi sfiorano il blocco navale o la prova generale di un’aggressione.

Il terzo tipo di guerra si svolge con maggiore o minore intensità entro singoli Paesi – il Sudan e la Libia su tutti – e, benché essa si presenti come guerra civile, vede in realtà potenze esterne intervenire per il controllo delle risorse. E lascio fuori decine di altri teatri in Africa dove il confronto armato è più direttamente in mano a fazioni di uno stesso Paese.

Se la Prima e la Seconda guerra mondiale furono una resa dei conti tra alleanze, la Prima guerra globale è frutto del collasso delle coalizioni. Più ancora, del collasso generale dell’ordine internazionale emerso dopo la dissoluzione del blocco sovietico. L’aggressione all’Ucraina e il naufragio dell’Alleanza atlantica, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, sono i fattori che hanno fatto deflagrare tensioni accumulatesi nel tempo. Con quei due eventi, le vecchie coalizioni e il vecchio ordine internazionale si dissolvono.

In modi diversi, Trump e Putin vogliono rivedere le norme e gli equilibri concordati dopo la fine della guerra fredda.

Pressata dall’ascesa della Cina, l’America non sopporta più il peso delle alleanze e i vincoli posti dalle regole e dalle istituzioni internazionali. Quanto a Putin, vuole riscrivere i termini della pace europea del 1989 in modo non molto diverso da come Mussolini e Hitler volevano farlo con la pace del 1919. In questo lui e Trump sono accomunati da un’intesa tattica per un tratto di strada.

Ovvio poi che anche la Cina abbia la sua agenda di dominio e rivincita dopo i “secoli dell’umiliazione”, quindi sia altrettanto insofferente del vecchio ordine e interessata a destabilizzare gli assetti degli altri: per esempio, permettendo e alimentando con le sue tecnologie l’aggressione della Russia all’Ucraina o i missili e droni dell’Iran contro Israele e i Paesi del Golfo grazie ai suoi satelliti.

Cinquanta Paesi

In questo quadro, dal 2022 sono rimasti coinvolti oltre cinquanta Paesi con una popolazione complessiva di oltre quattro miliardi di persone. La metà dell’umanità è in qualche misura a contatto con i conflitti. Tutti questi Paesi o i loro cittadini negli ultimi quattro hanno compiuto azioni spiegabili solo in un contesto di guerra, oppure sono stati essi stessi teatro di azioni belliche. Naturalmente, si tratta di situazioni varie e diverse.

Ci sono territori vittime di aggressioni dall’esterno come l’Ucraina; territori origine di aggressioni come la Russia; governi che inviano armi, mezzi e a volte uomini per lo sforzo di guerra di altri Paesi come fanno gli europei o la Cina e la Corea del Nord su fronti opposti del conflitto russo-ucraino; ci sono Paesi che ne aiutano altri e sono essi stessi bersaglio di attacchi ibridi violenti, dalle bombe sulle ferrovie polacche alle esplosioni in Germania; ci sono poi il conflitto mediorientale in allargamento e i vassalli dell’Iran dal Libano fino allo Yemen; infine i conflitti per le risorse, le dispute di confine e i disegni di annessione che tornano o si acuiscono in Asia meridionale, in Asia del Sud-Est e in Africa. Infine, qualunque cosa se ne pensi, c’è l’America: intervenuta militarmente in Venezuela e altri sei Paesi diversi dal ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Tutto questo non ha precedenti. È un grado di coinvolgimento e diffusione dei conflitti “locali” molto superiore persino a quello che si vedeva fra il 1936 e il 1939 al momento della guerra di Spagna, dell’annessione nazista dell’Austria e della Cecoslovacchia o dell’aggressione italiana all’Etiopia.

Poiché a differenze nel 1914, del 1939 stesso o della guerra fredda non esistono coalizioni rigide di Paesi, si può sperare che il quadro attuale non sfoci in un conflitto ancora più vasto e strutturato.

Ma ecco la lista degli Stati in qualche misura coinvolti nella Prima guerra globale di questi anni. In Europa hanno inviato armi all’Ucraina e subìto almeno 150 attacchi ibridi con esplosioni, uccisioni mirate o sabotaggi attribuibili a Mosca i seguenti Paesi: Polonia, Germania, Francia, Danimarca, Estonia, Lituania, Lettonia, Romania, Svezia, Norvegia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Spagna, Olanda, Lussemburgo, Bulgaria, Belgio, Finlandia, Islanda. Hanno spedito armi da impiegare in guerra in Ucraina anche Italia, Gran Bretagna, Portogallo, Croazia oltre che (fuori dall’Europa) Canada e Australia.

Poi naturalmente c’è l’Ucraina stessa, con circa centomila morti. E la Russia, con almeno 250 mila morti (spalleggiata dalla Cina con fondi e tecnologia e dalla Corea del Nord, probabilmente al prezzo di almeno diecimila morti). Nell’esercito di Mosca combattono inoltre chissà quante migliaia di mercenari arruolati da Nigeria, Congo, Bangladesh, India, Nepal, Cuba, dalle repubbliche ex sovietiche del Caucaso e decine di altri Paesi.

Fra India e Pakistan e fra Pakistan e Afghanistan sono scoppiati in questi mesi scontri armati per dispute, in apparenza, di confine. Così fra Thailandia e Cambogia. L’Iran ha alimentato l’aggressione a Israele del 7 ottobre 2023 attraverso Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e formazioni controllate in Siria, mentre oggi fa fuoco direttamente contro Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Bahrain, Kuwait, Cipro e Azerbaijan per rispondere agli attacchi di Stati Uniti e Israele. A Gaza la reazione di Israele stessa al 7 ottobre ha ucciso varie decine di migliaia di civili – oltre ai terroristi – senza riuscire a sradicare il controllo violento di Hamas sulla Striscia.

Quanto al conflitto in Sudan, determinare il numero dei morti è impossibile: una stima ne indica almeno 150 mila, in una “guerra civile” che vede Emirati Arabi Uniti e Russia a sostegno dell’esercito ufficiale (ma su fronti opposti nel Golfo) ed Egitto, Arabia Saudita e Iran a sostegno dei “ribelli” (ma anche loro su fronti opposti nel Golfo). Per non parlare dell’uso politico dei dazi o dei pericoli bellici alla navigazione in due snodi nevralgici del pianeta, gli stretti di Hormuz all’uscita dal Golfo Persico e di Bab El-Mandeb all’uscita dal Mar Rosso.

Da ieri nell’area sta arrivando anche la portaerei francese Charles de Gaulle, oltre alle tre americane. Di certo, non una delle potenze nucleari del pianeta è estranea ad uno o più fra i conflitti in corso.

La priorità italiana

Determinare se a questa Prima guerra globale l’Italia arrivi da Paese di rango medio o medio-basso sarebbe una perdita di tempo. Più urgente è mettere a fuoco quali sono le priorità in un quadro che non promette, per ora, un ritorno all’ordine. Una delle grandi questioni è resa evidente dal grafico sopradipendiamo più della media europea e delle principali economie da idrocarburi importati.

Abbiamo visto sopra quasi siano le nostre fonti del gas e i rischi annessi a forniture di Paesi esposti all’estremismo e alle guerre (Algeria, Qatar, Libia, Azerbaijan) o disposti a esercitare coercizione politica (Russia, Stati Uniti sotto Trump). Del petrolio invece i principali fornitori in anni recenti sono stati Libia, Azerbaijan, un alleato della Russia come il Kazakhstan, l’Iraq e l’Arabia Saudita.

I quattro quinti del fabbisogno di energia dell’Italia vengono dunque da Paesi dove, in ogni momento, un missile può distruggere un oleodotto, un gasdotto o una petroliera; dove un autocrate o aspirante tale può cercare di ricattarci; dove una rivolta interna o una guerra civile può tagliarci fuori dalle forniture (in Libia è già successo).

Non siamo in una condizione confortevole. Né possiamo illuderci che problemi del genere si risolvano in pochi mesi, ma dobbiamo riconoscerli più e meglio di come si sia fatto finora. Il grafico sotto mostra per esempio che, per la prima volta dall’aggressione russa all’Ucraina, con i cali del prezzo nel 2025 è tornata ad aumentare sia la quantità (da 118,5 a 125 terawattora) che la quota di energia elettrica (dal 44,3% al 47,3% del totale) prodotta da metano.

E malgrado gli enormi incentivi, costosi e malgrado i progressi, anche recenti, nell’ultimo decennio la quota delle rinnovabili nel consumo di energia in Italia è cresciuta meno che in Spagna, in Germania e nella media europea (mentre la Francia si affida al nucleare civile). Vedi sotto.

Nel tempo della Prima guerra globale, si tratta di una questione nazionale da affrontare con pragmatismo. Senza preclusioni. Dal lato dell’offerta, bisogna accelerare sulle rinnovabili, sul nucleare civile e sulle esplorazioni e lo sfruttamento dei giacimenti di gas (che sono abbondanti) nella nostra area di controllo politico o geopolitico nell’Adriatico e nel Mediterraneo centro-orientale.

Dal lato del consumo, è innegabile che la Cina sia un modello. Ha promosso la diffusione di massa di auto elettriche o ibride ben oltre il 50% delle nuove vendite, non per preoccupazioni ambientali ma per ridurre la dipendenza da petrolio importato: e dal 2024 il consumo di greggio nella Repubblica popolare ha iniziato a scendere. Allo stesso modo, la quota di rinnovabili nell’energy mix cinese ha quasi raggiunto quella dell’Italia (17,47% contro 20,43%).

Fra retorica e realtà

Da noi invece si assiste a una lotta fra capponi di Renzo. Dal lato del governo si continua a diffondere l’idea che la transizione verde e l’auto elettrica (dove siamo a un terzo dei livelli medi europei per nuove registrazioni) siano contrari agli interessi del Paese, perché costano. Dall’opposizione invece troppo spesso si rifiuta di riconoscere quanto sia urgente il nucleare civile o di ammettere che servono più esplorazioni ed estrazione di gas nel Mediterraneo: al 20% del fabbisogno di energia, le rinnovabili da sole non basteranno mai.

Tutta questa è retorica politica fuori dal tempo, di un’epoca che non è più la nostra. Nella Prima guerra globale, l’Italia non avrà mai un ruolo da potenza di primo piano. Ma può fare molto di più per tutelare se stessa.

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La guerra in Iran può risollevare l’economia disastrata della Russia (ma forse Trump sì) (linkiesta.it)

di

Fragilità strutturale

Le tensioni nello stretto di Hormuz hanno spinto il prezzo del greggio oltre i cento dollari al barile. Per Putin è un sollievo momentaneo: entrate energetiche più alte e meno attenzione internazionale sulla guerra in Ucraina

La guerra in Medio Oriente ha provocato un nuovo shock nei mercati energetici globali. Nel giro di pochi giorni il prezzo del petrolio è salito oltre i cento dollari al barile, raggiungendo livelli che non si vedevano dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

L’impennata del prezzo del petrolio, lo sentiamo ripetere da giorni, è legata soprattutto alle tensioni nello stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici del commercio mondiale. Attraverso questo corridoio transita circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto trasportati via mare. Le minacce di chiusura della rotta e gli attacchi contro infrastrutture energetiche nella regione hanno ridotto i flussi e alimentato il timore di una crisi dell’offerta.

In termini economici, il meccanismo è relativamente semplice. Quando il prezzo dell’energia aumenta, il reddito si trasferisce dai Paesi importatori a quelli esportatori (qui spiegato bene in un report di Chatham House). Tra i principali beneficiari ci sono produttori che non sono direttamente coinvolti nel conflitto, come Norvegia, Canada e Russia.

Per Mosca, che resta uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo, il rialzo dei prezzi rappresenta un vantaggio immediato. Dopo l’invasione dell’Ucraina e l’introduzione delle sanzioni occidentali, le entrate energetiche russe si erano progressivamente ridotte. Nel 2021 petrolio e gas rappresentavano circa il quarantacinque per cento delle entrate del bilancio federale; nel 2025 la quota era scesa intorno al venti per cento.

La nuova crisi energetica può invertire temporaneamente questa tendenza. Prezzi più alti e difficoltà logistiche per alcuni produttori del Golfo aumentano la domanda di greggio russo, soprattutto nei mercati asiatici. Alcuni analisti osservano inoltre che il conflitto produce un ulteriore effetto geopolitico: lo spostamento dell’attenzione internazionale dalla guerra in Ucraina verso il Medio Oriente.

Questo vantaggio, in realtà, ha limiti evidenti. Secondo un’analisi del Center for European Policy Analysis, anche con l’attuale aumento dei prezzi del petrolio l’economia della Russia resta sotto pressione. Le entrate energetiche sono inferiori alle previsioni del governo e la situazione finanziaria continua a deteriorarsi.

Una prima ragione riguarda le sanzioni. Il petrolio russo viene venduto sui mercati internazionali con uno sconto significativo rispetto al Brent, il principale benchmark globale. Anche quando i prezzi aumentano, Mosca non riesce a incassare l’intero valore di mercato.

Un secondo fattore riguarda il tasso di cambio. Il bilancio federale per il 2026 era stato costruito su un cambio di circa novantadue rubli per dollaro. Oggi la valuta russa è più forte, intorno a settantotto rubli per dollaro. Questo significa che, per ogni barile venduto, il governo riceve meno rubli del previsto.

Le difficoltà sono già visibili nei conti pubblici. Nel gennaio 2026 il bilancio federale ha registrato un deficit di circa 1,7 trilioni di rubli, pari allo 0,7 per cento del Pil in un solo mese. L’obiettivo annuale del governo è un deficit dell’1,6 per cento del Pil, ma ai livelli attuali potrebbe essere superato di molto.

Sono gli effetti nefasti portati dall’invasione su vasta scala. Effetti raccontati più volte da Linkiesta negli ultimi anni. In più, come scriveva Andrea Fioravanti qualche settimana fa, l’economia russa è entrata in un circolo vizioso: «Più lo Stato spende per la guerra, più indebolisce il mercato interno che dovrebbe sostenerlo nel lungo periodo. Per continuare a combattere, Vladimir Putin ha bisogno di un’economia più forte, ma quella russa si sta logorando proprio per sostenere lo sforzo bellico.

Negli ultimi due anni la crescita non è arrivata perché l’economia nel suo insieme stava meglio, ma perché lo Stato ha spostato enormi quantità di denaro verso la difesa». Per questo motivo il ministero delle Finanze russo sta preparando tagli alla spesa e una revisione della cosiddetta “budget rule”, il meccanismo che regola l’utilizzo delle entrate petrolifere e il trasferimento di risorse nel fondo sovrano.

Negli ultimi anni Mosca ha già utilizzato una parte consistente di queste riserve per coprire il deficit. La componente liquida del National Wealth Fund è scesa a circa cinquantacinque miliardi di dollari, contro oltre centodieci miliardi quattro anni fa. Più della metà delle risorse disponibili è stata quindi consumata durante i primi anni della guerra in Ucraina.

Anche le prospettive di crescita sul lungo periodo restano limitate. Le autorità russe stanno rivedendo al ribasso le previsioni per il 2026, dal 1,3 per cento inizialmente previsto tra lo 0,7 e l’uno per cento. E dal momento che la spesa militare è intoccabile – perché, fa sempre bene ricordarlo, Vladimir Putin non è disposto a fermare la guerra – i tagli vanno a colpire soprattutto i settori civili dell’economia.

In questo contesto, l’aumento del prezzo del petrolio rappresenta al massimo un sollievo temporaneo. Se i prezzi energetici non resteranno elevati a lungo e se il rublo non si indebolirà, le difficoltà del bilancio russo continueranno a pesare: la guerra in Medio Oriente non può risollevare l’economia disastrata della Russia.

Alla dimensione economica si aggiunge però una variabile politica più ampia. La nuova crisi geopolitica arriva in un momento in cui la politica estera americana appare sempre più erratica. Trovare un disegno strategico coerente nell’operazione militare voluta da Donald Trump è difficile. Ciò che emerge con chiarezza è piuttosto l’effetto complessivo delle sue scelte: indebolire il coordinamento occidentale proprio mentre la Russia continua la sua guerra di logoramento in Ucraina.

Che si tratti di affinità politica, di opportunismo o di qualcosa di più strutturato, il risultato concreto cambia poco, Trump fa continuamente favori strategici al Cremlino. Come scriveva lo scorso ottobre il direttore de Linkiesta Christian Rocca, «ormai è inutile domandarsi se Trump sia un asset russo o solo un imbecille». L’effetto politico è lo stesso: le decisioni della Casa Bianca finiscono spesso per coincidere con gli interessi di Vladimir Putin.

In questo senso, la crisi in Medio Oriente potrebbe diventare per Mosca un vantaggio almeno sotto il profilo geopolitico. Non perché possa risolvere i problemi strutturali dell’economia russa – che restano profondi – ma perché contribuisce a spostare l’attenzione internazionale altrove.

Ogni crisi che assorbe risorse diplomatiche, militari e mediatiche dell’Occidente allenta la pressione su Mosca.

Dobbiamo smettere di sopravvalutare la Russia di Putin (valigiablu.it)

di Casey Michel (direttore del programma Combating Kleptocracy presso la Human Rights Foundation)

Articolo originale pubblicato sul sito Kyiv 
Independent e tradotto per gentile concessione 
della testata. 

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Il recente anniversario dell’invasione russa, che ormai è entrata nel quinto anno, è una buona opportunità per fare il punto sulla situazione bellica.

Per l’Ucraina, il conflitto rimane una questione esistenziale. Sono gli ucraini stessi a continuare a soffrire e a sacrificarsi non solo per difendere il proprio paese, ma anche per garantire una maggiore stabilità in Europa. In qualche modo, però, molti partner occidentali continuano a non vedere un fatto evidente: è la Russia, e non l’Ucraina, ad aver subito un clamoroso fallimento strategico a causa di questa guerra.

Questa percezione è forse comprensibile. Il flusso costante e quotidiano di notizie dal fronte raffigura una guerra di logoramento, con la Russia, più grande, in naturale vantaggio grazie alle sue presunte riserve di manodopera.

Ma questa immagine quotidiana nasconde una realtà molto più ampia e sorprendente, che gli osservatori a Washington (e altrove) farebbero bene a riconoscere.

Non solo l’Ucraina ha ottenuto una serie straordinaria di successi strategici – sia nell’assicurare la sovranità e l’identità nazionale ucraina, sia nel creare la forza militare più innovativa e letale d’Europa – ma è invece la Russia che ha subito una serie impressionante, persino storica, di sconfitte strategiche.

In effetti, non è esagerato affermare che l’invasione della Russia, e in particolare la sua più recente campagna offensiva iniziata nel 2024, merita un posto tra le operazioni militari più miopi e disastrose non solo dell’ultimo decennio, ma anche dell’ultimo secolo.

Partiamo dal livello più alto. All’inizio della guerra, Putin ha definito una serie di obiettivi strategici, che andavano dalla “denazificazione dell’Ucraina” al ritorno dell’Ucraina al suo posto di subordinata della Russia. Come scriveva un ormai famigerato articolo dell’agenzia di stampa statale RIA Novosti, l’Ucraina “sarà riorganizzata, ricostituita e riportata al suo stato naturale come parte del mondo russo”.

Questi obiettivi non sono più vicini alla realizzazione ora di quanto lo fossero quattro anni fa. Semmai, sono molto più lontani di quanto lo siano mai stati.

L’invasione russa non solo ha consolidato la nazionalità ucraina, ma ha anche rivelato agli osservatori esterni che le affermazioni di una sorta di “fratellanza” indissolubile tra Ucraina e Russia erano sempre state false, una finzione della propaganda russa per giustificare brutalità, revanscismo e colonialismo.

Dopo che è diventato chiaro che gli obiettivi iniziali della Russia sarebbero falliti, Putin ha cambiato rotta.

A seguito del fallimento iniziale, Mosca si è riorganizzata per concentrarsi sulla conquista del Donbas e di tutte e quattro le oblast’ ucraine che Putin ha dichiarato di voler annettere nel 2022. Insistendo ulteriormente sulle rivendicazioni del “diritto storico” della Russia di controllare la regione – e sul fatto che la guerra fosse, in realtà, semplicemente finalizzata a proteggere le etnie russe e russofone – Mosca ha lanciato un’offensiva continua per conquistare le province più orientali dell’Ucraina, a prescindere dal costo.

Eppure, anche in questo caso, l’offensiva è stata a dir poco una calamità strategica, paragonabile non solo ai fallimenti della campagna iniziale della Russia nel 2022, ma anche a eventi come la fallimentare invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990, i disastrosi tentativi francesi di mantenere la sovranità sull’Algeria negli anni ’50 o persino l’invasione dell’Unione Sovietica da parte di Adolf Hitler nel 1941.

È stato, come ha recentemente affermato l’analista Lawrence Freedman, un “enorme fallimento”, una catastrofe continua i cui contorni non sono ancora stati pienamente compresi.

Scegliete qualsiasi parametro di valutazione. Grazie agli incredibili fallimenti di Mosca, la Russia ha probabilmente perso più uomini di quanti ne abbiano persi gli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, con decine di migliaia di vittime che si accumulano ogni mese, il tutto in una guerra che dura ormai da più tempo della lotta sovietica contro i nazisti.

Nel frattempo, l’economia russa è precipitata verso la stagnazione, con tassi di interesse galoppanti e prezzi dei generi alimentari ancora una volta “in forte aumento”, come ha recentemente riportato la BBC. Dal punto di vista economico, Putin ha sacrificato un futuro di successo per la Russia in cambio di un presente di successo, finendo per non ottenere né l’uno né l’altro.

Dal punto di vista geopolitico, la guerra della Russia si è rivelata più suicida di qualsiasi altra cosa almeno dal crollo dell’Unione Sovietica, e forse anche da quando l’Impero giapponese lanciò un attacco a sorpresa contro gli Stati Uniti quasi un secolo fa.

Invece di diventare una potenza egemone nella regione, la guerra ha smascherato la Russia come poco più che uno Stato vassallo della Cina, un Paese che ha i propri progetti revanscisti sul territorio russo. L’influenza di Mosca in luoghi come il Caucaso, l’Europa e il Medio Oriente è crollata, con il Cremlino in grado di fare ben poco per aiutare ex alleati come Bashar al-Assad o Nicolas Maduro.

A questo punto, la capacità della Russia di correre in soccorso di luoghi come la Transnistria o la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko è una questione aperta, così come lo è, sempre più, la futura stabilità della Federazione Russa in generale.

Tutto questo mentre la Russia ha proceduto sul fronte ucraino a un “ritmo da lumaca”. Come ha rilevato una recente analisi, l’ultima offensiva russa è stata “più lenta di quasi tutte le principali campagne offensive di qualsiasi guerra del secolo scorso”, persino più lenta della battaglia della Somme durante la prima guerra mondiale.

Questa è quindi la situazione attuale, mentre l’invasione russa entra nel suo quinto anno. L’Ucraina è in gran parte indipendente, in gran parte sovrana e, forse per la prima volta in assoluto, è l’esercito più potente del continente europeo. E la Russia è ora il principale artefice del più grande fallimento strategico del XXI secolo, che, con Putin ancora al potere, non mostra segni di volersi concludere presto.

È una realtà che i politici occidentali dovrebbero riconoscere e fare tutto il possibile per accelerare.

Vladimir Putin(Immagine via Store Norske Leksikon)

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