Meloni gioca la carta dei bimbi nel bosco: «Toghe fuori controllo» (ildubbio.news)

di Mauro Bazzucchi

Speculazioni

Dopo la decisione dei giudici di allontanare la madre dei minori dalla casa famiglia, la premier attacca frontalmente la magistratura, pensando al referendum

L’affondo arriva sui social, con parole pesanti e un bersaglio preciso: la magistratura. Nel pieno della campagna per il referendum sulla riforma della giustiziaGiorgia Meloni sceglie di intervenire direttamente sulla vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”, la coppia alla quale il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha tolto temporaneamente la tutela dei figli, decidendo di allontanare la madre dalla casa famiglia alla quale i due minori sono stati assegnati. Un caso delicatissimo, che riguarda le decisioni assunte dai giudici in materia di tutela dei minorenni, ma che la presidente del Consiglio trasforma in un nuovo capitolo dello scontro politico con le toghe.

Il punto di partenza, come detto, è l’ultima decisione dei giudici, alla quale, dopo qualche ora, è seguito un lungo post pubblicato sui social, nel quale la premier esprime sconcerto per gli sviluppi della vicenda. «Le ultime notizie che riguardano la famiglia Trevallion, la ‘famiglia nel bosco’, mi lasciano senza parole», scrive Meloni, ricordando che dopo l’affidamento dei tre bambini ai servizi sociali e il collocamento in una casa-famiglia, il tribunale avrebbe deciso di allontanare anche la madre dalla struttura protetta dove poteva restare insieme ai figli. Una scelta che, secondo la leader di Fratelli d’Italia, «infligge ai bambini un ulteriore, pesantissimo trauma, dopo la separazione dal padre».

Il cuore dell’intervento è una critica durissima alle decisioni dei giudici.

Meloni parla apertamente di una «assurda concatenazione di decisioni dal chiaro tenore ideologico», mettendo in discussione il presupposto stesso dell’intervento della magistratura minorile. «Il compito dei Tribunali per i Minorenni è quello di tutelare i bambini e gli adolescenti di fronte ai casi di maltrattamento, abuso o abbandono, agendo nel superiore interesse del minore», scrive.

Ma, aggiunge subito dopo, «dove sarebbe il superiore interesse del minore, quando dei bambini vengono allontanati dal padre, poi dalla madre, per stare mesi e mesi in una casa-famiglia, sempre più soli, perché i giudici del Tribunale dei Minorenni non condividono lo stile di vita della famiglia?».

Il passaggio più politico arriva poco dopo, quando la presidente del Consiglio affonda il colpo: «Non è compito della giustizia, e dello Stato in generale, sostituirsi ai genitori, decidere come vadano educati i figli, imporre uno stile di vita fondato su standard che sono chiaramente ideologici. Perché i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e uno Stato che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti». Il messaggio politico è chiaro.

La vicenda della famiglia Trevallion diventa l’occasione per rilanciare l’offensiva contro quella che la destra definisce da anni una magistratura “ideologizzata”.

Non a caso Meloni richiama anche l’intervento dell’Autorità garante dell’infanzia e dell’adolescenza, che avrebbe chiesto la sospensione del provvedimento di trasferimento dei bambini, sottolineando come le perizie indipendenti avrebbero già segnalato «uno stato di disagio e sofferenza» dei minori. «Queste decisioni del Tribunale stanno migliorando o peggiorando le condizioni di questi bambini? È lecito domandarselo», conclude la premier.

Al di là del merito specifico del caso, che riguarda un procedimento di diritto minorile e quindi una materia molto distante dai contenuti della riforma Nordio, l’intervento della presidente del Consiglio ha un evidente valore politico. Il referendum del 22 e 23 marzo riguarda infatti la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e la riforma degli organi di autogoverno della magistratura, non certo le decisioni dei tribunali per i minorenni. Ma nella fase finale della campagna elettorale la strategia del governo sembra sempre più orientata a spostare il confronto sul terreno dello scontro tra politica e toghe.

In questo senso il post della premier rappresenta la conferma che Meloni ha ormai rotto ogni indugio. Dopo settimane di prudenza, nelle quali aveva evitato di trasformare il referendum in un plebiscito politico, la presidente del Consiglio sembra aver scelto di guidare il rush finale della campagna con uno stile molto più aggressivo.

L’obiettivo è parlare direttamente all’opinione pubblica, facendo leva su casi simbolici che alimentano la percezione di una magistratura invadente o ideologicamente orientata.

Una scelta che riflette anche le indicazioni provenienti dai sondaggi, secondo i quali i No alla riforma sono in rimonta e avrebbero superato i Sì. In questo contesto, trasformare il referendum in uno scontro frontale con le toghe potrebbe essere il modo più efficace per mobilitare l’elettorato del centrodestra.

Soprattutto in una fase in cui l’apporto dei partiti di centrodestra appare latitare, soprattutto sul versante leghista.

Giorgia Meloni

Come l’immigrazione ha cambiato il voto locale nel Regno Unito (lavoce.info)

di  e 

Nel Regno Unito il partito anti-immigrazione di 
Farage è oggi accreditato del 30 per cento dei 
consensi. 

Ma gli elettori si spostano a destra senza diventare più ostili verso gli stranieri. È la capacità di rendere centrale il tema a fare la differenza.

Richieste d’asilo raddoppiate

Nel Regno Unito, tra il 2023 e il 2025, il numero di domande di asilo da parte di rifugiati è più che raddoppiato: ci sono state circa 100mila richieste annue, contro le 30–40mila registrate mediamente nei due decenni precedenti (fonte: Home Office). Aumentano anche gli arrivi irregolari, soprattutto attraverso le small boats che attraversano il Canale della Manica: un fenomeno relativamente recente, ma di enorme impatto mediatico e politico.

L’incremento degli arrivi, unito alle difficoltà nel sistema di accoglienza e all’uso di strutture collettive, ha alimentato l’attenzione dell’opinione pubblica verso il tema. A sua volta, ciò ha portato alla crescita di movimenti apertamente anti-immigrazione, sfociati, nel settembre del 2025, in una delle più grandi manifestazioni xenofobe della storia recente del paese. La risposta del governo laburista è stata il varo di una riforma altamente restrittiva del sistema d’asilo britannico.

Ma da dove nasce l’ostilità dei cittadini britannici verso i migranti? È il risultato di un cambiamento profondo nelle preferenze degli elettori, oppure della capacità di alcuni partiti di rendere l’immigrazione un tema politicamente centrale? Un nuovo studio affronta la domanda analizzando sistematicamente l’impatto dell’esposizione locale ai richiedenti asilo sui risultati elettorali nel Regno Unito tra il 2004 e il 2019. Si tratta del primo lavoro che ricostruisce in modo causale come la presenza dei richiedenti asilo abbia inciso sulle scelte di voto in un paese in cui asilo e immigrazione sono da tempo temi altamente politicizzati.

La politica di dispersione dei richiedenti asilo

Se guardiamo al nostro paese, le politiche di accoglienza hanno seguito due modelli distinti. Da un lato, un sistema gestito in modo centralizzato dal governo e dalle prefetture, basato sui centri di accoglienza straordinaria (Cas), spesso di grandi dimensioni e concentrati in specifici territori. Dall’altro, forme di accoglienza più “diffusa” – come lo Sprar, poi Siproimi e oggi Sai – caratterizzate da numeri più contenuti e da una distribuzione più capillare sul territorio, con un maggiore coinvolgimento dei comuni. La letteratura ha dimostrato che i due modelli hanno conseguenze sul voto degli elettori molto diverse (qui per i Cas e qui per gli Sprar).

Anche il Regno Unito adotta una politica di allocazione territoriale dei richiedenti asilo. Una quota rilevante di loro viene assegnata alle diverse local authorities attraverso una politica di dispersione, in base alla quale il governo centrale fornisce l’alloggio ma non consente ai richiedenti di scegliere la località di residenza. Solo chi dispone di risorse economiche sufficienti o di reti familiari consolidate può rinunciare all’alloggio pubblico e stabilirsi autonomamente altrove.

Nel periodo analizzato, meno di un richiedente su cinque ha esercitato questa opzione. La coesistenza di un regime duale del diritto d’asilo genera una distinzione cruciale tra i due gruppi. I richiedenti asilo “dispersi” tendono a concentrarsi in un numero limitato di autorità locali, spesso caratterizzate da un’ampia disponibilità di edilizia pubblica. Al contrario, i richiedenti “non dispersi” – che possono scegliere liberamente dove vivere – risultano distribuiti in modo più uniforme e si concentrano prevalentemente nelle aree economicamente più dinamiche del sud dell’Inghilterra.

La figura 1 illustra chiaramente la diversa distribuzione territoriale dei due gruppi. Questa differenza istituzionale è particolarmente informativa dal punto di vista analitico, perché consente di confrontare, all’interno dello stesso contesto nazionale, gli effetti politici di una presenza “imposta” dal governo centrale con quelli di una presenza autonomamente scelta dai richiedenti asilo stessi.

Figura 1 – Richiedenti asilo dispersi e non dispersi (per 10mila abitanti; media 2004–2019)

(Fonte: Fasani et al. 2025)

Più richiedenti asilo, più voto a destra

I risultati sono netti. Un aumento dell’esposizione locale ai richiedenti asilo dispersi produce uno spostamento significativo dei risultati elettorali verso destra. In termini quantitativi, un incremento pari a una deviazione standard nel numero di richiedenti asilo dispersi aumenta di circa 3 punti percentuali il divario di voto tra conservatori e laburisti a favore dei primi (figura 2, barra blu).

L’effetto riflette soprattutto una perdita di consensi per il Partito laburista, accompagnata da un aumento dei voti per i conservatori. Guadagnano voti anche partiti come i Verdi e l’Ukip, che però, a causa del sistema elettorale maggioritario, raramente si traducono in seggi nei consigli locali. Non emergono invece effetti sull’affluenza: gli elettori non votano di più o di meno, ma votano diversamente.

Figura 2 – Effetto dei richiedenti asilo sul divario di voto tra conservatori e laburisti nelle elezioni locali (stime 2SLS)

(Fonte: Fasani et al. 2025)

È altrettanto importante notare ciò che non emerge dai dati: la presenza dei richiedenti asilo non dispersi non ha alcun effetto misurabile sui risultati elettorali (figura 2, barra rossa). Vivendo in alloggi privati, in modo meno concentrato e con minore visibilità, queste persone sembrano generare reazioni politiche molto più deboli.

Risultati simili si riscontrano anche nelle elezioni politiche nazionali e nel referendum sulla Brexit: nelle aree più esposte ai richiedenti asilo dispersi, il sostegno al “Leave” è stato significativamente più alto.

Cosa cambia: le opinioni degli elettori o l’offerta politica?

Da dove nasce lo spostamento verso destra? Nel periodo considerato, il Regno Unito ha ricevuto un numero relativamente contenuto di richiedenti asilo – circa 30mila all’anno – e, per varie ragioni, è stato solo marginalmente toccato dal picco di domande presentate in altri paesi europei durante la “crisi dei rifugiati” del 2015-2016.

Una volta allocati nelle diverse aree del paese, i numeri diventano piccoli (come mostrato nella figura 1), e ciò suggerisce che gli effetti osservati sui comportamenti elettorali dei cittadini britannici siano trainati dalla rilevanza politica e mediatica acquisita dal tema dei richiedenti asilo, più che dal loro concreto impatto sulle comunità locali.

I dati di indagini campionarie longitudinali di cittadini britannici indicano che lo spostamento a destra non è il risultato di un cambiamento profondo nelle opinioni degli elettori. Analizzando le loro percezioni sull’impatto dei cittadini stranieri su aspetti economici, culturali e sul welfare, l’esposizione ai richiedenti asilo produce solo lievi riduzioni nelle valutazioni più positive, senza generare un aumento significativo di sentimenti apertamente ostili.

Le evidenze sono coerenti con risultati recenti secondo cui le opinioni sull’immigrazione tendono a essere sorprendentemente stabili nel tempo. Se le preferenze cambiano poco, allora il meccanismo va cercato altrove.

L’attenzione si sposta quindi sul lato dell’offerta politica. Utilizzando un database che raccoglie tutti i discorsi parlamentari dal 2004 al 2019, lo studio mostra che i parlamentari conservatori eletti in aree più esposte ai richiedenti asilo dispersi parlano di più di immigrazione (figura 3, barra blu a destra).

Non cambiano necessariamente il tono – che non diventa più radicale o ostile – ma rendono il tema più centrale nel dibattito politico. una scelta confermata dal fatto che lo stesso effetto non si osserva invece tra i parlamentari laburisti che vengono da aree ugualmente esposte all’arrivo di richiedenti asilo (figura 3, barra blu a sinistra). E, anche in questo caso, la presenza di richiedenti asilo “non dispersi” non produce alcun effetto sui discorsi dei parlamentari (figura 3, barre rosse).

Figura 3 -Effetto dei richiedenti asilo sulla salienza di asilo e immigrazione nei discorsi parlamentari (stime 2SLS)

Fonte: Fasani et al. 2025)

In altre parole, l’esposizione locale non trasforma radicalmente le opinioni degli elettori, ma rende l’immigrazione una lente attraverso cui interpretare la politica. I conservatori riescono a incanalare la rilevanza data al tema a proprio vantaggio, contribuendo a spiegare perché variazioni relativamente contenute nella presenza dei richiedenti asilo producano effetti elettorali così ampi.

Uno sguardo al presente

Sebbene l’analisi si fermi al 2019, i risultati aiutano a interpretare gli sviluppi più recenti della politica britannica. Dopo anni di crisi, i conservatori hanno perso le elezioni del 2024, ma anche la ripresa laburista si è rivelata fragile. Secondo gli ultimi sondaggi, i due partiti storicamente dominanti raccolgono insieme poco più di un terzo dei consensi.

Mentre una parte dell’elettorato si è spostata verso Verdi e Liberal democratici, la crescita più impressionante è quella di Reform UK, che con una piattaforma fortemente anti-immigrazione è oggi vicina al 30 per cento nei sondaggi. Il messaggio che emerge è chiaro: la capacità dei partiti tradizionali di “gestire” il malcontento sull’immigrazione – in passato efficace, soprattutto per i conservatori – sembra essersi esaurita.

In un contesto in cui il tema resta altamente rilevante, lo spazio politico viene sempre più occupato da narrazioni radicali e polarizzanti.

Il mondo non è più piatto, l’Italia invece sì: a Mezzogiorno c’è un nuovo boom di distretti hi-tech (corriere.it)

Se l’essenza del giornalismo è l’uomo che morde il 
cane, allora è il momento di parlare del Mezzogiorno 
d’Italia. 

Sta battendo il Nord, per certi aspetti. Soprattutto, sta battendo il Centro del Paese.

Sono successi limitati, relativi, pieni di distinguo da fare e comunque soggetti a conferme tra un anno o magari tra cinque. Ma sono successi reali, misurabili, spiegabili solo in parte con una stagione post-pandemica in cui la spesa pubblica si è indirizzata relativamente di più verso il Sud. Sta succedendo anche qualcosa di diverso e più interessante: da pochi anni si stanno formando isole di dinamismo meridionale – Napoli e dintorni, Bari e dintorni, Catania e dintorni – per certi aspetti come non se ne vedevano dagli anni ’60.

Il Mezzogiorno nel complesso da anni cresce più del resto del Paese. Ma non è tanto questo. È che per la prima volta nella storia dell’Italia unita certi distretti del Sud sono posizionati meglio nelle catene internazionali del valore di certi distretti del Centro-Nord. Questi ultimi sono tradizionalmente legati alla meccanica, all’auto, all’integrazione analogica con una Germania che rallenta. I distretti più produttivi del Sud invece sono relativamente più concentrati nei settori ad alta crescita di questo secolo: digitale, aerospazio, farmaceutica, semiconduttori, tecnologie verdi (anche qui, con dei distinguo).

E poi c’è un fatto che mi fa ripensare al libro di Thomas Friedman del 2005 “The World is Flat” (“Il mondo è piatto”). Fu l’equivalente della “fine della storia” di Francis Fukuyama, applicata al commercio e alle tecnologie. L’idea di Friedman era che ormai l’economia internazionale fosse ormai un campo da gioco senza attriti, dove sarebbe stato ovvio per un americano avere il radiologo di fiducia a Bangalore (oggi Bengaluru) e il sarto a Shanghai.

Oggi quella tesi fa tenerezza, nell’era di Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping. Ma se il mondo non è più piatto, l’Italia invece lo è. E una bella fetta del mondo delle Information and Communication Technologies delle aziende del Nord Italia – e non solo – si trasferisce verso Sud a cercare bassi costi. Ma anche competenze elevate. Vediamo.

A Taranto (non per l’Ilva)

Lorenzo Seritti, 40 anni, è di Picerno, 5.500 abitanti in provincia di Potenza. Si è laureato al Politecnico di Milano. Ha avuto negli anni esperienze a Procter & Gamble, l’Oréal, Sky, 20th Century Fox-Disney, Sony Pictures. È espatriato a Berlino e ha lavorato per una decina di anni a una serie di start-up che fondevano i settori dei viaggi e dei media.

Da qualche anno ha fondato con Luca Pignatti, uscito da Politecnico di Milano e con oltre dieci anni di carriera in Airbus, ha un fondo di venture capital che raccoglie finanziamenti dagli italiani all’estero e dalla comunità italo-americana negli Stati Uniti per concentrarsi sulle fasi preliminari delle start up. Profondo Capital, il loro veicolo finanziario, ha una particolarità: stabilisce a Taranto (sopra uno scorcio della città vecchia) almeno alcune attività delle aziende in cui investe, anche se magari sono progetti biomedicali nati in Connecticut.

“Taranto fa pensare all’ex Ilva, lo so” dice Seritti, cioè alla semiparalisi che anche l’attuale governo (con l’aiuto di molti precedenti) ha contribuito a generare nella più grande acciaieria d’Europa. “Ma paradossalmente oggi è più facile attrarre investimenti digitali in Puglia che a Milano”, aggiunge Seritti. Nel capoluogo lombardo a fine anno una busta paga lorda di un ingegnere o di uno sviluppatore è del venti o trenta per cento più alta e l’affitto della sede costa un multiplo.

E non è solo Sud contro Nord. Una start up straniera con cui Profondo Capital sta lavorando ha fatto i suoi preventivi e si è resa conto che lo stesso investimento in ingegneri e in un centro di ricerca in Polonia le sarebbe costato il doppio che a Taranto. “Anche in Ucraina gli ingegneri digitali sono pagati di più”, nota Seritti. Il suo obiettivo è facilitare un ritorno di cervelli che hanno lasciato il Sud da anni, attraendoli con la qualità e il basso costo della vita.

Profondo Capital forse è un esempio estremo, ma non unico. Il modello “The World is Flat” sulla scala ridotta dell’Italia sta diventando popolare soprattutto dopo la pandemia. Una certa diffusione della banda larga (anche) con gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e la connessione di rete veloce quasi ovunque grazie ai satelliti Starlink di Elon Musk stanno cambiando una condizione secolare del Mezzogiorno. Non è più sempre e comunque il luogo dove non si può produrre, perché ha infrastrutture fisiche scadenti che lo tagliano fuori dal cuore dell’Europa.

Il rapporto della presidenza del Consiglio sulla Zona economica speciale unica del Mezzogiorno nel 2024 stima che negli ultimi anni solo a Bari 16 multinazionali delle tecnologie dell’informazione hanno contribuito a creare cinquemila nuovi posti. Su elettronica e digitale la Campania ha ormai 91 mila addetti, la Puglia 57 mila e la Sicilia 50.500. La Calabria è più indietro (19 mila addetti), ma nella sede di Rende della sua università ha accettato una posizione di ruolo nel 2023, lasciando Oxford, Georg Gottlob: studioso austriaco di data center per l’intelligenza artificiale, Gottlob sta attraendo attorno a sé studenti e iniziative che si solito non si immaginano nella provincia di Cosenza.

Questi fenomeni si vedono anche nei dati. Uno studio di pochi mesi fa di Antonio Accetturo, Emanuele Ciani, Sauro Mocetti e Andrea Petrella della Banca d’Italia mostra che dal 2014 l’intero settore delle tecnologie digitali è cresciuto nettamente più nel Mezzogiorno che nelle medie italiane, trainato da Napoli, Bari e Catania (qui sotto il grafico).

Modello Napoli

Giorgio Ventre, direttore scientifico della Apple Developer Academy di Napoli e professore di informatica all’università Federico II in città, non è convinto del modello dell’Italia “piatta”: se sono solo i bassi costi a portare a Sud gli investimenti tecnologici immateriali – osserva – questi se ne andranno in Albania o in Moldova non appena il calcolo delle convenienze cambierà con il prossimo allargamento dell’Unione europea. È già successo con i call center, un business di competenze e valore aggiunto più bassi, un decennio fa: si erano addensati in Calabria perché costava meno, ma si è tutto squagliato non appena Tirana o la Romania hanno offerto ai gruppi del Nord Italia soluzioni a prezzi ancora più stracciati.

Ventre insiste dunque che, per durare, la traiettoria ascendente del Mezzogiorno ha bisogno di competenze e start up attorno alle università. A Bari, Catania e Napoli sta accadendo. La Apple Academy dentro la Federico II è una delle poche che il gruppo di Cupertino finanzia (le altre sono a Riad, in Indonesia, Corea del Sud e Brasile).

Apple vuole formare sviluppatori di app che facciano prosperare i sistemi per i quali occorre avere uno smartphone. Ma, tutto interno, l’intero tessuto produttivo di Napoli sta reagendo. Deloitte ha lanciato un polo di consulenza e sviluppo software da quasi 700 addetti a Capodichino, Accenture un centro per la cybersecurity in città, Cisco un “Digital Transformation Lab” nella Federico II. Soprattutto – secondo un recente studio di Teha, il think tank – la Campania nel 2025 è seconda in Italia dopo la Lombardia per numero di start up innovative.

I nuovi campioni 

Il fermento, in realtà, è più esteso di così. Non ci sono solo l’ecosistema attorno all’università e impianto di semiconduttori di Catania; né solo la gigafactory 3Sun di pannelli fotovoltaici della Sicilia orientale (che però non può competere sui costi con la Cina) e l’esplosione dell’export farmaceutico da Molise, Calabria, Abruzzo e Campania. Dal 2019 al 2024 – secondo Teha – la crescita dell’export dal Nord è del 25%, dal Mezzogiorno del 34% (certo da livelli molto più bassi).

C’è soprattutto una certa febbre imprenditoriale nelle nuove isole di sviluppo del Sud, meno appesantite dall’eredità dei distretti della meccanica tradizionale. La Caffè Borbone di Napoli è nata in una bottega di Napoli una generazione fa, ma dal 2017 ha più che triplicato i fatturati ben oltre i 300 milioni di euro. La Medspa (cosmetici “Miamo”) ha fatto lo stesso nel 2006 e ha più che quintuplicato i fatturati a oltre 40 milioni fra il 2019 e il 2024.

Sono risultati fuori dalla portata di Roma e di tutto il Centro Italia. Secondo la banca dati Istat i livelli del prodotto interno lordo del Centro e del Mezzogiorno erano ancora appaiati attorno ai 395 miliardi di euro nel 2019; nel 2024 l’economia del Sud (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia) invece era già di 32 miliardi di euro più grande di quella del centro (Lazio, Marche, Toscana, Umbria).

Proprio il Centro oggi appare il vero cuore della stagnazione italiana, mentre il Mezzogiorno è cresciuto del 9% fra il 2019 e il 2023 e cioè il doppio delle medie nazionali (qui sotto il grafico da fonte Banca d’Italia).

La spinta della spesa

Ovvio che non è tutt’oro quel che luccica. C’è tanta spesa pubblica nella recente crescita del Sud e non sarà facilmente replicabile. Probabilmente non ha senso che lo sia. Con un terzo della popolazione e poco più di un quinto del fatturato italiano, il Mezzogiorno ha beneficiato del 40% dei fondi del Piano nazionale di ripresa da 194 miliardi: certe regioni del Sud ricevono finanziamenti pari a oltre il 50% del loro prodotto lordo.

La spesa per il Superbonus e bonus facciate al Sud è stata parossistica – la Calabria in certi anni ha decuplicato le ristrutturazioni immobiliari – ed è da lì che viene molto dell’aumento dell’occupazione. La creazione di una Zona economica speciale ha poi accelerato moltissimo le autorizzazioni di progetti al Sud; ma ora il coordinatore della Zes Giosy Romano, un tecnico molto capace, è stato sostituito a Palazzo Chigi da un ex sindacalista di carriera come Luigi Sbarra.

La fuga dei giovani

E l’emorragia umana continua, perché i livelli di occupazione sono fra i più bassi al mondo e il reddito per abitante è appena il 57% di quello del Centro-Nord. Solo dal 2019 il Mezzogiorno ha perso il 3% della popolazione perché dal 2009 sono emigrati verso il Nord Italia o l’estero quasi in tre milioni, in gran parte persone nel fiore degli anni.

Una perdita simile su una popolazione meridionale di 19 milioni è, semplicemente, una catastrofe. È un miracolo che il Sud in questi anni sia cresciuto di più malgrado questo deflusso, ma non potrà continuare così a lungo. Nel mio ultimo viaggio a Catania ho percepito una tensione strisciante fra i professionisti e imprenditori che cercano di trasformare in meglio la città: si sta formando uno stigma sociale all’idea di incoraggiare i propri figli a studiare e vivere lontano, perché tutti capiscono che questo significa uccidere il futuro della Sicilia; eppure quasi tutti, alla fine, continuano silenziosamente a farlo.

In Italia si è messo in moto un ceto produttivo del Mezzogiorno che non vuole avere niente a che fare con la criminalità organizzata, con le clientele e la corruzione dei governi locali, ma che ha ambizione e fame di realizzarla. Il resto del Sud e tutto il Paese hanno molto da imparare da questa nuova classe produttiva meridionale.

Essa non è maggioranza a casa propria e il Sud ha ancora moltissima strada davanti: ma i primi passi adesso si vedono.

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Bologna – La mappa del disagio in città (cantierebologna.com)

di Alberto Biondi

L’Istat ha preso in considerazione nove 
indicatori e diviso la città zona per zona

L’Istat ha pubblicato i risultati di un progetto che misura il livello di disagio socioeconomico in Italia.

Tra le città prese in esame nel primo gruppo di dati (che risalgono al 2021) c’è anche Bologna, zona per zona. In città spiccano le zone Bolognina, Barca, una parte di San Donato, Cirenaica, Pescarola, l’area intorno a via dello Scalo e Pilastro. Ma non è solo una questione di chilometri dal centro, ma di opportunità che si restringono.

Gli ultimi dati Istat sul disagio socio-economico (Idise) fotografano una Bologna a più velocità, dove il confine tra benessere e marginalità è tracciato da una serie di indicatori che pesano sulla vita quotidiana delle famiglie.

L’indice Idise utilizza una scala in cui 100 rappresenta la media cittadina: ogni punto in più è un segnale d’allarme. In questa classifica della fragilità, Pescarola svetta con un indice di 118.6, il più alto analizzato. Qui, il disagio non è un fattore isolato ma una combinazione di variabili che si autoalimentano, portando l’area quasi 19 punti sopra la media comunale.

Seguono a breve distanza la Cirenaica (116.1) e la zona di via Irnerio (114.9). Quest’ultima, pur essendo centrale, smentisce l’idea che il disagio appartenga solo alle periferie estreme, mostrando come la precarietà abitativa e la solitudine degli anziani colpiscano duramente anche il cuore della città. Guardando dentro ai numeri si può facilmente rivelare la ferita specifica di ogni quartiere. In Cirenaica sono emergenza abitativa e solitudine.

Oltre il 32% degli anziani che superano i 70 anni vive solo e in case non di proprietà. È la percentuale più alta registrata, un dato che parla di una popolazione fragile e a rischio sfratto o isolamento sociale. Mentre nella zona intorno a via dello Scalo si registra il 34.4% di famiglie senza alcun reddito da lavoro o pensione, alla Barca il reddito sembra tenere meglio (il basso reddito è tra i più contenuti, all’8.6%), ma il disagio complessivo resta alto (112.5).

Il dato più allarmante per le prospettive future arriva dal Pilastro. Qui si registra il record, il 35,1%, dei cosiddetti Neet, ovvero i giovani fra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano. A questo si aggiunge un tasso di abbandono scolastico del 19.9%, quasi il doppio rispetto ad altre aree come Pescarola o via Irnerio.

Per mappare le fragilità di Bologna, i ricercatori hanno incrociato nove diversi indicatori che toccano ogni fase della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Il primo è la solitudine degli anziani che misura la percentuale di over 70 che vivono soli e in affitto. Il Dis2 indica i nuclei in cui nessuno lavora e nessuno percepisce una pensione, rappresentando la forma più severa di esclusione dal circuito economico.

La povertà relativa (Dis3) identifica la percentuale di persone che vivono in famiglie con un basso reddito equivalente rispetto alla media. L’indice numero quattro è il tasso di occupazione tra i 25 e i 64 anni. A differenza degli altri, qui un valore alto indica una zona in salute. Il quinto indicatore riguarda le famiglie dove i componenti lavorano meno del 20% del tempo potenziale, segnale, secondo l’Istat di una partecipazione marginale al mercato del lavoro.

La precarietà contrattuale è rilevata dal sesto indicatore che scatta quando l’occupazione non è stabile durante l’anno, fotografando l’incertezza di chi vive “a termine”. Le barriere culturali si trovano nel settimo indicatore. Il Dis7 misura la bassa istruzione tra gli adulti (diploma di licenza media. I Neet, o giovani tra i 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano sono inquadrati nell’ottavo indicatore (Dis8). L’ultimo indicatore, il Dis9 inquadra l’abbandono scolastico.

Questi indicatori, se presi singolarmente, raccontano una storia; quando l’Istat li aggrega nell’indice Idise, ottiene la fotografia nitida di dove la “fatica di vivere” è più concentrata. L’Istat ha adottato per questi dati il metodo Ampi+, dove un’eccellenza in un settore non può compensare uno squilibrio in un altro.

Se un quartiere ha buoni redditi ma un’istruzione pessima, l’indice finale viene “penalizzato” per riflettere lo squilibrio interno totale. I 7.441 residenti della Bolognina e i 7.430 della Cirenaica rappresentano la massa critica di questa analisi.

In queste aree, il disagio non è solo intenso, ma diffuso su migliaia di persone, rendendo prioritari gli interventi di “politica di prossimità” invocati dai ricercatori per ricucire il tessuto sociale della città.

L’articolo è tratto da “InCronaca”, il giornale del Master in Giornalismo dell’Università di Bologna (qui). In copertina: la mappa elaborata dall’Istat .

(Photo credits: Istat)

CGIL, conti pignorati: KO per il sindacato di Landini (cglicenziamenti.it)

Diritti negati e ipocrisie
Non volevano pagare il TFR a un proprio dipendente e, per evitarlo, hanno trascinato la battaglia legale fino al KO definitivo in Cassazione, costringendo il Tribunale a pignorare forzosamente i conti del sindacato per oltre 96.000 euro.

ROMA – Non è bastata una battaglia legale durata anni, né il ricorso all’ultimo grado di giudizio. La CGIL, il sindacato che fa della difesa dei lavoratori il suo vessillo, ha dovuto alzare bandiera bianca davanti alla Suprema Corte di Cassazione e, infine, subire l’onta del pignoramento dei conti correnti.

Al centro del contendere: le spettanze non pagate a un ex dipendente. Un paradosso che oggi ha un prezzo preciso, messo nero su bianco da un’ordinanza del Tribunale di Roma che non ammette repliche.

La disfatta in Cassazione: il ricorso “inammissibile”

La vicenda giudiziaria è un calvario di sentenze che hanno visto l’organizzazione di Corso d’Italia uscire sconfitta su tutti i fronti. Dopo che la Corte d’Appello di Roma, nel 2022, aveva già condannato la confederazione a pagare oltre 52.000 euro (più rivalutazione e interessi), i vertici sindacali avevano tentato l’ultima carta: il ricorso in Cassazione.

La risposta degli “Ermellini” è stata una doccia fredda. Con l’ordinanza, la Sezione Lavoro della Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando pure il sindacato al pagamento di ulteriori 5.500 euro di spese legali. Un verdetto che ha messo la parola fine a ogni possibile resistenza, rendendo il debito non più discutibile.

Conti pignorati presso Monte dei Paschi di Siena: lo scacco matto

Nonostante la sentenza definitiva, il pagamento spontaneo non deve essere arrivato, tanto da costringere l’ex dipendente a passare alle maniere forti: il pignoramento presso terzi.

Il Giudice dell’esecuzione del Tribunale di Roma ha rotto gli indugi con un’ordinanza che non lascia spazio a repliche, ordinando alla banca Monte dei Paschi di Siena di versare direttamente al creditore le somme dovute.

Con questo provvedimento dello scorso settembre, il “sindacato dei diritti” è stato condannato a pagare cifre pesantissime per chiudere una pendenza lavorativa che si trascinava ormai da troppo tempo.

Dalle carte del tribunale emerge uno spaccato impietoso:

  • 126.763,74 euro: è la cifra che era stata inizialmente richiesta con l’atto di precetto.
  • 96.501,03 euro: la somma finale assegnata dal Giudice per chiudere il conto, dopo che il lavoratore ha rinunciato agli interessi moratori pur di incassare il dovuto.
  • 4.713,06 euro: l’ulteriore esborso per le spese di esecuzione che il sindacato dovrà coprire.

Dalle piazze alle aule di giustizia

Il contrasto è stridente. Mentre il sindacato annuncia scioperi e mobilitazioni contro i ritardi nei pagamenti e per la tutela dei contratti, i suoi legali cercavano di convincere i giudici a non pagare un proprio ex collaboratore.

Il Tribunale ha accertato che sul conto pignorato c’erano oltre 190.000 euro, liquidità che ora verrà utilizzata forzosamente per onorare quella firma mai messa su un bonifico spontaneo.

Una vicenda che non è solo una sconfitta economica, ma un pesantissimo danno d’immagine per chi, ogni giorno, chiede il rispetto dei diritti dei lavoratori.

La corte di cassazione pignora i conti correnti della CGIL per il mancato pagamento del TFR a un dipendente