No, non è la Terza guerra mondiale: è la Prima guerra globale. Ora l’Italia pensi all’autonomia (energetica) (corriere.it)

Si sente dire spesso che staremmo entrando, o 
rischiamo di entrare, nella Terza guerra mondiale. 

Non mi convince.

Se la definizione di “guerra mondiale” è quella del ventesimo secolo – un conflitto fra due alleanze contrapposte – allora non stiamo assistendo a niente del genere.

Lo stato di guerra sembra divenire endemico in molti punti di attrito del pianeta e dal 2022 oltre cinquanta Paesi ne sono coinvolti. Ciascuno dei focolai si rivela incredibilmente difficile da sedare e spegnere definitivamente.

Ma non esistono coalizioni rigidamente contrapposte, piuttosto rivalità a volte fluide e à la carte. La Russia e l’Iran sono impegnati a sostegno di fronti opposti nella guerra in Sudan, ma alleati contro l’Ucraina. Anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono su fronti opposti in Sudan, ma entrambi presi di mira dai droni e missili dell’Iran.

La Turchia è un finanziatore importante della guerra contro l’Ucraina, comprando grandi quantità di petrolio russo, ma è la diretta avversaria di Mosca in Libia. E gli Stati Uniti considerano la Russia un potenziale nemico a causa della sua alleanza con la Cina, ma nei fatti la stanno aiutando nella guerra contro Kiev.

No, non è la Terza guerra mondiale. Questa è la Prima guerra globale: uno stato di conflitto endemico e diffuso, in teatri diversi, che coinvolge un numero crescente di Paesi in misure e modi variabili. Mostrerò sotto più in dettaglio come e dove la Prima guerra globale abbia già ucciso almeno 600 mila persone dal 2022.

Fra le tante derivate, c’è però un aspetto specifico che riguarda l’Italia. Siamo di fronte al secondo choc energetico dovuto ai conflitti in un quadriennio. E se è presto per dire quanto profondo e duraturo esso si dimostrerà, non lo è per dire che sull’energia l’Italia deve ripensare la propria autonomia strategica. Deve rafforzarla. Perché siamo vulnerabili, anche rispetto al resto d’Europa. 

Un grado maggiore di autosufficienza dev’essere una priorità nazionale, assoluta e bipartisan, per affrontare questi tempi di ferro. Cosa voglio dire? Guardate il grafico sotto: il gas è la principale fonte di elettricità e calore del Paese ma solo l’11% delle forniture arriva da Paesi affidabili dal punto di vista geopolitico (e no, gli Stati Uniti non lo sono). Ma di questo tra poco. Prima vediamo come si presenta, nel complesso, la Prima guerra globale.

I focolai di conflitto

I focolai di conflitto attivi fra Stati riguardano la Russia e l’Ucraina e, in Medio Oriente, lo scontro per il futuro dell’Iran. Poi ci sono le situazioni croniche ma meno attive, o intermittenti: fra Pakistan e Afghanistan, fra Pakistan e India, fra Cambogia e Thailandia, fra Cina e Taiwan assistiamo in modi diversi a conflitti che a momenti deflagrano e poi tornano a covare sotto la cenere oppure – come nel caso di Pechino contro Taipei – a provocazioni crescenti che in certe fasi sfiorano il blocco navale o la prova generale di un’aggressione.

Il terzo tipo di guerra si svolge con maggiore o minore intensità entro singoli Paesi – il Sudan e la Libia su tutti – e, benché essa si presenti come guerra civile, vede in realtà potenze esterne intervenire per il controllo delle risorse. E lascio fuori decine di altri teatri in Africa dove il confronto armato è più direttamente in mano a fazioni di uno stesso Paese.

Se la Prima e la Seconda guerra mondiale furono una resa dei conti tra alleanze, la Prima guerra globale è frutto del collasso delle coalizioni. Più ancora, del collasso generale dell’ordine internazionale emerso dopo la dissoluzione del blocco sovietico. L’aggressione all’Ucraina e il naufragio dell’Alleanza atlantica, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, sono i fattori che hanno fatto deflagrare tensioni accumulatesi nel tempo. Con quei due eventi, le vecchie coalizioni e il vecchio ordine internazionale si dissolvono.

In modi diversi, Trump e Putin vogliono rivedere le norme e gli equilibri concordati dopo la fine della guerra fredda.

Pressata dall’ascesa della Cina, l’America non sopporta più il peso delle alleanze e i vincoli posti dalle regole e dalle istituzioni internazionali. Quanto a Putin, vuole riscrivere i termini della pace europea del 1989 in modo non molto diverso da come Mussolini e Hitler volevano farlo con la pace del 1919. In questo lui e Trump sono accomunati da un’intesa tattica per un tratto di strada.

Ovvio poi che anche la Cina abbia la sua agenda di dominio e rivincita dopo i “secoli dell’umiliazione”, quindi sia altrettanto insofferente del vecchio ordine e interessata a destabilizzare gli assetti degli altri: per esempio, permettendo e alimentando con le sue tecnologie l’aggressione della Russia all’Ucraina o i missili e droni dell’Iran contro Israele e i Paesi del Golfo grazie ai suoi satelliti.

Cinquanta Paesi

In questo quadro, dal 2022 sono rimasti coinvolti oltre cinquanta Paesi con una popolazione complessiva di oltre quattro miliardi di persone. La metà dell’umanità è in qualche misura a contatto con i conflitti. Tutti questi Paesi o i loro cittadini negli ultimi quattro hanno compiuto azioni spiegabili solo in un contesto di guerra, oppure sono stati essi stessi teatro di azioni belliche. Naturalmente, si tratta di situazioni varie e diverse.

Ci sono territori vittime di aggressioni dall’esterno come l’Ucraina; territori origine di aggressioni come la Russia; governi che inviano armi, mezzi e a volte uomini per lo sforzo di guerra di altri Paesi come fanno gli europei o la Cina e la Corea del Nord su fronti opposti del conflitto russo-ucraino; ci sono Paesi che ne aiutano altri e sono essi stessi bersaglio di attacchi ibridi violenti, dalle bombe sulle ferrovie polacche alle esplosioni in Germania; ci sono poi il conflitto mediorientale in allargamento e i vassalli dell’Iran dal Libano fino allo Yemen; infine i conflitti per le risorse, le dispute di confine e i disegni di annessione che tornano o si acuiscono in Asia meridionale, in Asia del Sud-Est e in Africa. Infine, qualunque cosa se ne pensi, c’è l’America: intervenuta militarmente in Venezuela e altri sei Paesi diversi dal ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Tutto questo non ha precedenti. È un grado di coinvolgimento e diffusione dei conflitti “locali” molto superiore persino a quello che si vedeva fra il 1936 e il 1939 al momento della guerra di Spagna, dell’annessione nazista dell’Austria e della Cecoslovacchia o dell’aggressione italiana all’Etiopia.

Poiché a differenze nel 1914, del 1939 stesso o della guerra fredda non esistono coalizioni rigide di Paesi, si può sperare che il quadro attuale non sfoci in un conflitto ancora più vasto e strutturato.

Ma ecco la lista degli Stati in qualche misura coinvolti nella Prima guerra globale di questi anni. In Europa hanno inviato armi all’Ucraina e subìto almeno 150 attacchi ibridi con esplosioni, uccisioni mirate o sabotaggi attribuibili a Mosca i seguenti Paesi: Polonia, Germania, Francia, Danimarca, Estonia, Lituania, Lettonia, Romania, Svezia, Norvegia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Spagna, Olanda, Lussemburgo, Bulgaria, Belgio, Finlandia, Islanda. Hanno spedito armi da impiegare in guerra in Ucraina anche Italia, Gran Bretagna, Portogallo, Croazia oltre che (fuori dall’Europa) Canada e Australia.

Poi naturalmente c’è l’Ucraina stessa, con circa centomila morti. E la Russia, con almeno 250 mila morti (spalleggiata dalla Cina con fondi e tecnologia e dalla Corea del Nord, probabilmente al prezzo di almeno diecimila morti). Nell’esercito di Mosca combattono inoltre chissà quante migliaia di mercenari arruolati da Nigeria, Congo, Bangladesh, India, Nepal, Cuba, dalle repubbliche ex sovietiche del Caucaso e decine di altri Paesi.

Fra India e Pakistan e fra Pakistan e Afghanistan sono scoppiati in questi mesi scontri armati per dispute, in apparenza, di confine. Così fra Thailandia e Cambogia. L’Iran ha alimentato l’aggressione a Israele del 7 ottobre 2023 attraverso Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e formazioni controllate in Siria, mentre oggi fa fuoco direttamente contro Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Bahrain, Kuwait, Cipro e Azerbaijan per rispondere agli attacchi di Stati Uniti e Israele. A Gaza la reazione di Israele stessa al 7 ottobre ha ucciso varie decine di migliaia di civili – oltre ai terroristi – senza riuscire a sradicare il controllo violento di Hamas sulla Striscia.

Quanto al conflitto in Sudan, determinare il numero dei morti è impossibile: una stima ne indica almeno 150 mila, in una “guerra civile” che vede Emirati Arabi Uniti e Russia a sostegno dell’esercito ufficiale (ma su fronti opposti nel Golfo) ed Egitto, Arabia Saudita e Iran a sostegno dei “ribelli” (ma anche loro su fronti opposti nel Golfo). Per non parlare dell’uso politico dei dazi o dei pericoli bellici alla navigazione in due snodi nevralgici del pianeta, gli stretti di Hormuz all’uscita dal Golfo Persico e di Bab El-Mandeb all’uscita dal Mar Rosso.

Da ieri nell’area sta arrivando anche la portaerei francese Charles de Gaulle, oltre alle tre americane. Di certo, non una delle potenze nucleari del pianeta è estranea ad uno o più fra i conflitti in corso.

La priorità italiana

Determinare se a questa Prima guerra globale l’Italia arrivi da Paese di rango medio o medio-basso sarebbe una perdita di tempo. Più urgente è mettere a fuoco quali sono le priorità in un quadro che non promette, per ora, un ritorno all’ordine. Una delle grandi questioni è resa evidente dal grafico sopradipendiamo più della media europea e delle principali economie da idrocarburi importati.

Abbiamo visto sopra quasi siano le nostre fonti del gas e i rischi annessi a forniture di Paesi esposti all’estremismo e alle guerre (Algeria, Qatar, Libia, Azerbaijan) o disposti a esercitare coercizione politica (Russia, Stati Uniti sotto Trump). Del petrolio invece i principali fornitori in anni recenti sono stati Libia, Azerbaijan, un alleato della Russia come il Kazakhstan, l’Iraq e l’Arabia Saudita.

I quattro quinti del fabbisogno di energia dell’Italia vengono dunque da Paesi dove, in ogni momento, un missile può distruggere un oleodotto, un gasdotto o una petroliera; dove un autocrate o aspirante tale può cercare di ricattarci; dove una rivolta interna o una guerra civile può tagliarci fuori dalle forniture (in Libia è già successo).

Non siamo in una condizione confortevole. Né possiamo illuderci che problemi del genere si risolvano in pochi mesi, ma dobbiamo riconoscerli più e meglio di come si sia fatto finora. Il grafico sotto mostra per esempio che, per la prima volta dall’aggressione russa all’Ucraina, con i cali del prezzo nel 2025 è tornata ad aumentare sia la quantità (da 118,5 a 125 terawattora) che la quota di energia elettrica (dal 44,3% al 47,3% del totale) prodotta da metano.

E malgrado gli enormi incentivi, costosi e malgrado i progressi, anche recenti, nell’ultimo decennio la quota delle rinnovabili nel consumo di energia in Italia è cresciuta meno che in Spagna, in Germania e nella media europea (mentre la Francia si affida al nucleare civile). Vedi sotto.

Nel tempo della Prima guerra globale, si tratta di una questione nazionale da affrontare con pragmatismo. Senza preclusioni. Dal lato dell’offerta, bisogna accelerare sulle rinnovabili, sul nucleare civile e sulle esplorazioni e lo sfruttamento dei giacimenti di gas (che sono abbondanti) nella nostra area di controllo politico o geopolitico nell’Adriatico e nel Mediterraneo centro-orientale.

Dal lato del consumo, è innegabile che la Cina sia un modello. Ha promosso la diffusione di massa di auto elettriche o ibride ben oltre il 50% delle nuove vendite, non per preoccupazioni ambientali ma per ridurre la dipendenza da petrolio importato: e dal 2024 il consumo di greggio nella Repubblica popolare ha iniziato a scendere. Allo stesso modo, la quota di rinnovabili nell’energy mix cinese ha quasi raggiunto quella dell’Italia (17,47% contro 20,43%).

Fra retorica e realtà

Da noi invece si assiste a una lotta fra capponi di Renzo. Dal lato del governo si continua a diffondere l’idea che la transizione verde e l’auto elettrica (dove siamo a un terzo dei livelli medi europei per nuove registrazioni) siano contrari agli interessi del Paese, perché costano. Dall’opposizione invece troppo spesso si rifiuta di riconoscere quanto sia urgente il nucleare civile o di ammettere che servono più esplorazioni ed estrazione di gas nel Mediterraneo: al 20% del fabbisogno di energia, le rinnovabili da sole non basteranno mai.

Tutta questa è retorica politica fuori dal tempo, di un’epoca che non è più la nostra. Nella Prima guerra globale, l’Italia non avrà mai un ruolo da potenza di primo piano. Ma può fare molto di più per tutelare se stessa.

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AI, il pericoloso piano di Thiel (corriere.it)

di Milena Gabanelli e Massimo Gaggi

L’intelligenza artificiale che governa il mondo. 

Il piano di Peter Thiel.

Ha un patrimonio di 25 miliardi e contratti in 40 Paesi.

Q uando si parla dell’influenza dei big della tecnologia Usa in politica, si pensa sempre a Elon Musk, per l’enorme ricchezza, il ruolo di punta avuto per mesi nel governo Trump, il peso geopolitico della rete satellitare Starlink. In realtà c’è un altro imprenditore miliardario della Silicon Valley che sta avendo un ruolo ben più stabile e penetrante: Peter Thiel.

Di lui si parla meno perché, amante della segretezza, preferisce muoversi nell’ombra. Compagno di strada, ma anche avversario di Musk (nel 2000 hanno costruito insieme PayPal, poi la rottura, nel 2024 si sono ritrovati per sostenere Trump) è stato meno notato dal grande pubblico anche per motivi oggettivi: non finanzia Trump, non si fa vedere al suo fianco, e la ricchezza personale, benché enorme, lo colloca nelle retrovie.

Ha chiuso il 2025 con un patrimonio di circa 25 miliardi di dollari, col quale Forbes lo mette al 40esimo posto tra i miliardari Usa.

L’ideologo nell’ombraI motivi di fondo per i quali di Thiel si è parlato poco sono, però, quelli che lo rendono il personaggio più influente. E anche potenzialmente pericoloso per il sistema democratico americano, che considera incompatibile con la libertà. Per lui la libertà è soprattutto quella dell’imprenditore. E deve essere assoluta. Giudica i sistemi parlamentari obsoleti: meglio un governo di tecnocrati competenti assistiti dall’intelligenza artificiale che l’estenuante ricerca di compromessi.

Considera la concorrenza devastante per il progresso tecnologico. Meglio i monopoli. Questa è l’ideologia sviluppata fin dai tempi dell’università (anni Ottanta). Dopo le lauree alla Stanford University in filosofia e giurisprudenza ha lavorato nei tribunali, nella finanza per Credit Suisse e a Washington come assistente parlamentare.

Quando è giunto alla conclusione che navigando nel mondo amministrativo e della giustizia non avrebbe potuto soddisfare la voglia di cambiare il mondo e arricchirsi, è approdato nella Silicon Valley. Al contrario degli altri miliardari delle Big Tech, che cercano soprattutto vantaggi economici per le loro aziende, lui è un ideologo con una precisa agenda politica: l’instaurazione di un regime tecno-autoritario.

Aveva già provato a imporla 10 anni fa quando si schierò, unico nella Silicon Valley, a fianco di Trump, che dopo l’elezione se lo portò alla Casa Bianca. Ben presto liquidato: premeva per misure liberticide che apparvero troppo radicali al Trump del primo mandato.

I suoi uomini alla Casa BiancaStavolta Thiel è tornato in politica in modo più programmato. I soldi li ha usati per finanziare le campagne elettorali dei suoi uomini di riferimento nella destra. Soprattutto JD Vance, una sua creatura: ha lavorato nel fondo d’investimento di Thiel che, poi, ha sborsato 15 milioni di dollari per farlo diventare senatore dell’Ohio. Infine Thiel, insieme a Musk, ha convinto Trump a scegliere Vance come vice.

Oggi è il suo uomo per il futuro dell’America. Ce l’ha fatta anche a mettere radici nell’amministrazione Trump piazzando i fedelissimi nei nodi che lui considera cruciali: Jacob Helberg, sottosegretario per la crescita economica, energia e ambiente; Jim O’Neill, viceministro della Sanità; Michael Kratsios, direttore dell’ufficio per le politiche scientifiche e tecnologiche; David O. Sacks, consigliere speciale per le criptovalute e Intelligenza artificiale. Mentre Shyam Sankar, da capo ufficio ricerche di Palantir è diventato consulente al Pentagono. Thiel conta molto sul ruolo strategico delle sue imprese: soprattutto Palantir.

La potenza di PalantirPalantir è il cuore del sistema: una sofisticatissima piattaforma di raccolta e analisi dei dati estesa a tutti i campi. Thiel l’ha fondata nel 2003 con un ristretto gruppo di amici di provata fede: Nathan Gettings, Joe Lonsdale e Stephen Cohen, e il compagno d’università Alex Karp, tuttora amministratore delegato.

L’azienda attrae l’attenzione della Cia, sempre alla ricerca delle tecnologie di osservazione e spionaggio più avanzate, e con la start up In-Q-Tel diventa socio di minoranza di Palantir, che in questo modo acquista credibilità davanti ai governi. E si vede aprire gli archivi del governo americano.

Palantir ha sviluppato negli anni potenti strumenti di analisi di quantità sterminate di dati, pubblici e segreti. Con la sua capacità di incrociare informazioni tratte da un gran numero di fonti (patenti, assistiti con la sanità Medicaid , informazioni commerciali, acquisti online o con carta di credito, dati fiscali, cellule telefoniche e Gps per individuare percorsi, lettura di targhe e molto altro), Palantir fornisce strumenti di analisi, ma anche predittivi al Pentagono, alla Cia, Fbi, Nsa, forze armate e servizi segreti di Paesi alleati, a partire da Israele, a cui fornisce il sistema che individua i bersagli da colpire a Gaza. Nella società americana l’Ice fa un uso a tappeto di questa piattaforma per individuare persone sospettate di essere immigrati clandestini, incrociando dati sui loro comportamenti.

I clientiPalantir non rivela come funziona la piattaforma e dove viene impiegata la sua tecnologia, ma afferma che è stata essenziale in funzione antiterrorismo. Non ci sono conferme, ma si ritiene che molte missioni, da quella con la quale gli americani hanno eliminato Osama bin Laden, al colpo inferto dai servizi israeliani alla dirigenza hezbollah in Libano facendo esplodere simultaneamente i cellulari di centinaia di capi, siano state basate su tecnologia Palantir.

Sistemi utilizzati anche dalle agenzie sanitarie: da Fda al Servizio sanitario pubblico inglese per la gestione dei dati clinici. La società ha contratti di fornitura con industrie di 40 Paesi: dal gruppo farmaceutico tedesco Merck, alla francese Sanofi, Boeing, Airbus, Google, Walmart, Nvidia, Ferrari, Unicredit. E i profitti di Palantir crescono, così come il potere di Thiel. Quando un software diventa indispensabile in settori cruciali, smettere di usarlo è complicato. E se uno Stato o le sue istituzioni basano le decisioni su quel software, chi lo fornisce ha un peso reale sulla scelta.

Il futuro della guerraLa società di venture capital di Peter Thiel, Founders Fund, è l’investitore di riferimento di Anduril, la start up che sviluppa armi autonome, governate dall’intelligenza artificiale. Ma anche azionista di Anthropic, il cui sistema di Ia Claude può essere usato per sviluppare armi in grado di uccidere senza controllo umano. Scenario a cui il ceo di Anthropic Dario Amodei ha detto no, rimettendoci i contratti con Pentagono.

Founders Fund finanzia Arkham intelligence, una piattaforma che fonde la tecnologia blockchain con la sorveglianza: lo scopo è quello di identificare chi c’è dietro ai portafogli digitali per trasformare le informazioni in prodotti commerciali. «Nella logica di Thiel la privacy è una risorsa, chi la controlla detiene il potere», scrive Luca Ciarrocca in L’anima nera della Silicon Valley (ed.Fuoriscena).

Attraverso un labirinto di veicoli societari investe in Seasteading Institute, che promuove comunità autonome per ricchi fuori dalla sovranità statale, nel mezzo dell’oceano. In Unity Biotecnologies finanza progetti legati a terapie geniche per allungare la vita fino a 120 anni.

Ossessioni e AnticristoFin dal 2006 Thiel ha creato attraverso una sua fondazione, Dialog, un cenacolo nel quale periodicamente si riuniscono per discutere nella più assoluta segretezza (chi ha rotto questo vincolo è stato estromesso) un centinaio di esponenti influenti di vari mondi: politici, uomini d’affari, tecnologi, giuristi.

Ossessionato dalla sicurezza, è diventato cittadino anche della Nuova Zelanda perché pensa che, in caso di vittoria del Sud del mondo, queste isole lontane e autosufficienti, potrebbero diventare l’ultimo rifugio per i miliardari dell’Occidente. L’ultima ossessione è quella paventata nelle sue recenti conferenze segrete: l’arrivo dell’Anticristo.

Capire chi è Thiel, più che una curiosità, è una necessità.

Il mondo non è più piatto, l’Italia invece sì: a Mezzogiorno c’è un nuovo boom di distretti hi-tech (corriere.it)

Se l’essenza del giornalismo è l’uomo che morde il 
cane, allora è il momento di parlare del Mezzogiorno 
d’Italia. 

Sta battendo il Nord, per certi aspetti. Soprattutto, sta battendo il Centro del Paese.

Sono successi limitati, relativi, pieni di distinguo da fare e comunque soggetti a conferme tra un anno o magari tra cinque. Ma sono successi reali, misurabili, spiegabili solo in parte con una stagione post-pandemica in cui la spesa pubblica si è indirizzata relativamente di più verso il Sud. Sta succedendo anche qualcosa di diverso e più interessante: da pochi anni si stanno formando isole di dinamismo meridionale – Napoli e dintorni, Bari e dintorni, Catania e dintorni – per certi aspetti come non se ne vedevano dagli anni ’60.

Il Mezzogiorno nel complesso da anni cresce più del resto del Paese. Ma non è tanto questo. È che per la prima volta nella storia dell’Italia unita certi distretti del Sud sono posizionati meglio nelle catene internazionali del valore di certi distretti del Centro-Nord. Questi ultimi sono tradizionalmente legati alla meccanica, all’auto, all’integrazione analogica con una Germania che rallenta. I distretti più produttivi del Sud invece sono relativamente più concentrati nei settori ad alta crescita di questo secolo: digitale, aerospazio, farmaceutica, semiconduttori, tecnologie verdi (anche qui, con dei distinguo).

E poi c’è un fatto che mi fa ripensare al libro di Thomas Friedman del 2005 “The World is Flat” (“Il mondo è piatto”). Fu l’equivalente della “fine della storia” di Francis Fukuyama, applicata al commercio e alle tecnologie. L’idea di Friedman era che ormai l’economia internazionale fosse ormai un campo da gioco senza attriti, dove sarebbe stato ovvio per un americano avere il radiologo di fiducia a Bangalore (oggi Bengaluru) e il sarto a Shanghai.

Oggi quella tesi fa tenerezza, nell’era di Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping. Ma se il mondo non è più piatto, l’Italia invece lo è. E una bella fetta del mondo delle Information and Communication Technologies delle aziende del Nord Italia – e non solo – si trasferisce verso Sud a cercare bassi costi. Ma anche competenze elevate. Vediamo.

A Taranto (non per l’Ilva)

Lorenzo Seritti, 40 anni, è di Picerno, 5.500 abitanti in provincia di Potenza. Si è laureato al Politecnico di Milano. Ha avuto negli anni esperienze a Procter & Gamble, l’Oréal, Sky, 20th Century Fox-Disney, Sony Pictures. È espatriato a Berlino e ha lavorato per una decina di anni a una serie di start-up che fondevano i settori dei viaggi e dei media.

Da qualche anno ha fondato con Luca Pignatti, uscito da Politecnico di Milano e con oltre dieci anni di carriera in Airbus, ha un fondo di venture capital che raccoglie finanziamenti dagli italiani all’estero e dalla comunità italo-americana negli Stati Uniti per concentrarsi sulle fasi preliminari delle start up. Profondo Capital, il loro veicolo finanziario, ha una particolarità: stabilisce a Taranto (sopra uno scorcio della città vecchia) almeno alcune attività delle aziende in cui investe, anche se magari sono progetti biomedicali nati in Connecticut.

“Taranto fa pensare all’ex Ilva, lo so” dice Seritti, cioè alla semiparalisi che anche l’attuale governo (con l’aiuto di molti precedenti) ha contribuito a generare nella più grande acciaieria d’Europa. “Ma paradossalmente oggi è più facile attrarre investimenti digitali in Puglia che a Milano”, aggiunge Seritti. Nel capoluogo lombardo a fine anno una busta paga lorda di un ingegnere o di uno sviluppatore è del venti o trenta per cento più alta e l’affitto della sede costa un multiplo.

E non è solo Sud contro Nord. Una start up straniera con cui Profondo Capital sta lavorando ha fatto i suoi preventivi e si è resa conto che lo stesso investimento in ingegneri e in un centro di ricerca in Polonia le sarebbe costato il doppio che a Taranto. “Anche in Ucraina gli ingegneri digitali sono pagati di più”, nota Seritti. Il suo obiettivo è facilitare un ritorno di cervelli che hanno lasciato il Sud da anni, attraendoli con la qualità e il basso costo della vita.

Profondo Capital forse è un esempio estremo, ma non unico. Il modello “The World is Flat” sulla scala ridotta dell’Italia sta diventando popolare soprattutto dopo la pandemia. Una certa diffusione della banda larga (anche) con gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e la connessione di rete veloce quasi ovunque grazie ai satelliti Starlink di Elon Musk stanno cambiando una condizione secolare del Mezzogiorno. Non è più sempre e comunque il luogo dove non si può produrre, perché ha infrastrutture fisiche scadenti che lo tagliano fuori dal cuore dell’Europa.

Il rapporto della presidenza del Consiglio sulla Zona economica speciale unica del Mezzogiorno nel 2024 stima che negli ultimi anni solo a Bari 16 multinazionali delle tecnologie dell’informazione hanno contribuito a creare cinquemila nuovi posti. Su elettronica e digitale la Campania ha ormai 91 mila addetti, la Puglia 57 mila e la Sicilia 50.500. La Calabria è più indietro (19 mila addetti), ma nella sede di Rende della sua università ha accettato una posizione di ruolo nel 2023, lasciando Oxford, Georg Gottlob: studioso austriaco di data center per l’intelligenza artificiale, Gottlob sta attraendo attorno a sé studenti e iniziative che si solito non si immaginano nella provincia di Cosenza.

Questi fenomeni si vedono anche nei dati. Uno studio di pochi mesi fa di Antonio Accetturo, Emanuele Ciani, Sauro Mocetti e Andrea Petrella della Banca d’Italia mostra che dal 2014 l’intero settore delle tecnologie digitali è cresciuto nettamente più nel Mezzogiorno che nelle medie italiane, trainato da Napoli, Bari e Catania (qui sotto il grafico).

Modello Napoli

Giorgio Ventre, direttore scientifico della Apple Developer Academy di Napoli e professore di informatica all’università Federico II in città, non è convinto del modello dell’Italia “piatta”: se sono solo i bassi costi a portare a Sud gli investimenti tecnologici immateriali – osserva – questi se ne andranno in Albania o in Moldova non appena il calcolo delle convenienze cambierà con il prossimo allargamento dell’Unione europea. È già successo con i call center, un business di competenze e valore aggiunto più bassi, un decennio fa: si erano addensati in Calabria perché costava meno, ma si è tutto squagliato non appena Tirana o la Romania hanno offerto ai gruppi del Nord Italia soluzioni a prezzi ancora più stracciati.

Ventre insiste dunque che, per durare, la traiettoria ascendente del Mezzogiorno ha bisogno di competenze e start up attorno alle università. A Bari, Catania e Napoli sta accadendo. La Apple Academy dentro la Federico II è una delle poche che il gruppo di Cupertino finanzia (le altre sono a Riad, in Indonesia, Corea del Sud e Brasile).

Apple vuole formare sviluppatori di app che facciano prosperare i sistemi per i quali occorre avere uno smartphone. Ma, tutto interno, l’intero tessuto produttivo di Napoli sta reagendo. Deloitte ha lanciato un polo di consulenza e sviluppo software da quasi 700 addetti a Capodichino, Accenture un centro per la cybersecurity in città, Cisco un “Digital Transformation Lab” nella Federico II. Soprattutto – secondo un recente studio di Teha, il think tank – la Campania nel 2025 è seconda in Italia dopo la Lombardia per numero di start up innovative.

I nuovi campioni 

Il fermento, in realtà, è più esteso di così. Non ci sono solo l’ecosistema attorno all’università e impianto di semiconduttori di Catania; né solo la gigafactory 3Sun di pannelli fotovoltaici della Sicilia orientale (che però non può competere sui costi con la Cina) e l’esplosione dell’export farmaceutico da Molise, Calabria, Abruzzo e Campania. Dal 2019 al 2024 – secondo Teha – la crescita dell’export dal Nord è del 25%, dal Mezzogiorno del 34% (certo da livelli molto più bassi).

C’è soprattutto una certa febbre imprenditoriale nelle nuove isole di sviluppo del Sud, meno appesantite dall’eredità dei distretti della meccanica tradizionale. La Caffè Borbone di Napoli è nata in una bottega di Napoli una generazione fa, ma dal 2017 ha più che triplicato i fatturati ben oltre i 300 milioni di euro. La Medspa (cosmetici “Miamo”) ha fatto lo stesso nel 2006 e ha più che quintuplicato i fatturati a oltre 40 milioni fra il 2019 e il 2024.

Sono risultati fuori dalla portata di Roma e di tutto il Centro Italia. Secondo la banca dati Istat i livelli del prodotto interno lordo del Centro e del Mezzogiorno erano ancora appaiati attorno ai 395 miliardi di euro nel 2019; nel 2024 l’economia del Sud (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia) invece era già di 32 miliardi di euro più grande di quella del centro (Lazio, Marche, Toscana, Umbria).

Proprio il Centro oggi appare il vero cuore della stagnazione italiana, mentre il Mezzogiorno è cresciuto del 9% fra il 2019 e il 2023 e cioè il doppio delle medie nazionali (qui sotto il grafico da fonte Banca d’Italia).

La spinta della spesa

Ovvio che non è tutt’oro quel che luccica. C’è tanta spesa pubblica nella recente crescita del Sud e non sarà facilmente replicabile. Probabilmente non ha senso che lo sia. Con un terzo della popolazione e poco più di un quinto del fatturato italiano, il Mezzogiorno ha beneficiato del 40% dei fondi del Piano nazionale di ripresa da 194 miliardi: certe regioni del Sud ricevono finanziamenti pari a oltre il 50% del loro prodotto lordo.

La spesa per il Superbonus e bonus facciate al Sud è stata parossistica – la Calabria in certi anni ha decuplicato le ristrutturazioni immobiliari – ed è da lì che viene molto dell’aumento dell’occupazione. La creazione di una Zona economica speciale ha poi accelerato moltissimo le autorizzazioni di progetti al Sud; ma ora il coordinatore della Zes Giosy Romano, un tecnico molto capace, è stato sostituito a Palazzo Chigi da un ex sindacalista di carriera come Luigi Sbarra.

La fuga dei giovani

E l’emorragia umana continua, perché i livelli di occupazione sono fra i più bassi al mondo e il reddito per abitante è appena il 57% di quello del Centro-Nord. Solo dal 2019 il Mezzogiorno ha perso il 3% della popolazione perché dal 2009 sono emigrati verso il Nord Italia o l’estero quasi in tre milioni, in gran parte persone nel fiore degli anni.

Una perdita simile su una popolazione meridionale di 19 milioni è, semplicemente, una catastrofe. È un miracolo che il Sud in questi anni sia cresciuto di più malgrado questo deflusso, ma non potrà continuare così a lungo. Nel mio ultimo viaggio a Catania ho percepito una tensione strisciante fra i professionisti e imprenditori che cercano di trasformare in meglio la città: si sta formando uno stigma sociale all’idea di incoraggiare i propri figli a studiare e vivere lontano, perché tutti capiscono che questo significa uccidere il futuro della Sicilia; eppure quasi tutti, alla fine, continuano silenziosamente a farlo.

In Italia si è messo in moto un ceto produttivo del Mezzogiorno che non vuole avere niente a che fare con la criminalità organizzata, con le clientele e la corruzione dei governi locali, ma che ha ambizione e fame di realizzarla. Il resto del Sud e tutto il Paese hanno molto da imparare da questa nuova classe produttiva meridionale.

Essa non è maggioranza a casa propria e il Sud ha ancora moltissima strada davanti: ma i primi passi adesso si vedono.

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