Giorgio Gori arriva nella sede del Pd per la direzione nazionale a Roma
“Le primarie non saranno una passeggiata di salute, Giuseppe Conte persegue apertamente un riequilibrio dei rapporti di forza interni, tanto sul piano della leadership tanto su quello dei contenuti. Le primarie sono il terreno di confronto che ha scelto”. Così l’eurodeputato del Pd, Giorgio Gori, alla direzione nazionale del partito. Ecco il suo intervento integrale.
Da Prato, dalla Casa del Popolo Arci Coiano dove ci siamo ritrovati con tanti amici sabato scorso, vi porto oggi due messaggi. Il primo è un messaggio di fermezza e di orgoglio.
Dice, semplicemente, che la proposta politica della coalizione che si confronterà con la destra alle prossime elezioni non può nascere dai diktat di questo o quell’alleato.
Con gli alleati si discuterà e si cercheranno punti di intesa. Confido si possano trovare.
Ma nessuno, qualunque sia il mandato che ha ricevuto, può pensare di dettare condizioni al principale partito dell’alleanza progressista.
Perché aderire a quelle condizioni – una in particolare, smettere di sostenere anche militarmente l’Ucraina, mentre si persegue la pace – condurrebbe il Pd a negare i suoi valori, a tradire la linea che ha fin qui coerentemente tenuto, a rompere con le forze del socialismo europeo e ad allontanarsi dalla posizione di tutti i governi democratici del Continente.
Si può fare? Non si può fare.
A chi ci dice “non replicheremo le politiche di Meloni” suggerisco una risposta: di certo noi non condivideremo le posizioni di Vannacci e della peggiore destra europea!
Il secondo è un invito all’apertura.
Le primarie, se ci arriveremo, non saranno una passeggiata di salute.
Giuseppe Conte persegue apertamente un riequilibrio dei rapporti di forza interni, tanto sul piano della leadership che dei contenuti fondamentali dell’azione di governo.
E le primarie sono il terreno di confronto.
Per vincerle, e guadagnare la lì lo slancio per vincere le elezioni politiche, è necessario allargare il più possibile la partecipazione, e per farlo è importante che il Pd sfrutti fino in fondo il suo pluralismo, e valorizzi la ricchezza delle sue culture politiche.
Primarie che sollecitino la più ampia partecipazione. Per questo pensiamo debbano essere a doppio turno con più di un candidato del partito democratico.
(La segretaria Elly Schlein, nel corso della direzione nazionale del Partito democratico a Roma)
Primarie che mobilitino tutto il pd e che ci consentano di avvicinare aree di opinione e pezzi di società che in passato ci sono state vicini e che rischiamo oggi di lasciare all’astensione o addirittura al centrodestra.
Sarebbe un errore, io penso, scambiare la necessaria unità del partito – che non è in discussione – con un’idea di uniformità.
I riformisti ci piacciono, anzi li consideriamo necessari per vincere, purché stiano fuori dal Pd
Così come sarebbe sbagliato e controproducente trasformare le primarie in una conta tra partiti.
Questo partito è nato come forza plurale, e dal pluralismo trae la sua forza.
Un Pd monocolore, che rinuncia a valorizzare quel pluralismo, sacrifica una parte della sua forza.
Aprire, allargare. A questo deve servire il primo turno delle primarie, per sfruttare al meglio – nell’interesse comune – quell’anima pragmatica che più è in grado di avvicinare i mondi produttivi, di coinvolgere la parte concreta – e spesso silenziosa – del Paese.
Quei mondi liberali, cattolici, moderati, che appartengono alle radici del Pd e che sono essenziali, lo sappiamo, per battere la destra. E’ l’esperienza che può riportarvi ogni nostro sindaco.
Aprire per rafforzare il Pd. E’ quello che fece Bersani nel 2012, alle primarie di coalizione, quando sposò il doppio turno e arrivò a modificare lo statuto per consentire la partecipazione di Matteo Renzi e Laura Puppato.
Andarono a votare 3,1 milioni al primo turno, e 2,8 al secondo. Fu un successo e Bersani vinse ampiamente.
Ed è in fondo quello che hai fatto tu Elly, quando ha stilato le liste delle Europee nel 2024.
Liste plurali, variegate, non di stretta osservanza. Il 24% di quella tornata è frutto di quella scelta, visto che i candidati riformisti – molti dei quali amministratori – fecero il pieno di preferenze e contribuirono in modo decisivo al risultato.
Bene, questa è la proposta che abbiamo avanzato.
La risposta è arrivata a mezzo stampa. Non dalla segreteria di ieri, dove pure mi risulta se ne sia parlato, ma dalle parole di autorevolissimi dirigenti.
Il presidente del partito, Stefano, che ha definito l’ipotesi “sciagurata”, il capogruppo al Senato e il responsabile dell’organizzazione.
La sintesi sta in quattro parole: non se ne parla.
Igor ha fatto riferimento all’assemblea, che è secondo lo statuto è sovrana nel decidere se e a quali condizioni ammettere un secondo candidato. Ma proprio per questo, non nascondiamoci che la decisione è politica. e mi pare sia stata presa.
E siccome però si capisce che le forze rappresentate nella famosa foto della taverna non bastano a vincere, ecco che diventano essenziali i centristi, i civici, i riformisti – però quelli che stanno fuori.
E’ la teoria della quarta gamba. i riformisti ci piacciono, anzi li consideriamo necessari per vincere, purché stiano fuori dal Pd.
Ora, io sono per allargare il più possibile il perimetro della coalizione, ci mancherebbe. Fosse per me proverei ad includere anche Calenda.
Ma contesto in radice l’idea che questo lavoro, il dialogo con le componenti centrali della società italiana, il Pd lo debba esternalizzare, subappaltare, dare in outsourcing.
Contesto l’idea che si debbano regalare voti decisivi ad altre forze politiche.
Nell’atto di nascita del Pd, partito plurale e pluralista, è scritto che “il Partito Democratico si rivolge a tutti gli italiani”, non agli “italiani di sinistra”.
E che “il Partito Democratico deve sapere che il suo messaggio di innovazione e comunità può motivare il suo campo e conquistare consensi anche diversi”.
Capisco che questa non è l’idea della maggioranza che guida oggi questo partito.
Capisco, e ovviamente ritengo abbia tutto il diritto di pensarla così.
Ma lasciatemi dire che penso sia un errore.
E non lo dico per me, vi prego di credermi.
Penso, sinceramente, che sia un errore per il Partito Democratico.