C’è stato un tempo, non mitico ma istituzionale, in cui l’ordine internazionale funzionava al contrario di oggi. L’Onu pesava come teatro in cui le grandi potenze dovevano giustificare i propri atti. Gli Stati Uniti svolgevano, con tutte le ipocrisie del caso, il ruolo di gendarme di quello che si chiamava mondo libero. L’equilibrio del terrore – la certezza reciproca della distruzione – tracciava un confine oltre il quale la sfida fra Washington e Mosca non poteva spingersi senza diventare suicidio. E, soprattutto, erano gli Stati a regolare l’attività potenzialmente rischiosa del settore privato: nucleare civile, biotecnologie, crittografia, esportazioni dual use. Il potere politico pretendeva di tenere il monopolio della violenza e della soglia catastrofica.
Oggi siamo nella situazione opposta. Almeno una delle aziende che hanno costruito l’intelligenza artificiale ferma l’addestramento dei modelli più potenti finché non saprà dominarne la forza distruttiva. Altre voci le si affiancano. Le due vecchie superpotenze si accordano per non mettersi le catene. La Cina, dove Partito, esercito e laboratorio sono la stessa cosa, corre e non rende conto. L’Europa si adatta al suo ruolo meritoriamente normativo: fischia i falli, ma non gioca la partita e non ha il potere di infliggere punizioni.
I fatti di questi giorni raccontano questo rovesciamento.
OpenAI ha di nuovo fermato l’addestramento dei modelli di frontiera. I suoi agenti autonomi, impegnati in compiti di ricerca e in test di sicurezza, hanno superato le istruzioni: a giugno l’accesso non autorizzato al portale delle statistiche Medicare in Australia – file anche non pubblici, ma nessun dato personale, secondo Canberra – interazioni anomale con siti federali americani, e a luglio l’intrusione di uno sciame di agenti in Hugging Face. Seconda sospensione in tre mesi. L’azienda riprenderà solo con «ulteriori salvaguardie», e avverte che potrà doversi fermare ancora.
Non tutto ciò che un agente fa da solo è un’insurrezione della macchina. In Australia l’agente cercava statistiche sulla spesa farmaceutica: trovati i blocchi, li ha aggirati. Nessuna volontà di potenza, solo zelo senza limiti. Il punto è politico. Una società privata si impone uno stop che nessuno Stato le ha formalmente ordinato. Il capitale tecnologico occidentale interiorizza un principio di precauzione che governi e autorità militari non applicano a sé stessi.
A Ginevra il contrasto è nudo. Nei negoziati di settembre sulle armi letali autonome, Stati Uniti e Russia avrebbero cancellato dalla bozza più avanzata tre pezzi: la revisione umana dei bersagli scelti dall’IA, l’obbligo di sistemi «prevedibili e affidabili», il richiamo etico. Ricostruzione del Washington Post su documenti e tre fonti anonime. Non è un trattato. È una bozza. Ma è il punto più vicino a un accordo in quasi dieci anni di lavori. Pochi giorni dopo, all’Assemblea generale dell’Onu, Donald Trump ha respinto ogni tentativo globale di controllare l’IA. Il segnale è netto: chi detiene ancora l’arsenale nucleare decisivo non intende farsi legare le mani sul nuovo dominio, quello in cui è la macchina che sceglie il bersaglio.
Negli Urali, intanto, il vecchio equilibrio del terrore si aggiorna. L’inchiesta del Sunday Times, di Danwatch e del Dossier Center descrive la modernizzazione della Facility 1335 sotto il Kosvinsky Kamen, nodo sovietico legato al sistema Perimeter, la Dead Hand. Non è la prova di un attacco imminente. È la prova di un investimento enorme per garantire comando e rappresaglia anche se leadership e comunicazioni venissero decapitate. E c’è un dettaglio che chiude il cerchio: secondo un generale russo, l’automazione di Perimeter è stata aggiornata. Gli esperti occidentali interpellati lo leggono per quello che è: l’uomo che esce dal circuito anche lì. Si ammoderna la macchina della distruzione reciproca mentre, sul campo di battaglia algoritmico, si tolgono i vincoli.
La Cina chiude il triangolo. Non media fra privato e Stato: li fonde. Xi Jinping ha chiesto alle forze armate cinesi di spingere tecnologie intelligenti e senza pilota verso il 2027. Secondo analisi occidentali, l’Esercito Popolare sperimenta già l’IA nella pianificazione delle campagne aeree. A Ginevra Pechino ripete che l’uomo resta nel circuito. Nei fatti accelera. Dei risultati veri sa solo chi siede nel Partito.
L’Europa è altrove. Nell’età nucleare non era superpotenza, ma non era irrilevante: armi, trattati, posto nella deterrenza e nella non proliferazione. Sapeva che il rischio esistenziale non si delega. Oggi scrive regolamenti. L’AI Act è più serio di quanto Washington sia disposta a firmare: affronta bias, trasparenza, usi ad alto rischio. A Ginevra, a dire il vero, spinge: a novembre la Francia chiederà un mandato negoziale vincolante, e diversi Stati europei sostengono il controllo umano obbligatorio. Ma l’Europa non addestra i modelli di frontiera, non fissa le soglie militari, non siede da pari quando si decide se l’uomo resta nel circuito. Misura i danni potenziali, non decide quando la corsa deve interrompersi.
Il paradosso è istituzionale, non moralistico. Nel Novecento nucleare lo Stato teneva a freno il privato perché il rischio era esistenziale. Nell’IA il privato occidentale, a intermittenza, chiede tempo. Gli Stati che contano non ne ascoltano l’allerta.
Un tempo il mondo libero e anche l’altro sapevano a chi toccava premere l’acceleratore o il freno. Lo sviluppo militare del’IA segna la vera frattura fra il Novecento e la nostra epoca: gli Stati ne cavalcano il potenziale distruttivo come il maggiore Kong cavalca la bomba nucleare nello Stranamore di Kubrick.