Dietro ogni rivolta c’è sempre una situazione economica fragile. E anche la Serbia non sfugge a questo destino: it’s the economy, stupid.
La vittoria della lista degli Studenti affonda certamente le sue radici nella disaffezione verso un sistema via via sempre più autocratico, nella restrizione di diritti civili, in un indirizzo politico ed economico ambiguo che guardava da un lato per convenienza all’Europa, dall’altro per interesse a Mosca e a Pechino. Un’ambiguità a lungo tollerata, ma ora divenuta insostenibile nei nuovi equilibri globali che si vanno costituendo.
Ma questa vittoria, che annuncia una vera e propria svolta qualora i nuovi responsabili saranno in grado di dare risposte di governo, si è alimentata della crisi del modello economico che aveva puntellato il lungo regno di Aleksandar Vučić.
UN EQUILIBRIO CHE SI INCRINA
Per anni Belgrado ha tenuto insieme capitali cinesi, energia russa, mercato europeo e un dialogo sulla sicurezza con Washington. Più che una contraddizione, la diplomazia serba lo presentava come un sistema, in cui ogni pilastro aveva la sua funzione. Oggi il gioco regge a fatica, hanno scritto in un saggio per la testata bulgara Capital Kiril Kirchev, analista di geoeconomia per il think tank Visegrad Inside, e Vasil Minkov, giornalista economico.
Le proteste hanno incrinato la stabilità che le autorità vendevano agli investitori come un vantaggio competitivo, mentre le sanzioni americane contro la compagnia petrolifera Naftna Industrija Srbije (Nis) pesano direttamente sull’economia. “Ciò che un tempo generava spazio diplomatico sta generando sospetto”, ha osservato l’esperto di geopolitica Nikola Lunić.
Bruxelles ha contestato sia la deriva interna sia il rifiuto di allinearsi alla Politica estera e di sicurezza comune (Pesc), a cominciare dalle sanzioni a Mosca. Ad aprile la Serbia ha perso l’accesso a 1,5 miliardi di euro di finanziamenti europei. Anche Washington dubita dell’affidabilità del partner.
Dall’altro lato, Mosca, che segue da vicino il ruolo di Belgrado come fornitore indiretto di munizioni d’artiglieria all’Ucraina (mai ammesso ufficialmente), ha smesso di tollerare il pragmatismo serbo e ne mette alla prova i limiti. E Pechino rivaluta la sostenibilità dei propri investimenti.
I NUMERI DEL RALLENTAMENTO
Gli indicatori lo mostrano già. Lo scorso anno il Pil è cresciuto di circa il 2%, contro quasi il 4% del 2024: il risultato più basso dall’inizio della pandemia. Hanno pesato la domanda europea più debole, il calo degli investimenti e l’incertezza politica. Belgrado continua a puntare su grandi opere e sull’Expo 2027.
Il 2026 si è aperto meglio. Secondo la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), nel primo trimestre la crescita ha toccato circa il 3%, spinta da servizi e redditi reali. A marzo l’inflazione era al 2,8%, il disavanzo sotto il 3% del Pil, il debito attorno al 42%. Numeri che molte economie europee invidierebbero. Ma l’industria è ferma, l’edilizia arretra e gli investimenti restano in ritardo.
Il segnale più allarmante, hanno evidenziato Kirchev e Minkov, viene proprio da lì: “tra gennaio e marzo gli investimenti diretti esteri sono calati di circa il 40%, con un deflusso netto di 866 milioni di euro. Per una piccola economia aperta, che dipende dai capitali stranieri, è il motore che si inceppa”.
LA SPONDA DI PECHINO
L’Ue assorbe oltre il 60% dell’export serbo e la Germania è il primo partner commerciale. Eppure, nell’ultimo decennio, è la Cina ad avere conquistato il ruolo di primo investitore e di principale fonte di finanziamento per le infrastrutture. “È diventata il secondo pilastro della politica estera serba”, ha spiegato su Capital Nenad Stekić, ricercatore dell’Istituto di politica ed economia internazionale di Belgrado: l’accordo di libero scambio, in vigore dal 1° luglio 2024, ha fatto della Serbia il primo paese dell’Europa centrale e orientale con un’intesa bilaterale del genere.
Secondo Marko Todorović, dell’European Policy Centre, Pechino ha colmato un vuoto preciso: “fondi per le infrastrutture senza condizioni sullo Stato di diritto”. Sono arrivati circa otto miliardi di investimenti diretti, quasi altrettanti in prestiti, e la ferrovia Belgrado-Budapest, il cui tratto serbo, inaugurato nell’ottobre 2025, ha ridotto da oltre cinque ore a 79 minuti il viaggio fino al confine ungherese. A fine maggio, a Pechino, Vučić aveva annunciato quasi un altro miliardo.
Mentre i critici denunciavano “scarsa trasparenza negli appalti”, hanno scritto ancora i due articolisti, a Bruxelles e a Washington preoccupava “il rischio di elusione” delle sanzioni: “il ventesimo pacchetto contro la Russia, adottato il 23 aprile, colpiva proprio i paesi terzi che fanno da tramite, e il Bureau of Industry and Security statunitense ha indicato la Serbia come punto di transito per tecnologie a duplice uso”.
LA STRADA VERSO BRUXELLES
Il vincolo, però, resta europeo. La maggior parte dell’export serbo prende la via dell’Ue e le imprese europee figurano tra i maggiori investitori. Per Belgrado, candidata all’adesione, sostituire i legami con l’Europa con quelli cinesi è un’ipotesi difficilmente praticabile.
È su questo terreno che si misurerà il nuovo corso. La discontinuità promessa dalla Lista degli Studenti riguarda soprattutto le regole, più che una ricetta economica già definita. Al centro del programma ci sono la lotta alla corruzione, il contrasto ai monopoli, appalti pubblici trasparenti e la revisione dei grandi contratti infrastrutturali firmati negli anni di Vučić. L’idea è sottrarre l’economia all’arbitrio della politica, ricostruendo istituzioni e concorrenza. “Vaste programme”, avrebbe commentato un ironico Charles de Gaulle.
Si tratta di una correzione rispetto a un modello che ha attirato capitali stranieri a colpi di incentivi generosi, ma non equivale, almeno per ora, a una svolta europeista già decisa. Il programma non chiarisce quale sarà il rapporto futuro con Bruxelles, e l’adesione non figura fra le priorità immediate. Le riforme dello Stato di diritto potrebbero comunque riaprire la strada verso l’Ue. Resta da tradurle in politiche economiche concrete, e la sfida non è da poco.