Donald Trump voleva trasformare le elezioni del 3 novembre in un referendum sulla sua presidenza. A otto giorni dal voto, rischia di ottenere esattamente ciò che ha chiesto. Per settimane ha attraversato l’America invitando gli elettori a votare come se il suo nome fosse sulla scheda, convinto che il proprio carisma avrebbe trascinato alle urne non soltanto i fedelissimi MAGA, ma anche gli americani meno interessati alla politica.
Ora, però, i sondaggi raccontano una storia diversa. L’ondata blu, che fino a pochi mesi fa sembrava soprattutto una speranza democratica, è diventata un’ipotesi concreta. E alla Casa Bianca comincia a serpeggiare il nervosismo.
I sondaggi, l’onda blu e le incognite
I numeri della vigilia sono difficili da ignorare. Nel generic ballot, il sondaggio che misura le preferenze tra un generico candidato democratico e uno repubblicano alla Camera, il New York Times-Siena registra un vantaggio democratico di 52 a 41. Fox News indica 54 a 45, CNBC 52 a 45 e CBS-YouGov otto punti di vantaggio. Non è quindi una singola rilevazione a segnalare il cambiamento, ma una tendenza diffusa.
Sono sondaggi affidabili? Dopo le sorprese del 2016 e del 2020, quando molti istituti sottovalutarono il sostegno a Trump, la prudenza è d’obbligo. Un vantaggio nazionale non si traduce automaticamente in seggi: contano la geografia elettorale, i distretti disegnati a vantaggio di un partito e soprattutto l’affluenza. Ma anche le analisi dei singoli collegi si stanno spostando. Il Cook Political Report ha modificato la classificazione di altri 19 distretti in direzione democratica, stimando un possibile guadagno tra 12 e 22 seggi. Per una maggioranza repubblicana già risicata, sarebbe un colpo durissimo.
Al Senato, invece, la strada è più accidentata. I repubblicani dispongono di 53 seggi contro 47 e i democratici devono arrivare a 51, perché sul 50 a 50 il voto decisivo spetterebbe al vicepresidente JD Vance. Dal Maine al Michigan, dalla North Carolina all’Alaska, dall’Iowa all’Ohio, le battaglie sono serrate, ma conquistare quattro seggi netti non sarà facile. L’ondata blu potrebbe dunque travolgere la Camera senza riuscire a conquistare il Senato.
Anche la geografia dei comizi di Trump rivela le difficoltà del GOP. Il presidente concentra gli sforzi negli Stati repubblicani, dove deve risvegliare una base meno entusiasta del previsto, evitando competizioni come Maine e New Hampshire, dove la sua presenza rischierebbe di danneggiare i candidati del partito. Persino il Mississippi, conquistato due anni fa con oltre venti punti di vantaggio, non appare più del tutto tranquillo.
Il democratico Scott Colom tenta l’impresa di battere la senatrice Cindy Hyde-Smith e diventare il primo senatore afroamericano dello Stato dalla Reconstruction, dopo la Guerra Civile. Una sfida difficilissima, ma abbastanza seria da richiamare Trump in Mississippi a difendere un seggio considerato sicuro. Kamala Harris e Raphael Warnock sono già scesi in campo per Colom, mentre un super PAC democratico ha investito 1,2 milioni di dollari nella sua campagna.
A rendere ancora più incerta la lettura dei sondaggi è arrivato lo scandalo Wedgewood Polls, la società che ha ammesso di aver inventato quasi tutte le proprie rilevazioni, spacciando la manipolazione per un “esperimento sociale”. Il New York Times ne ha eliminate 15 dal proprio archivio e altri analisti, tra cui Nate Silver, hanno ritirato i dati. Un episodio che non scredita l’intero settore, ma ricorda quanto sia facile confondere informazione e manipolazione.
Il nervosismo della Casa Bianca
Trump ha già minacciato di opporre il veto a qualsiasi proposta di legge presentata dai democratici, ripetendo davanti ai giornalisti un infantile “Veto, veto, veto”. Una prerogativa costituzionale trasformata, prima ancora di conoscere il contenuto delle leggi, in un’arma di guerra politica.
Ma c’è di più. Il presidente ha evocato la possibilità di concedere grazie preventive ai funzionari della sua amministrazione per proteggerli da eventuali procedimenti giudiziari. Una grazia può coprire reati federali già commessi, ma non impedisce al Congresso di acquisire documenti, convocare testimoni e aprire inchieste. Ed è proprio questa prospettiva a rendere inquieta la Casa Bianca. A dirigere il Dipartimento di Giustizia c’è intanto Todd Blanche, già avvocato personale di Trump nei suoi processi penali.
L’amministrazione sostiene di agire nel rispetto della legge, mentre i democratici denunciano una crescente subordinazione della giustizia agli interessi politici del presidente. Il nodo è tutto qui: capire dove finisca la difesa dello Stato e cominci quella dell’uomo che lo governa.
Corruzione e costo della vita, la nuova arma democratica
Per anni Trump ha liquidato le accuse sui conflitti di interesse come polemiche destinate a lasciare indifferenti gli elettori. Interrogato dal New York Times sugli affari della sua famiglia, aveva risposto che durante il primo mandato aveva imparato una cosa: agli americani non importava.
Ora sembra aver cambiato opinione. Secondo CNBC, il 36 per cento degli elettori considera la corruzione governativa una delle principali preoccupazioni, davanti al costo dei generi alimentari, indicato dal 34 per cento. I democratici hanno colto il collegamento tra questi due temi. Mentre milioni di famiglie faticano a pagare la spesa, il mutuo e le bollette, la famiglia presidenziale e gli ambienti vicini alla Casa Bianca, secondo l’opposizione, godono di privilegi e opportunità economiche riservati a pochi.
Le criptovalute dei Trump, i rapporti con investitori stranieri, le controverse grazie presidenziali e le donazioni per la nuova sala da ballo potrebbero diventare altrettanti filoni di indagine parlamentare. Intanto, tra ori, stucchi e decorazioni pacchiane, Trump ha trasformato la Casa Bianca in una sorta di reggia dei Casamonica, la famiglia criminale romana diventata simbolo di un lusso tanto sfacciato quanto volgare. Una somiglianza estetica, non giudiziaria, ma eloquente sul gusto del presidente e sulla sua concezione del potere.
E mentre la Casa Bianca si ricopre d’oro, la guerra in Iran ha fatto impennare il costo dell’energia. La benzina è arrivata mediamente a 4,29 dollari al gallone e il Brent ha superato i 116 dollari al barile. Trump rivendica gli investimenti e la prosperità dell’America, ma per milioni di elettori il problema è assai più concreto: quanto resta dello stipendio dopo aver riempito il serbatoio e pagato la spesa.
Il 3 novembre non finirà la battaglia
Milioni di americani hanno già votato e la partecipazione anticipata è molto elevata. Dopo le polemiche di Trump contro il voto per posta, molti elettori hanno preferito recarsi personalmente ai seggi o consegnare direttamente la scheda. Ma l’affluenza anticipata non garantisce nulla: i repubblicani conservano grandi risorse finanziarie, una solida organizzazione e una base capace di mobilitarsi anche contro le previsioni.
Se i democratici conquistassero la Camera, Hakeem Jeffries potrebbe diventarne lo speaker e le commissioni parlamentari passerebbero all’opposizione, aprendo la strada a indagini sui conflitti di interesse, sulla gestione della giustizia e sull’uso dei poteri presidenziali. Trump manterrebbe il diritto di veto e, con un Senato repubblicano, un importante alleato istituzionale.
Ma perderebbe quella protezione politica che finora gli ha consentito di governare con controlli parlamentari limitati. È questa, più ancora della sconfitta elettorale, la prospettiva che agita la Casa Bianca. Naturalmente l’ondata blu non è ancora arrivata. I sondaggi possono sbagliare, gli indipendenti possono cambiare idea e il Senato resta una battaglia aperta. Ma Trump sembra già prepararsi allo scontro con un Congresso che potrebbe non essere più complice. Ha trascorso mesi chiedendo agli americani di votare come se il suo nome fosse sulla scheda.
Il 3 novembre potrebbero prenderlo in parola. Con un particolare che Trump sembra aver dimenticato: in una democrazia il presidente può scegliere i propri avvocati, i propri ministri e perfino i propri nemici. Non può scegliere gli elettori.