Gli stipendi dei magistrati
Per capire perché il rifiuto di Meloni non basta a bloccare gli adeguamenti, bisogna partire dalle regole che disciplinano gli stipendi dei magistrati. A differenza della maggior parte dei dipendenti pubblici, le loro retribuzioni non vengono aggiornate attraverso i rinnovi dei contratti collettivi, ma seguono un meccanismo automatico, introdotto da una legge del 1981, successivamente modificato nel 1998.
In pratica, ogni tre anni gli stipendi dei magistrati vengono aggiornati in base a quanto sono aumentate, in media, le retribuzioni degli altri dipendenti pubblici. L’Istituto nazionale di statistica (Istat) calcola questa crescita e la percentuale di aumento viene applicata attraverso un decreto del presidente del Consiglio dei ministri (DPCM). Nei due anni tra un aggiornamento e l’altro sono previsti anche degli aumenti provvisori, in attesa poi del calcolo definitivo.
Questo meccanismo particolare ha lo scopo di tutelare l’indipendenza della magistratura. Come ha spiegato la Corte costituzionale con una sentenza del 2012, l’adeguamento automatico serve a evitare che i magistrati debbano negoziare periodicamente i propri stipendi con gli altri poteri dello Stato, in particolare quello esecutivo, cioè il governo.
Gli aumenti degli stipendi dei magistrati, quindi, non sono decisi liberamente dal governo, ma seguono regole previste dalla legge. Negli ultimi anni però alcuni magistrati hanno contestato il modo in cui erano stati calcolati, facendo ricorso alla giustizia.