Legge sul fine vita: le foglie di fico di chi non la vuole (corriere.it)
di Niccolò Nisivoccia
«In Italia», sostengono coloro che vorrebbero apparire come i più disincantati, «una legge sul fine vita non si farà mai, perché pesano troppo le implicazioni religiose». Sembrano quasi voler rassicurare, in questo modo, coloro che invece all’emanazione di una legge sul fine vita si dicono contrari.
Eppure non esiste un interdetto, da parte della Chiesa cattolica. Come potremmo fondatamente sostenerlo davanti a dichiarazioni come quelle rese ad esempio negli ultimi mesi dallo stesso presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Matteo Maria Zuppi, o dall’arcivescovo Vincenzo Paglia?
Il cardinale Zuppi, in luglio, sul Corriere: «So bene che chi è malato non aspetta la legge», «Ci sono anche le Regioni che vanno in ordine sparso», «E infatti dico che la politica dovrebbe trovare una mediazione».
L’arcivescovo Paglia, sempre su queste pagine, nelle settimane scorse: «È necessario che in Italia il governo si prenda le sue responsabilità».
Del resto è difficile trovare riflessioni così misurate come quelle contenute in un documento — Linee propositive per un diritto della relazione di cura e delle decisioni di fine vita — redatto nel 2015 dal Cortile dei Gentili, che a sua volta è una fondazione di natura religiosa. Quel documento, è doveroso sottolinearlo, riguarda solo il «limite ai trattamenti» e la «rimodulazione di cure in senso palliativo», e quindi non parla né di suicidio assistito né di eutanasia. Ma rimane il fatto che, seppur dentro questi limiti, è nella cura e nell’ascolto che fissa l’elemento discriminante: e la cura e l’ascolto, precisa, si traducono anche nel rispetto delle convinzioni del paziente, e cioè delle sue volontà — purché assunte all’interno di una relazione di vicinanza.
Non è proprio questo il punto sul quale si potrebbe convergere?
Le volontà del paziente, a condizione di non averlo lasciato solo nella sua scelta e che tale scelta sia maturata in un contesto di cura, non andrebbero rispettate anche quando ciò che il paziente chiede sia di morire? L’impressione, francamente, è che l’argomento di una presunta resistenza religiosa all’emanazione di una legge organica sulla morte medicalmente assistita rappresenti più un alibi, o una scusa, che non un reale impedimento.