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  • Le vite dietro la resistenza ucraina che “Varta” vuole salvare dall’oblio (linkiesta.it)
il 25 Ottobre 2026

Le vite dietro la resistenza ucraina che “Varta” vuole salvare dall’oblio (linkiesta.it)

di Alessandro Cappelli

(Foto – AP/Lapresse)

Storie dal fronte

Con una serie documentaria in sette episodi, la produttrice Mariana Shafro racconta gli affetti, le paure e le speranze di chi difende il Paese invaso dalla Russia. Il 5 novembre ci sarà la prima proiezione italiana, a Milano, grazie all’associazione culturale BORISTENE

In this photo, taken on Nov. 15, 2025 and provided by Ukraine's 24th Mechanized Brigade press service, a Ukrainian soldier goes along a street in the frontline town of Kostyantynivka, the site of heavy battles with the Russian troops in the Donetsk region, Ukraine, Saturday, Nov. 15, 2025. (Oleg Petrasiuk/Ukraine's 24th Mechanized Brigade via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

«A volte penso che non sia stata io a scegliere: è stata la scelta a fare di me quella che sono». Nel trailer di “Varta”, una voce femminile racconta il momento in cui la guerra irrompe nella vita di una persona, e ne cambia la traiettoria. Scorrono i volti di chi combatte, frammenti di un’esistenza che continua nonostante tutto. Per chi vive da quasi cinque anni in un Paese invaso da una potenza imperialista confinante, il tempo può diventare un lusso, un diamante.

“Varta” è una serie documentaria del collettivo cinematografico ucraino Neutrino, composta da cinque episodi autonomi di circa venti minuti ciascuno. Ideata nel 2022, racconta la guerra attraverso le esperienze di militari, piloti, carristi, donne impegnate in ruoli di combattimento e soccorritori. Prima dell’invasione su vasta scala erano magari agricoltori, musicisti, lavoratori, uomini e donne con progetti e sogni; oggi si misurano con paura e dolore e responsabilità, senza perdere la speranza.

Giovedì 5 novembre, alle 19, tre dei cinque documentari arriveranno per la prima volta in Italia, al Cinema Arcobaleno di Milano, in una serata organizzata dall’associazione culturale BORISTENE (e di cui Linkiesta è media partner). In programma ci sono “She”, dedicato alle donne che difendono l’Ucraina, “Voices”, sulle esperienze dei soccorritori dopo i bombardamenti, e “Riders on the storm”, che prende il titolo dall’omonima canzone dei Doors e segue gli equipaggi dei carri armati impegnati al fronte.

Saranno presenti la produttrice Mariana Shafro e due protagoniste di “She”: Khrystyna, una giovane ucraina, già paramedica e oggi operatrice di droni, e Rebecca, una paramedica americana. Al termine della proiezione, il pubblico potrà incontrare le ospiti e ascoltare direttamente le loro esperienze. «Non è un film sulle battaglie o sulle distruzioni: è un racconto delle persone, con i loro sogni e le loro speranze», dice a Linkiesta Svitlana Tereshchenko, fondatrice e presidente di BORISTENE.

È proprio questa la prospettiva da cui “Varta” prova a guardare alla guerra. Le telecamere non riprendono solo le missioni militari, ma tutto ciò che le circonda: con quell’attesa che diventa disagio, il dolore degli ucraini lontani dalle famiglie, e i rari momenti di umorismo che ci si concede al fronte.

Accanto alle immagini ci sono le parole di chi cerca di dare un senso alle proprie scelte. «Yevhen Matvienko, il regista, e io abbiamo scelto di filmare queste storie attraverso quello che chiamiamo un linguaggio dell’amore», dice Mariana Shafro a Linkiesta. «Avremmo molto materiale traumatico: sangue, corpi senza vita. Ma abbiamo deciso di mostrare le cose in modo che il pubblico non chiuda il proprio cuore. Vogliamo che gli spettatori empatizzino con le persone che vedono sullo schermo e riconoscano che sono proprio come noi. Sarebbe troppo facile scioccare il pubblico con immagini terribili, ma cerchiamo un altro livello di comunicazione, che permetta di entrare in relazione con loro».

La scelta di filmare nasce anche da una necessità personale. Prima della guerra, Shafro e Matvienko lavoravano insieme girando videoclip musicali. «Abbiamo capito che il cinema era il nostro linguaggio e che potevamo usarlo per mostrare al mondo ciò che stava accadendo in Ucraina. Stavamo perdendo, e continuiamo a perdere, molti amici. Volevamo conservarne la memoria e raccontare le loro storie».

Anche la scelta dei personaggi nasce da un legame personale: «Quando conosciamo qualcuno con cui sentiamo un legame, ci informiamo sull’unità a cui appartiene e su ciò che faceva prima della guerra. Alcuni dei nostri protagonisti facevano i panettieri. Altri lavoravano in ospedale e oggi eseguono interventi chirurgici difficilissimi al fronte».

Il filo che attraversa questi racconti è il coraggio di chi difende l’Ucraina oggi, la Resistenza – con la maiuscola – dei nostri giorni. Il coraggio non può però essere separato dalla fragilità di chi combatte. Lo sottolinea più volte Svitlana Tereshchenko, fondatrice di BORISTENE, ricordando un incontro a Roma con ragazzi più giovani. Protagonista è un ucraino di trentadue anni che prima dell’invasione studiava relazioni internazionali e lavorava come barista. Si è arruolato nel 2022, ha trascorso due anni nelle trincee e ha perso una gamba al fronte. Oggi, quando incontra i ragazzi, rifiuta gli slogan facili. Preferisce limitarsi a consigli più sottili – godersi la vita, amarsi, viaggiare. E non dimenticare che potrebbe arrivare il momento in cui sarà necessario diventare difensori del proprio Paese e della libertà.

Il suo racconto, così come le storie dei protagonisti di “Varta”, restituisce alla parola «coraggio» un significato molto pratico. Non è una qualità eccezionale, riservata agli eroi, ma una scelta che persone comuni possono trovarsi a compiere quando la guerra entra nelle loro vite e mette in pericolo il loro futuro. È la stessa prospettiva richiamata dallo scrittore dallo scrittore ucraino Artem Chapeye in “La gente normale non va in giro armata”, pubblicato in Italia da Altrecose in primavera.

Shafro dice che la guerra ha cambiato profondamente tutti gli ucraini, e i soldati in particolare. «C’è chi ha lasciato un appartamento in città per dormire per mesi sul terreno delle trincee, chi ha perso un arto, chi ha lavorato per anni in ospedale senza dormire abbastanza. Ogni esperienza lascia un segno. Quello che stiamo vivendo è un trauma che ti cambia e ti fa crescere». Anche la vita familiare è stata stravolta: un soldato al fronte può vedere moglie e figli soltanto ogni tre o sei mesi. «Quando torna a casa, il bambino potrebbe quasi non riconoscerlo», dice Shafro.

I tre documentari di “Varta” offrono prospettive differenti su questa stessa realtà. “She” racconta le donne impegnate nella difesa dell’Ucraina, tra mediche militari, tiratrici scelte e combattenti. Il film è dedicato alla memoria di Valentyna, nome di battaglia Valkyria, medica da combattimento.

«Quando abbiamo iniziato a filmarla, siamo rimasti colpiti dalla sua passione e dal suo spirito», racconta Shafro. Durante il montaggio, Valentyna è stata uccisa in un attacco con droni insieme al fidanzato e non ha mai potuto vedere il documentario. «Dedicarle il film è stata una scelta naturale. Quando può, sua madre viene alle nostre première. Cerchiamo di darle voce il più a lungo possibile, anche dopo la sua morte».

Raccontare queste persone mentre la guerra è ancora in corso significa assumersi una responsabilità particolare. Non si conosce l’esito delle loro storie, né si può sapere quali di loro arriveranno a vedere i film che le documentano. Il progetto vuole conservare le testimonianze prima che diventino soltanto ricordi, commemorazioni o materiale per gli storici. Non registra esclusivamente gli avvenimenti militari, ma prova a lasciare una traccia delle persone e della società che la guerra sta trasformando.

Per Shafro, questa testimonianza ha trovato anche un pubblico imprevisto. Il ministero dell’Istruzione ucraino ha contattato il gruppo per proiettare i documentari nelle scuole, per far conoscere agli studenti le persone che hanno combattuto per proteggerli. «Dobbiamo spiegare ai bambini che cosa sta succedendo, affinché comprendano quanto sia terribile la guerra e, speriamo, facciano in modo che non accada mai più. Dobbiamo anche mostrare loro chi sono le persone che hanno combattuto per proteggerli», dice la produttrice.

La prima proiezione italiana è anche un’occasione per portare queste storie agli alleati dell’Ucraina. In Italia la propaganda russa ha purtroppo una fortissima influenza, ma prodotti culturali di questo tipo possono essere il mezzo migliore per spingere gli spettatori a interrogarsi sulle narrazioni che incontrano ogni giorno.

«Forse possiamo essere un piccolo spunto di discussione che porti gli italiani a chiedersi se la loro idea dell’Ucraina sia corretta», dice Shafro. «Matvienko e io siamo persone comuni: non ci finanzia nessuno, paghiamo il progetto di tasca nostra. Spero che il nostro esempio spinga le persone a domandarsi: è tutto vero quello che leggiamo sui media e online?».

Per BORISTENE, che dalla sua nascita lavora per avvicinare il pubblico italiano alla cultura e alla realtà contemporanea dell’Ucraina, portare “Varta” a Milano significa soprattutto creare un’occasione d’incontro con chi vive il conflitto in prima persona. «Al pubblico voglio trasmettere un messaggio potente e diretto, far capire loro che i ragazzi e le ragazze che oggi difendono la loro casa erano e sono come noi», dice Tereshchenko.

È un invito a guardare oltre le uniformi e a riconoscere le vite che ci sono dietro. La resistenza ucraina non riguarda soltanto la difesa del territorio, ma anche la libertà di un Paese di scegliere il proprio futuro e i principi democratici su cui si fondano l’Europa e il mondo libero. Prima di essere soldati, paramediche, carristi o operatori di droni, queste persone avevano una vita. “Varta” prova a raccontare che cosa è cambiato e che cosa continua a esistere nonostante la guerra.

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