Le idee sul banco degli imputati: la fragile accusa di terrorismo contro Youssef Siher (ildubbio.news)
di Simona Musco
Nel fermo si ipotizza «una strategia rivoluzionaria». E il pericolo di fuga viene motivato sottolineando che il 30enne è un “italiano di seconda generazione”
A leggere il fermo di Youssef Siher, la «mente» del Movimento 17 ottobre, c’è da chiedersi in che momento e in che modo avrebbe aizzato le folle a compiere gesti violenti.
Fortissimo, in quanto capace di raccattare 6153 persone sul suo gruppo Telegram per l’organizzazione delle piazze (poche persone, considerando gli standard di Telegram, dove pure i gruppi per i codici sconto arrivano a quota 100mila), sarebbe in grado, secondo la pm milanese Francesca Crupi e il procuratore Marcello Viola che hanno chiesto la convalida del fermo, di mettere in atto «una strategia rivoluzionaria». Anche «attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone pronte a tutto».
A stabilire se questo castello accusatorio e le esigenze cautelari reggeranno davvero alla prova del diritto sarà, domani, il giudice. Intanto, a leggere le convocazioni di piazza di Siher – indagato per istigazione a delinquere e violenza organizzata, aggravate dalla finalità di terrorismo in relazione ai disordini di piazza avvenuti a Milano il 17 e 18 ottobre -, di inviti alla violenza non c’è traccia.
Così come non ce n’è nel suo profilo Instagram, nato proprio dopo (non prima) le devastazioni cittadine e forte di migliaia di follower, dove le locandine con le frasi diventate slogan (“Lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove” / “Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”) sono opera di un visual artist e non dell’indagato. Sono piuttosto un paio di commenti di alcuni utenti che nei canali invocano l’assalto alle banche, ad accarezzare almeno a parole la violenza. Ma nulla di tutto ciò è stato messo in atto.
Per la procura, Siher potrebbe scappare e reiterare i reati di cui è accusato. Il pericolo di fuga viene motivato dagli inquirenti sottolineando che il 30enne – ricercatore di politica internazionale, giornalista freelance e attivista – è un “italiano di seconda generazione” che, in virtù del suo profilo personale, avrebbe «dimostrato di avere particolari abilità e capacità di muoversi e di aver contatti relazionali che lo potrebbero aiutare a far perdere le sue tracce», a partire dai legami con ambienti antagonisti, i Giovani Palestinesi, e dalle persone che lo ospitavano insieme alla moglie (anche lei indagata) in zona Corvetto.
E potrebbe reiterare i reati di cui è accusato, cioè esprimere ancora opinioni che, discutibili o meno che siano, rimangono incomprimibili secondo la Costituzione e la Cedu: diventano reato solo se incitano effettivamente alla violenza.
Non basta che il dissenso, insomma, sia radicale o sgradevole. Il «timore nella popolazione» inserito nell’aggravante di terrorismo poggia oltretutto su un ragionamento che addebita all’indagato l’effetto psicologico collettivo generato dalla blindatura delle città e dai negozi chiusi per paura. Paura sicuramente generata dalle violenze precedenti la nascita del movimento e amplificata dalla narrazione di quei fatti.
Per l’accusa, però, quelle opinioni sarebbero in grado di portare in piazza migliaia di persone «pronte a tutto». «Le istruzioni fornite agli utenti – sottolineano i magistrati – denotano un chiaro disegno strategico nel senso che le piazze indicate come luogo di concentramento risultavano per l’appunto strategiche al fine di impedire i controlli delle forze dell’ordine».
Nel mirino degli inquirenti c’è in particolare la pubblicazione di un documento trovato sul suo pc, intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso” – titolo di un libro edito dalla Bur – in parte simile ad un ulteriore documento ritrovato in chat, dal titolo “Rivoluzione, istruzioni per l’uso – Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011”.
Si tratta di una guida alla disobbedienza civile che, pur inserendo formalmente il divieto di distruzione o vandalismo e invitando a manifestazioni pacifiche, fornisce al contempo un vero e proprio prontuario operativo e tattico per contrastare attivamente e fisicamente i dispositivi di sicurezza: dall’uso di spray alcolici o di vernice (Duco) per accecare i blindati e le telecamere alla gestione dei lacrimogeni, dall’uso di coperchi di pentole come scudi rudimentali fino alle tecniche di accerchiamento delle forze dell’ordine per sottrarre loro equipaggiamenti. Un piano di mobilitazione a sorpresa per il 24 ottobre che, tuttavia, è rimasto inattuato proprio grazie al blitz e ai fermi preventivi della polizia.
Per non farsi mancare nulla, nelle indagini si è cercato di allargare lo spettro valutando eventuali collegamenti – finora non emersi – con il gruppo di indagati a Genova per il presunto finanziamento ad Hamas, un filone finora fragile sul piano probatorio, così come non vi sono riscontri su contatti con gli hacker filorussi di Noname.
L’obiettivo dichiarato nei messaggi diffusi sui canali era chiaro: testualmente, che la piazza fosse dibattito, discussione e dialettica dal basso. Per i pm, però, le sue parole avrebbero avuto un effetto di suggestione tale da generare violenza. Un’eventualità di cui non si avrà mai prova, dal momento che il fermo di Siher è intervenuto prima delle nuove istruzioni sulle piazze.