Francesca Albanese, dall’alto del suo prestigioso incarico internazionale, parla di “solo vetrine rotte” riferendosi alle devastazioni delle manifestazioni dello scorso fine settimana. Evidentemente, per lei, quelle vetrine sono un dettaglio sul quale non vale la pena soffermarsi troppo.

Ebbene, cara Albanese, glielo dico da imprenditrice: quelle vetrine sono la vita di qualcuno. Sono i risparmi accumulati in anni di lavoro. Sono i prestiti chiesti in banca, le garanzie personali, le rate che arrivano puntuali anche quando gli incassi non arrivano.

Sono le bollette, le tasse, i fornitori, gli stipendi da pagare alla fine del mese. Sono le mattine in cui ti svegli chiedendoti come farai a far quadrare i conti. Sono le domeniche passate a lavorare, le vacanze alle quali rinunci, le notti in cui non riesci a dormire perché sai che sulle tue spalle non pesa soltanto il tuo futuro, ma anche quello delle persone che lavorano con te.

Dietro ogni vetrina c’è qualcuno che ha rischiato del proprio. Che magari ha investito tutto quello che aveva. Che ogni giorno combatte per non abbassare definitivamente quella serranda. o quella fatica la conosco. La vivo. E so quanto costa, in termini economici e umani, tenere in piedi un’attività commerciale.

Lei ha il privilegio di ricoprire un incarico internazionale prestigioso, di avere una tribuna dalla quale parlare al mondo, di vedere le proprie parole riprese dai giornali. Ma il prestigio di un incarico non conferisce il diritto di guardare dall’alto in basso i sacrifici degli altri.

E soprattutto non autorizza a trasformare le vittime di una violenta e gratuita guerriglia urbana in un fastidioso dettaglio che distoglie l’attenzione dalla narrazione politica che si vuole imporre. Perché sa qual è la differenza, cara Albanese? Lei può permettersi di parlare di “solo vetrine rotte”. Chi quelle vetrine le possiede deve trovare i soldi per ricomprarle. E magari, dopo aver subito la violenza di chi gliele ha distrutte, deve anche sopportare la supponenza di chi pretende di spiegargli che il vero problema è parlarne.

Manifestare è un diritto. Devastare, saccheggiare e distruggere il lavoro altrui no. E non esiste causa politica, per quanto nobile la si ritenga, che possa giustificare tutto questo. Rompere una vetrina richiede pochi secondi. Costruire quello che c’è dietro può richiedere una vita intera.