Berlino si prepara a essere governata da una donna che dichiara di aver paura. Elif Eralp, la vincitrice delle elezioni per la Linke e aspirante sindaco, ha confidato allo Spiegel di temere per l’incolumità del marito e dei familiari, minacciati a suo dire da ambienti arabi della città: gente di prima, seconda o terza generazione, uomini dei clan criminali, simpatizzanti di Hamas.
Il settimanale ha spifferato ai quattro venti – contraddicendo una consuetudine dei rapporti fra giornalisti e protagonisti intervistati – anche alle note riservate con cui Eralp e il suo staff hanno commentato e corretto il testo prima dell’autorizzazione alla pubblicazione.
LA PAURA NON PUÒ GOVERNARE
Ed è proprio in quelle note che dovevano rimanere riservate che il timore prende forma. Al centro c’è Ibrahim Ibrahim, vicino a Hamas e figura dell’area radicale filopalestinese, che ha definito “eroe martire” il principale ideatore della strage del 7 ottobre.
Ora, una cosa è comprendere la paura di una madre o di una moglie, un’altra è affidarle la guida di una metropoli di quasi quattro milioni di abitanti, dove la sicurezza è divenuta uno dei temi più sensibili. Sul piano umano nessuno può rimproverarle nulla: chi ha una famiglia ha il dovere di proteggerla. La paura non è debolezza. Il problema è che il ruolo a cui aspira ha come fulcro proprio la tutela dei berlinesi, e un sindaco intimidito da chi dovrebbe contrastare parte già svantaggiato.
Lo Stato tedesco ha un obbligo costituzionale di garantire l’incolumità dei cittadini: non è una promessa da spendere in campagna elettorale ma un dovere da assumere di fronte alla Carta fondamentale. Eralp non deve essere priva di timori, ma deve spiegare come intende agire quando a temere sono i governati. Finora non l’ha fatto, anzi da sinistra sono giunte proposte contraddittorie, pulsioni alla smobilitazione delle forze dell’ordine, tanto che appena qualche giorno fa il sindacato di polizia ha fatto trapelare l’indiscrezione che molti agenti sarebbero intenzionati a cambiare città qualora la Linke arrivasse alla guida del governo.
Non è un buon viatico.
UN BACINO ELETTORALE AMBIGUO
Il paradosso è che quell’area che oggi Eralp dice di temere è stata in parte serbatoio di voti per la Linke. Oltre a una certa ingenuità sul tema della sicurezza, che non può dispiacere ai troppi clan criminali che hanno affondato gli incisivi sulla città, e alla sottovalutazione della percezione di insicurezza dei berlinesi, pesa il tema dell’antisemitismo, fianco scoperto di un partito che annovera esponenti vicini ai radicali come il parlamentare Ferat Kocak.
La Linke ha fatto il pieno di voti a Neukölln, quartiere a forte densità araba dove lo Stato e la polizia sembrano in ritirata. Questo ostacola anche l’alleanza con Verdi e Spd, indispensabile per governare la capitale.
Per il momento le consultazioni fra i tre partiti che dovrebbero formare il governo della capitale si sono concentrate, oltre che sulla questione dell’antisemitismo, sui temi cari alla Linke come le politiche di esproprio dei grandi gruppi immobiliari, la possibile socializzazione degli immobili espropriati, i costi che questa politica comporterebbe (e che nessuno ha concretamente quantificato), qualche proposta di politica sociale anche questa al momento senza copertura finanziaria.
ERALP HA IL “QUID” PER BERLINO?
Intanto i berlinesi hanno paura davvero: crescono la violenza armata e la criminalità organizzata, e la sicurezza era accanto alla casa la preoccupazione principale degli elettori. Una città che non conosceva “no go area”, ora ci deve fare i conti, almeno nelle ore notturne. La vicenda del Görlitzer Park, il parco dello spaccio di droga nel cuore di Kreuzberg che il governo uscente ha provato inutilmente a recintare per arginare il degrado, è solo uno dei simboli.
Eralp è popolare e carismatica, ha condotto una campagna elettorale impeccabile, ma sembra aver sottovalutato quello che la attende. Finora aveva schivato ogni ostacolo scomodo, dalle polemiche per la festa elettorale frequentata da membri dei clan e simpatizzanti di Hamas, giustificata con una lista degli ospiti aperta, al caso della deputata Vanessa Emde, controversa per le posizioni ostili a Israele, la cui espulsione dal gruppo parlamentare continua a slittare.
Ora però, al netto della campagna negativa che la stampa conservatrice le ha scatenato contro, il nodo più intricato sembra arrivato al pettine: lei e il suo partito hanno davvero la caratura per guidare per quattro anni una metropoli complessa e non più in buona salute come Berlino?