Caro direttore,
nel corso di una conferenza stampa tenutasi alla Casa Bianca il 20 ottobre scorso, rispondendo a una serie di domande sulla guerra in Ucraina e sui negoziati con la Russia, Donald Trump ha riproposto questa personale ricostruzione dell’inizio del conflitto:
“I russi avevano un migliaio di carri armati che avanzavano su un’autostrada asfaltata. Sarebbero arrivati in Ucraina in quattro ore, procedendo alla massima velocità consentita ai carri armati -48 miglia orarie, per l’esattezza. Non c’era nulla a fermarli. La guerra sarebbe finita nel giro di un giorno. E quel generale, un vero stupido -non ho idea di chi sia; dubito persino che sia ancora vivo -ha deciso di svoltare a destra verso i terreni agricoli, per poi girare a sinistra e puntare verso Kiev, invece di restare sull’autostrada asfaltata e in perfette condizioni, dove stavano procedendo benissimo. Sarebbero bastate tre ore e mezza, massimo quattro, e l’intera guerra sarebbe finita. Il risultato? Sono rimasti bloccati nel fango”.
Secondo gli analisti militari statunitensi e le ricostruzioni storiche della “battaglia di Kyiv” 24 febbraio del 2022, questa versione del presidente americano è fantasiosa. Ricordo brevemente perché.
1) Contrariamente a quanto affermato da Trump, le forze russe hanno utilizzato intensamente le strade principali e le autostrade nel tentativo di condurre un attacco lampo verso la capitale. Non c’è stata una deviazione volontaria dai principali assi stradali ordinata da un singolo generale per muoversi nei campi.
2) L’avanzata russa non è stata fermata semplicemente dal fango, ma da una decisa e coordinata resistenza delle forze armate ucraine e dei civili. Gli ucraini hanno fatto saltare ponti chiave, inondato la pianura del fiume Irpin a nord di Kiev e teso costanti imboscate alle colonne russe lungo le autostrade (come la Zhytomyr Highway) usando droni, artiglieria e sistemi anticarro (inclusi i Javelin).
3) Il celebre convoglio russo lungo circa 40 miglia (64 km) è rimasto bloccato sulle strade principali a causa di gravi carenze logistiche (mancanza di carburante e cibo) e guasti meccanici. I mezzi corazzati russi hanno iniziato a spostarsi fuori strada o nei terreni agricoli proprio perché le autostrade erano diventate dei giganteschi colli di bottiglia sotto il fuoco ucraino, finendo solo a quel punto bloccati nel fango profondo.
4) L’idea di un migliaio di carri armati che avanzano compatti a una velocità costante di 48 miglia orarie (circa 77 km/h) su un’unica autostrada senza alcuna opposizione viene definita dagli analisti militari come uno scenario irrealistico e non supportato dalle dinamiche della guerra moderna e dalla reale conformazione geografica dell’area d’invasione.
Caro direttore,
la verità è che per il tycoon newyorkese la guerra è come un videogioco. Ma il punto più interessante non è la sua discutibile lezione di strategia militare: è il cinismo con cui riduce una guerra di aggressione a un problema di viabilità mal gestito. Mille carri armati, un Paese invaso, città bombardate, civili uccisi: tutto liquidato come un errore di segnaletica e un generale incapace.
Nella sua ricostruzione, il dramma non è l’invasione, ma il fatto che i russi non siano arrivati in tempo per far fuori Zelensky. Per Trump la guerra non è una tragedia umana, ma un’operazione andata male sotto il profilo logistico. Non una riflessione sulle responsabilità di chi invade, non una parola sulle vittime: soltanto il rimpianto per un’autostrada che avrebbe potuto accorciare i tempi della conquista. Del resto, nella sua visione del mondo, anche una guerra viene valutata con il metro dell’affarista: se vinci in quattro ore, sei un genio; se rimani impantanato nel fango, sei un idiota.
Trump non è né un genio né, forse (e sottolineo forse), un idiota. È un compagno di merende di Putin, che vagheggia (per questo lecca i piedi alla Cina) una nuova Yalta per spartirsi le spoglie della democrazia occidentale. Mala tempora currunt, sed peiora parantur.