Ma il movimento ha un problema col 7 ottobre (ildubbio.news)
Siher è certamente un radicale estremo che riduce e semplifica una vicenda articolata e complessa come quella che da decenni si vive in Medio Oriente e che vede Israele come prima linea di un fronte colonialista
I titolisti italiani hanno poca fantasia. Da due giorni su giornali e telegiornali torna rimbalza martellante la stessa parola: “Mente”.
La mente in questione sarebbe Youssef Siher, trentenne italiano di origini marocchine, ricercatore e qualche volta autore di articoli su qualche giornale, ex presidente degli universitari islamici all’Università degli Studi di Milano, fondamentalmente militante “decoloniale”. Qui “mente” sta per capo, leader regista: però non risulta che abbia diretto e guidato nessuno, Nè che abbia dato ordini se non vaghi pur se incendiari suggerimenti. “Mente” potrebbe anche significare l’intelligenza fredda che dispensa idee per il Movimento e in questo senso, pur non guidandolo, lo orienta.
La prima accezione, quella in realtà adottata dai media, non è solo esagerata e neppure iperbolica e basta. E’ allucinata. In tutta evidenza il composito Movimento che ha sfasciato vetrine a Milano due week end fa e che sfila per la Palestina da tre anni, ovunque ma in Italia molto più spesso che altrove, non ha guide né capi né una vera organizzazione.
Non c’è alcun elemento che indichi in Siher il leader, anzi “la mente”, per il solo fatto che quel leader o quel gruppo di leader al momento non ci sono. Le accuse a carico del ricercatore, per come sembra che si vadano formulando, creano seri dubbi di attentato alla libertà di parola e di pensiero, confusa scientemente con una concreta e operativa attività criminale.
La seconda accezione dell’abusato termine si avvicina di più alla realtà, a patto di prenderla con le pinze senza scambiare Siher per un Toni Negri islamizzato ma mettendolo a fuoco per quello che è: un militante che cerca di spingere un Movimento che esiste di per sé nella direzione auspicata. Anche in questo senso definirlo “la mente” del Movimento sconfina nel ridicolo. Però anche la minimizzazione opposta, quella che lo descrive quasi come un passante allucinato che vorrebbe “mettere il cappello” al Movimento, è fuori luogo e spesso ipocrita. Siher non è un corpo estraneo al movimento propal ora anche “giovanile” in senso lato. E’ una delle voci più consapevoli di una tendenza che in quel movimento esiste e ha almeno parzialmente fatto breccia negli ultimi tre anni.
La critica del giovane islamico alla sinistra, esplicitata in un articolo del 2024, Non dà adito a dubbi: “Le sinistre occidentali – e con esse i movimenti emulatori loro affini nel terzo mondo – che non adottano un’idea pienamente radicale di rottura con il sistema occidentale attuale, sono considerate esse stesse parte del problema coloniale da parte di chi porta avanti la lotta anticoloniale palestinese. Ecco perché in pochi in Occidente, il 7 ottobre 2023, riuscivano a concepire – senza se e senza ma – l’Operazione Diluvio al-Aqsa per quello che era: un atto rivoluzionario di decolonizzazione”.
Siher è certamente un radicale estremo. Buona parte del movimento pro Palestina dissentirebbe nel complesso dalla sua visione. Ma chiunque segua un po’ quel movimento sa che due elementi chiave sono ormai diventati senso comune: il primo è che la guerra che si combatte da oltre un secolo in Medio Oriente non è faccenda da ogni punto di vista complessa ma una lotta del bene contro il male, più vicina a Star Wars o al Signore degli Anelli che a una realtà eticamente e politicamente estremamente articolata, piena di sfumature e contraddizioni, nella quale dividere i torti di tutti dalle ragioni di tutti è quasi impossibile.
La seconda è il salto logico che, ignorando appunto la particolarità della situazione, porta a immaginarsi Israele come prima linea di un fronte colonialista di cui l’intero occidente farebbe parte.
E’ una visione integralista e pericolosa che non va tuttavia confusa con il classico integralismo islamico. L’Islam tuttavia è in questa architettura un pilastro della lotta anticoloniale e come tale non può essere giudicato secondo i parametri “occidentali” propri del colonialismo stesso.
Per capire quanto questa ideologia si sia già insinuata in una parte non maggioritaria ma neppure trascurabile di quelli che protestano per la Palestina, ma oggi anche contro il carovita, basta vedere la tolleranza che il Movimento esprime nei confronti delle impiccagioni in Iran, della dittatura teocratica, delle manifestazioni di pur antisemitismo che si moltiplicano anche in Italia.
L’ideologia di Siher è un pericolo. Però ridurre la questione alla “mente”, cioè il capo, eliminato il quale si è eliminata la minaccia serve solo ad aiutare la diffusione di quell’ideologia venefica.