La preside del bimbo in piazza «L’ho riconosciuto dagli occhi, a scuola i prof piangevano» (corriere.it)
di Giovanna Maria Fagnani
L’intervista
La dirigente: ci siamo sentiti impotenti. Lo aiuteremo ancora
Preside, come ci si sente quando accade una cosa del genere?
«Ci si sente devastati».
Il bambino di undici anni in passamontagna — il più giovane tra i manifestanti identificati dopo gli scontri dello scorso fine settimana a Milano — immortalato in foto e video diventati virali mentre scappa con roba rubata dai negozi o cerca di sfondare i vetri di un supermercato, va regolarmente a scuola. Frequenta le medie in uno degli istituti comprensivi del quartiere Barona. Una scuola con 1.400 studenti, un’utenza variegata e progetti all’avanguardia.
Come avete saputo che era coinvolto negli scontri?
«Già domenica hanno cominciato a girare i video. I suoi occhi, bellissimi, sono inconfondibili. È uno dei momenti più brutti che ho vissuto nella mia carriera».
Quando è arrivato a scuola da voi?
«Quattro anni fa, dal Marocco, in quarta primaria, ma non è chiaro se prima frequentasse regolarmente la scuola. Accanto ai corsi di alfabetizzazione, dalla prima media è stato avviato per lui un progetto educativo personalizzato».
Che alunno è?
«Ha delle fragilità, ancora non parla bene in italiano, fatica a rimanere in classe per tutte le ore, ma non ha mai partecipato a risse o ad atti di vandalismo. In classe è abbastanza inserito, cerca sempre i compagni, soprattutto i maschi, come tipico di questa età, per giocare, spesso a calcio. E poi è sempre in movimento con il monopattino. Il programma stilato per gli alunni come lui serve a prevenire la cosiddetta “dispersione implicita” e a portarli almeno agli obiettivi minimi. Lui frequenta la scuola con piacere ed è molto legato ai suoi insegnanti di riferimento, quelli che hanno con lui un rapporto uno a uno».
È già tornato a scuola?
«Lunedì era in classe, come se il giorno prima non fosse accaduto nulla. Martedì era assente, poi è tornato».
Gli avete chiesto perché ha partecipato agli assalti?
«Non ancora. Lo faranno i suoi docenti di riferimento, nei prossimi giorni. Non so se ci risponderà».
È sempre in movimento con il suo mono-pattino. Frequenta la scuola con piacere ed è molto legato ai suoi insegnanti di riferimento
Che rapporto avete con la famiglia?
«Non semplice».
I compagni hanno visto i suoi video?
«Sì e si sono spaventati. Lui dubitiamo che si sia reso conto. Intanto il clima in classe è cambiato. A causa delle chat, l’account WhatsApp di alcuni ragazzi è stato hackerato. Temiamo che il vedersi famoso sui social sia controproducente per lui e non comprenda cosa è accaduto. Abbiamo deciso che proseguirà il suo programma didattico rinforzato, ma rimanendo fuori dalla classe. Anche se ai suoi compagni questa cosa dispiace».
Nella sua classe e nelle altre avete parlato dell’accaduto, degli scontri?
«Certamente. Ho detto che chi ruba commette un reato, che porta a conseguenze importanti. Anche penali».
Preside, nella scuola ci sono oltre mille studenti, colpisce come conoscesse così bene il caso di questo ragazzo difficile, e lo seguisse personalmente.
«È un ragazzino bellissimo e dolcissimo, ma che, diciamo noi, “gioca in un altro campionato”, che non è quello dei ragazzi della sua età. La scuola ha fatto di tutto, c’è stata grande volontà di aiuto e ausilio. E continueremo così».