Il 21 ottobre, dopo quasi tre ore di colloquio con l’inviato statunitense Steve Witkoff a San Pietroburgo, il Cremlino ha fatto sapere di essere pronto «in linea di principio» a riprendere i negoziati trilaterali con Ucraina e Stati Uniti intorno al 10 novembre.
Come possibile sede è stata indicata Abu Dhabi. Poche ore dopo, missili balistici e droni russi hanno colpito Kiev e altre località ucraine, provocando morti e decine di feriti, secondo le autorità ucraine. Nella stessa notte, il ministero della Difesa russo dichiarava di aver abbattuto 808 droni ucraini. La prospettiva del dialogo e la prosecuzione dei combattimenti si sono così sovrapposte ancora una volta.
Se si vuole negoziare, perché continuare a combattere? La risposta richiede di distinguere l’apertura di un canale diplomatico dall’esistenza di un accordo sulle condizioni per fermarsi. Sedersi a un tavolo significa accettare di discutere. Non implica aver rinunciato agli obiettivi della guerra, né aver raggiunto un’intesa su come interromperla. In questa distanza, ciascun governo può cercare un accordo e, contemporaneamente, ritenere necessario migliorare la propria posizione militare prima di sottoscriverlo.
Le condizioni discusse dai negoziatori dipendono dalle alternative che i rispettivi governi ritengono di avere. Chi pensa di poter ottenere risultati migliori continuando il conflitto avrà meno incentivi ad accettare concessioni. Chi teme un peggioramento della propria posizione potrebbe invece considerare preferibile un compromesso.
Il problema è che queste valutazioni possono essere incompatibili. Due avversari possono convincersi, nello stesso momento, che il tempo lavori a proprio favore: uno confida nella superiorità materiale, l’altro nella tenuta delle difese, nell’aiuto degli alleati o nell’aumento dei costi politici per il nemico.
La pressione militare può allora servire a modificare i calcoli dell’altra parte. Conquistare una posizione, interrompere un collegamento logistico o ridurre la capacità operativa avversaria può incidere sulle condizioni considerate accettabili al tavolo. Questo non autorizza ad attribuire una finalità negoziale a ogni bombardamento. La vicinanza temporale tra un attacco e un incontro diplomatico non dimostra un rapporto diretto. Un’operazione può essere stata pianificata in precedenza oppure rispondere a obiettivi militari perseguiti indipendentemente dai colloqui.
A San Pietroburgo, la situazione militare è entrata direttamente nella discussione diplomatica. Secondo il consigliere presidenziale Yuri Ushakov, Putin ha aggiornato Witkoff sull’andamento delle operazioni russe. Il quadro del fronte accompagna quindi il confronto sulle condizioni politiche di un eventuale accordo.
Applicare questa lettura all’Ucraina richiede di preservare una distinzione fondamentale. La Russia ha avviato l’invasione su vasta scala nel febbraio 2022; l’Ucraina combatte per difendere il proprio territorio. La presenza di operazioni militari da entrambe le parti non cancella l’origine del conflitto e non rende equivalenti le responsabilità.
Anche il significato politico di una sospensione dei combattimenti è diverso. Per Kiev, fermarsi senza garanzie credibili può significare lasciare territori occupati e concedere alla Russia il tempo necessario per preparare una nuova offensiva. Per Mosca, un’interruzione comporta un bilanciamento tra la possibilità di consolidare le posizioni raggiunte e la rinuncia a ulteriori obiettivi.
Per questo la parola «pace» può indicare progetti incompatibili. Uno Stato può intendere la sicurezza come protezione da nuove aggressioni; un altro può pretendere limitazioni alle scelte strategiche del vicino. Il linguaggio diplomatico può coincidere mentre il contenuto delle rispettive posizioni rimane distante.
Zelensky si è detto disponibile a un cessate il fuoco lungo le attuali linee del fronte, come primo passo verso una soluzione diplomatica, insistendo sulla necessità di garanzie di sicurezza. Ma un cessate il fuoco deve stabilire quando interrompere le operazioni, lungo quali linee, con quali controlli e attraverso quali procedure gestire le violazioni. Deve affrontare questioni concrete: movimenti delle truppe, rifornimenti, protezione delle infrastrutture e accesso umanitario.
Congelare una linea del fronte non equivale giuridicamente a riconoscerla come confine, ma può produrre conseguenze politiche e militari durature. Anche una misura presentata come temporanea diventa così oggetto di un negoziato complesso.
Il nodo è la fiducia nell’applicazione dell’accordo. Se ciascuna parte teme che l’altra utilizzi la pausa per riarmarsi e riprendere l’offensiva, interrompere le ostilità può apparire rischioso anche quando continuare a combattere è estremamente costoso. Le garanzie devono quindi rendere meno conveniente la violazione dell’intesa, attraverso verifiche, impegni esterni e conseguenze credibili. Una promessa vale in funzione della capacità e della volontà di farla rispettare.
La guerra di Corea mostra quanto a lungo possano convivere combattimenti e trattative. I colloqui si aprirono a Kaesong il 10 luglio 1951; l’armistizio fu firmato a Panmunjom il 27 luglio 1953. Nel mezzo ci furono due anni di guerra di posizione, con battaglie per colline che spostavano il fronte di poche centinaia di metri.
Il tracciato della linea di demarcazione fu concordato in via provvisoria già nel novembre 1951. Uno dei principali ostacoli, divenuto decisivo nella fase successiva, fu il destino dei prigionieri: Washington rifiutava il rimpatrio forzato di chi non voleva tornare, mentre Pechino e Pyongyang lo pretendevano. Su quella questione le trattative rimasero ferme per mesi, mentre si continuava a morire.
Il precedente non offre una previsione per l’Ucraina: geografia, alleanze e obiettivi sono differenti. Mostra però che l’esistenza di negoziati non determina automaticamente la sospensione della guerra. Dimostra anche che, una volta impostata la questione territoriale, una controversia diversa può bloccare il negoziato per mesi. Si può discutere a lungo, anche per anni, continuando a contendersi ciò che renderà possibile, o più favorevole, un’intesa.
La forza, tuttavia, non produce necessariamente una maggiore disponibilità a negoziare. Un’offensiva può convincere l’avversario che resistere sia troppo costoso, ma può anche rafforzarne la determinazione. Le perdite civili e le distruzioni possono rendere politicamente più difficile accettare concessioni, aumentare la sfiducia e spingere gli alleati a intensificare il sostegno.
È il limite della coercizione: chi esercita pressione non controlla il modo in cui verrà interpretata. Un segnale concepito per mostrare determinazione può essere letto come la prova che nessun accordo sarebbe affidabile. Una dimostrazione di forza può restringere lo spazio diplomatico anziché ampliarlo.
Anche la politica interna pesa. Un governo deve spiegare ai cittadini perché un compromesso sia preferibile alla prosecuzione della guerra. Quanto più ha presentato i propri obiettivi come irrinunciabili, tanto più difficile sarà ridimensionarli. Lo stesso vale per il rapporto con gli alleati, che possono sostenere lo sforzo militare senza condividere tutte le condizioni considerate accettabili per concludere il conflitto.
Riconoscere il rapporto tra forza e negoziato non significa considerare legittima qualsiasi operazione utile a ottenere concessioni. Il diritto internazionale umanitario vieta gli attacchi diretti contro i civili, quelli indiscriminati e quelli sproporzionati, e impone precauzioni per ridurre i danni alla popolazione. L’eventuale vantaggio diplomatico non sospende queste regole.
Secondo il consigliere ucraino Serhii Beskrestnov, citato dall’Associated Press, nella notte del 22 ottobre un missile Iskander con testata a grappolo ha colpito il centro storico di Kiev. Se l’impiego di quell’arma in un’area densamente abitata fosse confermato, solleverebbe interrogativi sul possibile carattere indiscriminato dell’attacco, da valutare sulla base delle sue modalità concrete. Comprendere un calcolo strategico non equivale ad approvarlo.
Per valutare i colloqui occorre dunque guardare oltre gli annunci. Contano la definizione di un’agenda concreta, il mandato dei negoziatori, la disponibilità ad affrontare i nodi contestati e la costruzione di meccanismi verificabili. Un accordo circoscritto, applicato e controllato può offrire indicazioni più solide di una dichiarazione generale sulla volontà di pace.
La prosecuzione dei combattimenti non dimostra, da sola, che ogni trattativa sia una finzione. Allo stesso modo, la presenza di un tavolo negoziale non prova che un’intesa sia vicina. Entrambe le scorciatoie impediscono di capire a che punto si trovi realmente il negoziato.
La difficoltà decisiva arriva quando bisogna tradurre la disponibilità a parlare in un comportamento diverso sul terreno. Finché ciascun governo riterrà di poter migliorare la propria posizione continuando la guerra, la diplomazia resterà esposta alle decisioni militari. Il passaggio verso un accordo comincia quando fermarsi diventa una scelta sostenibile anche dopo la firma: perché le condizioni sono accettabili, le garanzie credibili e il costo di violarle sufficientemente alto.