L’altolà di Conte a Schlein leader (corriere.it)
di Francesco Verderami
SETTEGIORNI
«Non lo dico per interesse personale. Lo dico perché con Elly Schlein non si vince». E disinteressatamente Giuseppe Conte si fa portavoce di quanti vorrebbero provare ancora a contrastare il progetto della sua alleata-avversaria: sfidare Giorgia Meloni e batterla nel duello per Palazzo Chigi.
Così nei colloqui riservati il capo del M5S esprime tutto il suo scetticismo sulle capacità di successo della leader dem alle elezioni. Lo fa sfoggiando l’eloquio che gli è proprio, mostrandosi contrito agli interlocutori, preoccupato per le sorti del Campo largo. E «a scanso di equivoci» ci tiene ad allontanare da sé ogni sospetto ricordando che «sono già stato presidente del Consiglio, non lo faccio quindi per me». In un impeto di generosità misto a senso di responsabilità lascia infine capire che sarebbe ancora pronto al passo indietro alle primarie a favore di un candidato di «mediazione» del maggior partito della coalizione. Un altro, però, perché «con Schlein non si vince».
In fondo dice ciò che anche nel Pd alcuni pensano. D’altronde cos’è stata (cos’è ancora) la ricerca del «federatore» se non un atto di sfiducia verso la segretaria democratica? Per questo, dinanzi a una costante opera di delegittimazione, lei ha reagito cogliendo tutti di sorpresa alla direzione del partito: «Sarò candidata a Palazzo Chigi con o senza primarie». Un messaggio rivolto agli alleati e a quel «sistema da scardinare» che sente ostile e che «per troppo tempo ha tenuto fermo il Paese». Schlein non accetta compromessi, anzi ha preso a vendicarsi rammentando a Conte che «era stato proprio lui a chiederci le primarie. Subito dopo il referendum sulla giustizia».
Chissà, forse l’ex premier se n’è dimenticato. Forse a quei tempi riteneva di vincere. Forse oggi non più, visto che — secondo i calcoli del Nazareno — «Elly» sarebbe in netto vantaggio nelle regioni del Nord, si troverebbe davanti nel Lazio, in Puglia e Campania, mentre perderebbe in Sardegna, Calabria e probabilmente in Sicilia. La forza della struttura di partito sarebbe insomma avvantaggiata rispetto all’organizzazione del Movimento. Allora si capisce perché, disinteressatamente, Conte vorrebbe fare a meno delle primarie.
Tanto che tra i democratici sia l’ inner circle della segretaria sia autorevoli esponenti riformisti immaginano un «colpo a sorpresa»: l’annuncio del suo passo indietro per evitare la tenzone, l’offerta di appoggiare un candidato alternativo, l’idea di sostenere il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.
Se così fosse sarebbe come dire in pubblico che «con Elly non si vince». Se così fosse sarebbe una proposta irricevibile. Perché nessuno del Pd, nemmeno chi trangugia Maalox ogni mattina, potrebbe assecondare la decapitazione della segretaria. E insieme la messa in liquidazione del partito. Infatti già settimane fa il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia pronosticava, senza nutrire dubbi, che la sfida alle prossime elezioni sarà «Meloni contro Schlein. E vinca la migliore, cioè Elly».
Il fatto è che la guerra di logoramento sulla leadership sta consumando le energie del Campo largo, che pare aver smarrito la lucidità e sembra non accorgersi di quanto sta accadendo. Anche su piccoli-grandi dettagli. Nei giorni scorsi un sondaggista ha chiamato il democrat Graziano Delrio per metterlo sull’avviso: «Vi siete resi conto che oggi la somma dei partiti della vostra coalizione è più bassa rispetto alla somma del risultato che hanno ottenuto alle elezioni del 2022?».
E sia chiaro: è un falso problema la norma sull’indicazione del premier inserita nella nuova legge elettorale e contro la quale si sono scagliati politici e intellettuali di area. Intanto a naso — secondo Stefano Ceccanti — «la Consulta non la toccherà». E seppure dovesse scomparire, il centrosinistra non avrebbe superato le sue criticità. Il motivo è semplice: a detta del costituzionalista riformista infatti, «anche se i partiti corressero senza dover indicare un comune candidato a Palazzo Chigi, quale tasso di coesione mostrerebbero in campagna elettorale su un tema dirimente come la politica estera?».
I programmi sono redatti per non essere letti né applicati. Ma come risponderebbero i leader alla quotidiana domanda dei media: «Se andrete al governo, darete all’Ucraina le armi per difendersi?». L’interrogativo impone un «sì» o un «no». È senza chiarezza che «non si vince».