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  • La minoranza araba e i limiti della democrazia israeliana (micromega.net)
il 24 Ottobre 2026

La minoranza araba e i limiti della democrazia israeliana (micromega.net)

di Ofer Chen

(FOTO – Manifesti elettorali del politico di estrema destra Itamar Ben-Gvir. Gerusalemme, 21 ottobre 2026 – EPA/ABIR SULTAN)

Il trattamento riservato alla componente araba è di discriminazione strutturale, come si vede anche nelle vicende riguardanti i partiti politici.

Una società democratica solida ed egualitaria non si giudica soltanto dal fatto che vi si tengano elezioni libere, ma soprattutto dal trattamento che riserva alla minoranza al suo interno. Le elezioni e il principio di maggioranza sono condizioni fondamentali della democrazia, ma non sono sufficienti.

Già nel XIX secolo, John Stuart Mill sottolineava che un’adeguata rappresentanza dei gruppi minoritari non è un ornamento della democrazia, bensì una sua componente essenziale. Una società in cui una minoranza gode formalmente di pari diritti, ma i cui rappresentanti eletti non possono partecipare al governo né influire sulle sue decisioni e sono inoltre considerati illegittimi dalla maggioranza, non è una democrazia egualitaria.

La questione del trattamento riservato alla minoranza araba non è un tema secondario nella politica israeliana, bensì una questione centrale che rivela il carattere morale della stessa società ebraica. In una lettera a Stefan Zweig del febbraio 1930, l’allora presidente dell’Università Ebraica, Yehuda Leib Magnes, pose il trattamento degli arabi come misura del carattere morale del nazionalismo ebraico: «Per me, la questione araba è una questione ebraica; il nostro atteggiamento verso gli arabi è un banco di prova della nostra ebraicità». Non è facile formulare un criterio più chiaro per valutare il carattere morale della società israeliana e comprendere il significato dell’affermazione secondo cui Israele è “l’unica democrazia del Medio Oriente” che esaminare il modo in cui tratta la propria minoranza araba.

La discriminazione nei confronti dei cittadini arabi di Israele non si limita a manifestazioni isolate di razzismo, ma si riflette chiaramente in dati misurabili: nelle persistenti disparità occupazionali e di rappresentanza nel servizio pubblico, nei tassi di povertà, nella pianificazione e nell’edilizia, nelle assegnazioni di bilancio e in altri ambiti. In ripetuti rapporti, il Controllore dello Stato (carica istituzionale indipendente che vigila sulla legalità, l’efficienza e l’integrità dell’amministrazione pubblica) ha stabilito che i governi israeliani non sono riusciti ad attuare il principio dell’uguaglianza sostanziale tra ebrei e arabi e che, «alla prova dei risultati», sussiste una discriminazione. Ciò non significa che ogni singolo dato dimostri, di per sé, una discriminazione diretta e intenzionale.

Tuttavia, quando le disparità si accumulano nel corso degli anni, quando le barriere istituzionali rimangono in piedi e gli organi pubblici di controllo segnalano la mancanza di uguaglianza, non è possibile negare i fatti. Questi dati sembrano essere il risultato di una realtà in cui una minoranza che costituisce circa un quinto della popolazione israeliana non gode di una rappresentanza adeguata nell’amministrazione pubblica, mentre i suoi rappresentanti eletti vengono tenuti lontani dai centri decisionali. Durante le campagne elettorali emerge in modo particolarmente evidente il trattamento riservato alla minoranza araba, che perpetua la discriminazione nei suoi confronti.

Tentativi di esclusione

Come in un rituale che si ripete a ogni tornata, emerge di nuovo la questione della lealtà dei cittadini arabi di Israele e dei loro rappresentanti eletti. La campagna elettorale in corso, tuttavia, mette in luce non soltanto il doppio standard applicato alla minoranza araba, ma anche i confini della legittimità nel discorso politico israeliano.

Il primo partito contro il quale è stata avanzata una richiesta di esclusione dalle elezioni è la Lista Araba Unita (Ra’am). Ciò è avvenuto nonostante i suoi dirigenti avessero condannato esplicitamente il massacro del 7 ottobre e gli attacchi contro civili innocenti, dichiarando più volte che Ra’am riconosce e rispetta il carattere ebraico di Israele e intende entrare a far parte di una coalizione di governo, soprattutto per affrontare le numerose difficoltà della comunità araba che rappresenta.

Eppure, il partito è stato accusato di sostenere il terrorismo perché i suoi dirigenti si sono limitati a condannare Hamas, senza unirsi alla richiesta del suo “annientamento totale”. La Corte Suprema ha infine ribaltato la decisione della Commissione elettorale di escludere Ra’am dalla competizione elettorale. Tuttavia, la stessa richiesta di esclusione rivela l’assurdità della situazione: un partito arabo che aspira a entrare nel governo e ad agire nell’interesse dei propri elettori viene giudicato non in base al suo programma politico, ma alla sua disponibilità ad adottare la retorica nazionalista che invoca “l’annientamento di Hamas”.

Un’altra richiesta di esclusione è stata presentata contro Sami Abu Shehadeh, presidente dell’Alleanza Nazionale Democratica (Balad), un partito che sostiene la soluzione dei due Stati, si oppone alla definizione di Israele come Stato-nazione del popolo ebraico e promuove la sua trasformazione in uno “Stato di tutti i suoi cittadini”. La richiesta si basava su un articolo pubblicato da Abu Shehadeh l’8 ottobre 2023, il giorno dopo l’attacco di Hamas, nel quale definiva l’attacco «un importante evento storico» dal punto di vista militare, politico e strategico, e scriveva: «Se la piccola e assediata Gaza è riuscita a compiere un’operazione del genere, altri potranno farlo con molta maggiore facilità».

Non vi è dubbio che si trattasse di dichiarazioni insensibili e di cattivo gusto. Abu Shehadeh, tuttavia, ha espresso rammarico per quelle parole e ha dichiarato di non aver mai sostenuto la lotta violenta e di aver sempre promosso la pace e la nonviolenza nel corso della sua vita. Ciononostante, la Commissione elettorale decise di escludere la sua candidatura.

Dopo un lungo dibattito su queste e altre accuse, la Corte Suprema ha autorizzato Ra’am e Balad a partecipare alle elezioni. Nonostante questa legittimazione giuridica, nel sistema politico esiste un consenso pressoché generale contro l’inclusione dei partiti arabi in una coalizione di governo e persino contro il ricorso al loro sostegno tacito. Anzi, qualsiasi deviazione da questo impegno viene considerata un atto di tradimento.

Anche i media israeliani contribuiscono ad alimentare questo discorso e, in ogni intervista, costringono i rappresentanti della sinistra e del centro a chiarire se siano disposti a fare affidamento sui partiti arabi, come se si trattasse di una prova della loro lealtà nazionale. In questo modo, la domanda democratica – quale governo sia possibile formare sulla base della decisione della maggioranza espressa alle elezioni – viene sostituita da una domanda nazionale: è legittimo includere i voti degli elettori arabi nel determinare la composizione del governo che verrà eletto?

Si crea così, di fatto, una chiara gerarchia tra i cittadini: la maggioranza ha il diritto di scegliere il governo, mentre la minoranza può eleggere i propri rappresentanti, ai quali viene negato fin dall’inizio il diritto di influire sulla composizione del governo, per non parlare della possibilità di agire nell’interesse dei propri elettori.

Arabi “presentabili”

In netto contrasto con il trattamento riservato ai rappresentanti della minoranza araba, quello riservato ad altri partiti e candidati, ritenuti idonei non soltanto a partecipare alle elezioni, ma anche a essere considerati potenziali partner di una coalizione di governo, permette di comprendere i confini del discorso politico in Israele.

Per esempio, nessuno ha contestato la candidatura di Yoseph Haddad, un arabo che si presenta in una lista la quale dichiara esplicitamente di sostenere la promozione dell’emigrazione dei palestinesi da Gaza. È possibile che la differenza nel trattamento riservato alla sua candidatura dipenda dal fatto che appartiene a un partito che adotta il discorso nazionalista dominante, mentre i partiti arabi che chiedono uguaglianza civile e integrazione, preservando al contempo la propria identità nazionale, vengono collocati al di fuori dei confini della legittimità.

Allo stesso modo, non si sono sentite voci a contestare la legittimità della candidatura di Moshe Feiglin, presidente del partito Zehut, che in passato aveva invocato l’interruzione delle forniture di acqua, elettricità e cibo a Gaza e che, nell’ottobre 2026, ha dichiarato il proprio impegno a promuovere l’emigrazione dei palestinesi con queste parole: «Da Gaza emigrerà il cento per cento della popolazione, non resterà nemmeno un neonato».

E, naturalmente, non sono state sollevate obiezioni contro Itamar Ben-Gvir, che era solito adornare il salotto della propria abitazione con un ritratto di Baruch Goldstein, l’uomo che uccise 29 fedeli palestinesi innocenti. Eppure Ben-Gvir è stato ritenuto idoneo non soltanto a candidarsi alle elezioni, ma anche a ricoprire un incarico ministeriale di alto livello. Né sono state sollevate obiezioni contro Bezalel Smotrich, che ha dichiarato pubblicamente di essere contrario a che sua moglie condividesse una stanza d’ospedale con una donna araba.

È possibile che nessuna di queste dichiarazioni, presa singolarmente, costituisca un motivo giuridico sufficiente per escludere una candidatura. Ma non sollevano forse gravi questioni morali e politiche? Com’è possibile che politici che si esprimono in termini razzisti, giustificano l’esclusione dei cittadini arabi di Israele, sostengono attivamente la promozione dell’emigrazione dei palestinesi o si sono identificati in passato con un assassino di massa siano considerati idonei a partecipare alla vita politica, mentre i partiti arabi che aspirano a integrarsi nei processi decisionali e si battono per l’uguaglianza civile vengono considerati al di fuori dei confini della legittimità?

I confini dell’appartenenza politica

Questa disparità rivela, in realtà, i confini dell’appartenenza politica in Israele. Agli occhi di ampi settori del sistema politico, l’arabo ritenuto degno di essere un partner non è necessariamente colui che cerca l’uguaglianza e l’integrazione, bensì proprio colui che non mette in discussione la supremazia del discorso nazionalista dominante. In altre parole, un arabo che aspira a entrare nel governo, a influenzarne le politiche e ad agire nell’interesse dei propri elettori viene considerato un partner inadeguato, mentre un altro arabo che adotta posizioni di esclusione nazionale può essere considerato politicamente legittimo.

In questo modo, la cittadinanza si trasforma, di fatto, da uno status di uguaglianza in uno status condizionato, e la partecipazione politica da un diritto civico in un premio concesso dalla maggioranza.

L’affermazione secondo cui Israele è “l’unica democrazia del Medio Oriente” non può coprire la realtà esistente. Le elezioni e le istituzioni giudiziarie sono condizioni fondamentali della democrazia, ma non garantiscono un’effettiva uguaglianza politica.

Quando i cittadini appartenenti a una minoranza hanno il diritto di votare, ma i loro voti non vengono presi in considerazione nel determinare la composizione del governo eletto e ai loro rappresentanti viene preclusa qualsiasi possibilità di esercitare un’influenza, mentre l’esclusione nazionale gode di legittimità politica, emerge la distanza tra una democrazia egualitaria e una democrazia svuotata. Il trattamento riservato alla minoranza araba è la prova suprema della democrazia israeliana, ed è in base a esso che questa deve essere giudicata.

Israele non può vantarsi di tenere elezioni libere e, al tempo stesso, trattare un quinto dei propri cittadini come partner politici a cui è riconosciuto soltanto un ruolo parziale: i loro voti vengono conteggiati, ma la loro influenza è inesistente. Una democrazia che concede il diritto di voto, ma limita la possibilità di influire sul governo in ragione dell’identità nazionale o religiosa, è una democrazia malata, parziale e distorta. Non perché la minoranza non riesca a vincere, ma perché la maggioranza si rifiuta di riconoscerla come uguale.

Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione, anche parziale, del presente articolo e la sua pubblicazione su altri siti, testate o piattaforme senza la preventiva autorizzazione di MicroMega e degli eventuali altri aventi diritto, salvo i casi previsti dalla legge. È consentita la condivisione del link all’articolo. Per richiedere l’autorizzazione alla riproduzione scrivere a redazione@micromega.net.

Ofer Chen

Ricercatore presso l’Università di Tel Aviv e il Leo Baeck Institute di Gerusalemme.

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