Il sorriso ironico con il quale Volodymyr Zelensky risponde al cronista che gli domanda se lui è il “capro espiatorio” di Donald Trump sembra quasi mettere la parola “fine”, non solo alla pazienza del leader ucraino, ma anche all’ormai lunga storia della sua tormentata relazione con il capo della Casa Bianca.

È dai primi giorni della sua presidenza, quando il mondo lo considerava ancora un “comico” arrivato al potere per caso, che Zelensky finisce nel mirino del tycoon, e ogni volta il risultato è un boomerang.

Nel luglio del 2019, la telefonata con la richiesta di mettere le manette al figlio di Joe Biden – pena la sospensione degli aiuti militari a Kyiv – era costata a Trump lo scandalo dell’Ukrainegate e un tentativo di impeachment.

Nel febbraio 2025, la cacciata di Zelensky dallo Studio Ovale ha portato alla nascita dei “volenterosi” europei con i quali da allora in poi ha agito praticamente in team. Oggi, il ricatto dell’assistenza militare, insieme all’invito esplicito a togliersi di mezzo e al tentativo di acquistare gasolio dal Cremlino, non fa che consolidare intorno all’Ucraina perfino quei governi europei che avevano cercato un dialogo con l’amministrazione repubblicana.

Quello che è cambiato, rispetto alle rotture precedenti con Trump, è che stavolta Zelensky non prova nemmeno a ricucirla. L’Ucraina sta vivendo uno dei momenti più tragici della guerra. I bombardamenti russi si sono intensificati vertiginosamente, le vittime civili si contano ormai a centinaia ogni settimana, e la capitale ucraina è stata chiaramente condannata da Mosca all’estinzione: stavolta a venire colpiti non sono solo gli impianti che producono elettricità e riscaldamento, ma anche quelli idrici, con il rischio di una autentica catastrofe umanitaria.

La dipendenza dell’Ucraina dall’alleato americano rimane enorme: la connessione di Starlink e le allerte per gli attacchi dei missili balistici russi sono cruciali, non si possono sostituire con l’assistenza europea, e Zelensky lo ammette pubblicamente. Eppure, non solo ironizza apertamente su Trump, ma lo accusa di essersi di fatto alleato con Vladimir Putin.

Quando al Consiglio Europeo auspica un mondo nel quale «un solo uomo malato non abbia la possibilità di lanciare una guerra, uccidere e mentire quanto vuole pur di restare al potere a vita», è difficile non sovrapporre questo identikit non soltanto al dittatore russo. E quando ringrazia per la solidarietà il popolo americano e promette che «presto dirà la sua parola», è una allusione più che evidente al voto del MidTerm.

Una sfida che Trump difficilmente perdonerà, e che può essere spiegata soltanto in due modi: o Zelensky sfoggia il coraggio della disperazione, oppure si fida degli alleati europei, con i quali si è consultato nei due giorni precedenti, e scommette che anche stavolta l’attacco di Trump gli si ritorcerà contro.

A giudicare dal fatto che il tycoon ieri ha negato la sua responsabilità nel ricatto di Starlink, potrebbe aver già compreso che l’opinione pubblica americana non ha gradito la sua svolta verso il Cremlino. Anche perché in cambio non ha ottenuto molto: proprio ieri Putin è apparso in Tv ordinando ai suoi generali di «estendere i massicci attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine», e annunciando che non intende più discutere la restituzione delle “zone di sicurezza” nei territori ucraini di confine, che prima proponeva di barattare con il Donbas.

Il leader russo dunque alza la posta, e non concede molto nemmeno al papa Leone XIV, che ieri ha telefonato a Putin dall’ospedale per chiedergli una tregua umanitaria per gli abitanti del villaggio ucraino Oleshki, bloccati dalle truppe russe. Un’occasione diplomatica unica per mostrarsi aperto al dialogo, ma l’ufficio stampa del Cremlino sostiene che – dopo aver fatto al pontefice auguri di pronta guarigione – Putin gli avrebbe «esposto in modo esauriente le responsabilità della parte ucraina», concedendo soltanto una vaga “cooperazione” rispetto agli eventuali aiuti inviati dalla Santa Sede.