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  • White Noise, il suprematismo in immagini (ilmanifesto.it)
il 20 Settembre 2026

White Noise, il suprematismo in immagini (ilmanifesto.it)

di Claudia Rankine

(Foto – 6 gennaio 2021, il giorno dell’assalto al Campidoglio: qui e in pagina – di Mark Peterson – courtesy)

Questo testo della poetessa, scrittrice e attivista statunitense di origini giamaicane accompagna le fotografie di Mark Peterson presentate al Babel Festival di Bellinzona

L’insistenza sulla supremazia e la centralità della bianchezza in America non ha mai vacillato. Già nel 1866, il presidente Andrew Johnson respinse la legislazione che avrebbe accordato la cittadinanza e i diritti civili ai neri appena liberati dalla schiavitù, sostenendo che tali garanzie «andavano ben oltre ciò che il Governo Generale avesse mai concesso alla razza bianca».

La retorica di Johnson riprendeva alla lettera quella del Ku Klux Klan, costituitosi ufficialmente l’anno prima, nel 1865, subito dopo la fine della guerra di secessione. Senza alcuna esitazione, il governo federale aderiva così al programma dei suprematisti bianchi armati. Avvalendosi di leggi note come Black Codes e del terrorismo bianco contro i neri americani, il paese intraprese una rotta a cui è sempre rimasto fedele, seppur sotto nomi diversi.

Nel libro Noi contro loro. Come funziona il fascismo, Jason Stanley sostiene che la politica fascista fa leva su costruzioni illusorie che creano false distinzioni tra «noi e loro» malgrado le ovvie realtà, mentre la normalizzazione trasforma in ordinario quello che di fatto è moralmente straordinario, inducendoci a credere che le cose siano sempre state così e portandoci a tollerare quello che un tempo era intollerabile.

Ciò che infastidisce nell’uso del termine democrazia in America, è che sia stata fondata su quanto è moralmente straordinario. Questo paese è nato con la schiavitù, i genocidi dei popoli nativi e la disumanizzazione di altri esseri umani. Metodi e trattamenti riservati ai non-bianchi che hanno prodotto la cultura del linciaggio e le politiche segregazioniste e sono stati riciclati da un sistema che autorizza le forze dell’ordine e gli organi giudiziari ad attuare incarcerazioni di massa, strategie di fermo con esiti mortali e, ultimamente, ad attaccare i diritti dei votanti, delle donne, dei gay, i diritti di cittadinanza e immigrazione, con un palese disprezzo per i diritti umani. Ogni stadio della persecuzione dei non-bianchi è stato ed è tollerato, quando non attivamente sostenuto, dal governo americano e da una sorprendente percentuale di cittadini americani.

La presenza di un’ideologia del suprematismo bianco su tutte le piattaforme mediatiche ci è ben nota, dai tweet e i comizi del nostro Presidente ai talk show sovranisti e conservatori e ai tantissimi siti web con le loro campagne di tesseramento e raccolta fondi. Potremmo chiederci se sia giusto dare spazio, nel nostro database visivo personale, alle immagini di una macchina omicida nazionale, alimentata da violenza, propaganda e pubblicità. E dato che tali immagini sono state scattate tra gli anni Novanta e oggi, la domanda che sorge spontanea è: come mai non ne abbiamo viste di più? Perché i giornali e gli organi di stampa non ci mostrano ogni giorno questa realtà, ricordandoci quello che sta accadendo?

(Elon Musk il 20 Gennaio 2025, alla manifestazione inaugurale per l’insediamento di Donald Trump come 47° presidente degli Stati Uniti – courtesy Mark Peterson)

La capacità di accettare l’opera fotografica di Mark Peterson sulla «alt-right», la cosiddetta destra alternativa o radicale, dovrebbe indicare l’incapacità di normalizzare un pericolo imminente così evidente. Le immagini di Peterson ci mostrano i nostri vicini di casa in abiti diversi.

Le persone ritratte in quelle foto vivono tra noi, nelle nostre vie, le incontriamo al supermercato, a scuola, sul luogo di lavoro, nella pubblica amministrazione, in banca, nelle agenzie immobiliari, negli studi medici e negli ospedali, e qualcuno addirittura convive con loro. Per non parlare del nostro Presidente, che ha basato la sua campagna elettorale sul programma della cosiddetta destra alternativa, incentrato sull’odio verso i migranti e gli americani non-bianchi; una campagna sostenuta dal 62% dei votanti bianchi e dal 47% delle votanti bianche, corrispondente alla maggioranza relativa.

Le immagini di Peterson, per quanto disturbanti, ritraggono con cruda lucidità chi e che cosa è sempre stato al centro della storia americana. I gruppi terroristi del suprematismo bianco, il cui intento iniziale era uccidere i neri e limitarne i diritti, proseguono su questa rotta da oltre centocinquant’anni. Parliamo di donne e uomini bianchi che hanno operato all’interno e insieme alle forze dell’ordine e al governo – fra cui agenti e funzionari governativi – per allontanare e distruggere le famiglie nere e le loro possibilità di vita a livello statale, applicando i Black Codes e usando tattiche simboliche e anche mortali, come l’intimidazione con le croci in fiamme, il linciaggio e l’omicidio con ogni mezzo possibile.

Metodi che, agli inizi del Novecento, furono estesi ad altri gruppi di immigrati fra cui gli irlandesi, gli italiani, gli asiatici e tutti coloro che non erano ancora protetti dallo scudo del bianco. Negli anni Quaranta del Novecento, durante il periodo del movimento per i diritti civili, i bianchi consolidarono e riorientarono la loro violenza contro afroamericani ed ebrei. Una violenza istituzionalizzata dal governo americano con una campagna di incarcerazione di massa contro i cittadini neri e di origine latinoamericana.

Negli Stati Uniti, di fronte alla prospettiva concreta di una mobilità elettorale nel 2050, le comunità latinoamericane e musulmane sono bersagliate più che mai, con conseguenti sparatorie di massa, come la carneficina avvenuta a El Paso dove l’attentatore, nel suo manifesto, riconobbe nel Presidente la sua fonte di ispirazione. I tre rami del governo – esecutivo, giudiziario e legislativo – non sono al momento disposti a dare priorità e a criminalizzare le persone coinvolte nei fatti che negli ultimi diciotto mesi, in modo sistemico, hanno causato la perdita di molte vite e di ottocentomila posti di lavoro precedentemente occupati da afroamericani.

La fotografia di Mark Peterson dà un volto alla normalizzazione della nostra realtà attuale e, a differenza dei media che si rifiutano di riconoscerla, ne prende atto. Le sue immagini mostrano il terrore che si è nutrito del nostro rifiuto a guardarlo dritto in faccia e a riconoscerlo come nostrano e fiorente. Le immagini sembrano suggerire che non ha importanza se non siamo stati noi a votare per tutto questo. Ci siamo nati dentro, come i nostri genitori e i loro genitori e via dicendo.

L’America rappresentata da Peterson è comunque e sempre stata America. Osservare queste immagini che incoraggiano l’odio e l’omicidio significa comprendere la nostra implicita collaborazione. Osservare queste immagini significa comprendere la violenza sostenuta dallo Stato. Il nostro sistema di governo permette che questo continui. Chi distoglie lo sguardo è un collaboratore passivo.

Le foto di Peterson sono state scattate in vari stati meridionali, come la Virginia, la Carolina del Sud, il Tennessee, la Georgia, ma anche in alcuni stati settentrionali, come il New Jersey e New York, e in altri del Midwest, come il Minnesota.

(Courtesy Mark Peterson)

Ogni scatto sconvolge chi non è d’accordo con l’ideologia implicita; nel complesso le foto documentano un impegno nel vedere anche questa faccia dell’America. La voce di Billy Roper potrebbe fare da colonna sonora all’opera: «Pensate a una guerra civile dalle molte sfaccettature, con una pulizia etnica, ma su scala più grande è questo che riteniamo accadrà qui nei prossimi dieci anni. Stiamo letteralmente invitando la nostra gente, ossia gli americani bianchi, quelli che hanno fondato questo paese, ad abbandonare i quartieri multietnici e le zone ad alta diversità culturale, e a stabilirsi in luoghi e sobborghi del paese più rurali e omogenei, abitati da bianchi».

Anche se Roper parla a titolo personale quando usa l’espressione «pulizia etnica», a quanto pare si fa portavoce di molti americani. Dichiara infatti di voler accogliere chiunque intenda intraprendere azioni di pulizia etnica. In quella stessa intervista ammette di essere in contatto con terroristi interni, fra cui Dylann Storm Roof, suprematista bianco e pluriomicida ora in carcere, responsabile dell’assassinio di nove afroamericani durante una sparatoria nella chiesa metodista africana di Emanuel a Charleston, in Carolina del Sud. Il 17 giugno 2015, Roof entrò in quella chiesa e si unì alla classe di studio biblico prima di sparare alle nove vittime.

Roper, pur non approvando esplicitamente quella violenza, ha intrapreso un rapporto epistolare con Roof e ha dichiarato: «Provo molta empatia per lui. Ho 47 anni e lui è così giovane che potrebbe essere mio figlio. A differenza di me, questi millennial, e ora anche i ragazzi della gen z che stanno crescendo, non sanno neanche come sia vivere in un’America a maggioranza bianca. Non sanno esattamente che cosa hanno perso, ma sentono che qualcosa gli è stato tolto. Non sono così stupidi da non capire le tendenze demografiche e ciò che significano per il loro futuro. Quell’angoscia, quell’ansia che li tormenta e li spinge a fare cose avventate come questa – sempre che si possano definire avventate – io riesco a capirla».

Roper e Roof sono solo due dei tanti membri affiliati ai 148 gruppi di suprematisti bianchi esistenti negli Stati Uniti e documentati nel rapporto del Southern Poverty Law Center del febbraio 2018. I militanti di estrema destra si sono resi responsabili della morte di cinquanta persone solo nel 2018, mentre nello stesso anno, sempre negli Stati Uniti, i jihadisti non hanno ucciso nessuno. «Secondo un rapporto dell’FBI, circa la metà delle vittime dei crimini d’odio avvenuti lo scorso anno erano persone nere, mentre oltre la metà, per la precisione il 58%, di quelle dei crimini compiuti per motivi religiosi erano ebree».

Durante l’udienza del Comitato Giudiziario del Senato degli Stati Uniti del 23 luglio 2019, il direttore dell’FBI Wray dichiarò senza mezzi termini: «La maggior parte dei casi di terrorismo interno di cui ci siamo occupati sono stati motivati da una qualche versione di ciò che possiamo definire violenza suprematista bianca».

È questa la realtà dietro le immagini di Mark Peterson. È importante ricordare che il progetto di Peterson non rappresenta il recupero di materiale d’archivio ma la documentazione della realtà odierna. Il fotografo descrive la sua opera come uno sguardo quotidiano e contemporaneo agli Stati della Confederazione e al nazionalismo bianco, e ripresenta i vecchi simboli rispolverati e rinvigoriti dai nostri vicini e colleghi.

Per quanto vorremmo che non fosse così, i ritratti di Mark Peterson presentano e collegano il passato, il presente e un probabile futuro di una delle componenti più violente, sanguinose ed estremiste della nostra ambiziosa democrazia americana.

(Traduzione di Daniela Marina Rossi. Sotto il testo inglese originale)

(Claudia Rankine)

Our insistence on the centralizing and the primacy of whiteness has never faltered.  As early as 1866, President Andrew Johnson vetoed legislation, that would have given newly freed black Americans U.S citizenry and civil rights, on the grounds that these safeguards “go infinitely beyond any that the General Government have ever provided for the white race.” Johnson’s  rhetoric echoed that of the KKK officially formed the previous year in 1865, which marked the end of the Civil War. Without hesitation an armed white supremacist agenda and the federal government joined forces. Using legislature known as the Black Codes and white terrorism against Black Americans this country set itself on a course we have remained faithful to under different names.

Jason Stanley’s in How Fascism Works: The Politics of Us and Them, argues that “Fascist politics traffics in delusions that create false distinctions between us and them regardless of obvious realities…What normalization does is transform the morally extraordinary into the ordinary. It makes us able to tolerate what was once intolerable by making it seem as if this is the way things have always been.”

What’s troubling about America’s use of the word democracy is that it was founded on what one ought to consider morally extraordinary. This country began with slavery, genocide of native populaitions and the dehumanization of human beings. That system and treatment on non-whites was shifted into a lynching culture and segregationist policies and then repackaged into a system of mass incarceration, stop and murder strategies sanctioned within police departments and the justice system and most recently the assault on voter rights, women rights, gay rights, citizen status and immigration rights with blatant disregard for human rights.   Each stage of persecution of nonwhites was and is tolerated if not actively supported by the American government and a startling percentage of American citizens.

We already know that a white supremacist ideology is present on all media platforms, from our President’s tweets and rallies, to conservative talk radio to numerous websites with their membership drives. We might then ask ourselves, if images of a domestic killing machine, that runs on violence, propaganda and publicity, should be given space in our own personal visual database? But given that these images were taken  between the 1990’s and the present, the question might also be why have we not seen more of these images? Why aren’t our newspapers and media outlets reminding us daily that this is happening?

Our ability to accept Mark Peterson’s photography of the alt right should point to our inability to normalize a clear and present danger. Peterson’s images bring us our neighbors in other robes. The people portrayed are living among us, on our streets, at the groceries, in our schools, in our workplaces, in our government, in banks, in realty offices, in medical facilities, and for some, in our homes. Additionally, we have a President who ran his campaign on an alt-right agenda of hatred of immigrants and non-white Americans that was supported by 62% of white men who voted and 47% of white women, a plurality.

Peterson’s images, as disturbing as they are, in their stark clarity portray what and who has always been central to our American story. White supremacy terrorist groups, whose initial intention was to kill black people and curtail their rights, continue this course over a hundred and fifty years later. These white men and women worked in and with law-enforcement and the government, some belonging to the government and law-enforcement, to displace and destroy black families and their life possibilities at the state level through laws that became known as the Black Codes using tactics as symbolic as harassment through cross burnings and as final as lynching and murder by any means possible. By the 1900s these tactics extended to immigrant groups such as the Irish, Italians, Asians and others who were not, as yet, under the umbrella of whiteness.

By the 1940s whites consolidated and refocused their violence on African Americans and Jews during the Civil Rights period. This violence was then institutionalized by our government with a mass incarceration campaign against blacks and Latinx citizens. With the reality of a projected Minority-Majority swing in 2050 our Latinx communities are now being targeted more than ever, along with Muslims with mass shooting like the carnage in El Paso where the gunman recognized the President as an inspiration in his manifesto. The executive, judicial and legislative branches of the government are presently unwillingness to prioritize and criminalize those involved in events that has resulted loss of loves and systemically into the loss of eight hundred thousand jobs by African Americans in the last year and a half.

Mark Peterson’s photography gives faces to the normalization of our present reality. What our media refuses to acknowledge, Mark Peterson has. His images focus on the terror that has taken advantage of our refusal to look it squarely in its face and acknowledge it as homegrown and thriving. The images seem to suggest that if we didn’t vote for this, it doesn’t matter. We were born to it. And so were our parents and their parents and so on. The America Peterson represents is also and always been America. To see these images endorsing hate and murder is to understand our implicit collaboration. To see these images is to understand State Sponsored violence. Our system of government allows this to continue. To look away is to be a passive collaborator.

Peterson images are taken in the southern states of  Virginia, South Carolina, Tennessee, Georgia, but also in Northern states like New Jersey and New York and states in the Midwest like Minnesota.

Those each image appalls if one is not in agreement with its implied agenda, cumulatively the photos document an investment in seeing what America also looks like. Billy Roper’s voice could be their soundtrack: “When you think about multi-faceted civil war with ethnic cleansing, except on a grander scale… that’s what we believe is going to happen here within the next decade. …We’re focusing on literally encouraging our people — that means white Americans, the people who founded this country — moving out of diverse and multicultural areas and into more rural and homogenous white areas of the country.”

If Roper speaks for himself in his use of the phrase “ethnic cleansing,” it now apparent he speaks for many Americans.  He states that he makes it a practice to embrace those that are beginning the ethnic cleansing. In the interview he attests to being in communication with domestic terrorists like the now incarcerated Dylann Storm Roof, the white supremacist, and mass murderer responsible for shooting nine African Americans in the Emanuel African Methodist Church in Charleston, South Carolina on June 17, 2015. Roof walked into the church and joined the Bible Study class before gunning down the nine victims. Roper, while not explicitly condoning violence, has an epistolary relationship with Roof.

He states, “I have a lot of empathy for him. I’m 47 and he’s young enough to be my son. These Millennials and now, I guess, Gen Zers that are coming up, they don’t even know what it’s like to live in an America which is majority white, like I did. They don’t know what they even lost but they have a great sense of having something taken from them. They are not stupid about the demographic trends and what they portend for their future. That angst, that anxiety that plagues them, drives them to do rash things — whether it’s that rash or not — I can empathize with.” Roper and Roof are only two men of those affiliated with the documented 148 white nationalist groups presently in this country according to the Southern Poverty Law Center in their February 2018 report. Right Wing extremists were responsible for the death of fifty people in 2018 alone; Jihadist were responsible for 0 deaths in the US in 2018. “Black people accounted for nearly half of hate crime victims last year, according to a F.B.I. report. Of those targeted based on religion, 58 percent were Jewish.” FBI Director Wray in the July 23rd 2019 Senate Judiciary hearing stated point blank “A majority of the domestic terrorism cases we’ve investigated are motivated by some version of what you might call white supremacist violence.”

This is the reality behind the images of Mark Peterson.  It is important to reiterate that Peterson’s project is not the recovery of archival material but the documenting of present day realities. He describes the work as a quotidian look at contemporary American confederacy and White Nationalism and presents again the age-old symbols reenergized by our neighbors and colleagues.  No matter how much we wish this wasn’t the case, Mark Peterson’s portraits present and triangulate a past, present and likely future representing one of the most violent and bloody extremist elements within our aspirational American democracy.

***

L’autrice a Bellinzona per il Babel Festival

Nell’ambito di Babel Festival a Bellinzona (Teatro Sociale 20 settembre ore 14) si terrà l’incontro su «Violenza e privilegio dissimulati nella lingua: la denuncia poetica di Claudia Rankine» con Claudia Rankine e Nicola Gardini. La poeta, saggista, drammaturga e artista americana di origine giamaicana, fondatrice del Racial Imagery Institute, con la sua potente opera poetica ha saputo far emergere le violenze che si nascondono tra le parole e nei comportamenti, il continuum di violenza che fa parte della storia e della quotidianità statunitense, i processi di costruzione della razza, dell’immaginario razzista, e le implicazioni della «whiteness», del privilegio di essere bianchi («Citizen. Una lirica americana», 2017 e «Just us. Una conversazione americana», 2022, entrambi usciti per 66thand2nd). In apertura sarà proiettata una delle opere multimediali di Rankine.

«White Noise» è la mostra dedicata a Mark Peterson, il famoso fotografo che ha documentato tra l’altro l’assalto a Capitol Hill, allestita a Bellinzona (dopo una tappa a Marsiglia) presso «Lo Spazio B5» in apertura di Babel Festival dal 16 al 20 settembre. La mostra dedicata al suprematismo bianco Usa, pone l’accento sui drammatici effetti dell’associazione della cosiddetta «bianchezza» all’idea di universalità e normalità, persino di umanità. «White Noise» è nata inizialmente come strumento per indagare il clima divisivo che si era instaurato negli Stati Uniti all’indomani dell’elezione di Donald Trump e ha catturato il crescendo di nazionalismo bianco e autocrazia sviluppatosi durante la sua presidenza.

Mark Peterson ha esplorato la retorica della Casa Bianca su immigrazione e Islam e come questa riecheggi il nazionalismo, lo sciovinismo occidentale, il neonazismo e le idee di coloro che invocano la creazione di uno Stato etnico in America. Le foto accompagnate da un testo di Rankine sono raccolte nel volume White Noise, Steidl, 2024). Parteciperanno al festival gli autori: Nasser Abu Srour (in collegamento), Ubah Cristina Ali Farah, Saba Anglana, Francesca Ballarini, Maurizia Balmelli, Elisabetta Bartuli, Johnny L. Bertolio, Lilia Bevilacqua, Vanni Bianconi, Margherita Carbonaro, Lorenzo Ciccione, Carla Demierre, Nicola Gardini, Béatrice Graf, Valentina Grignoli, Noémie Grunenwald, Giuliana Misserville, Sarah Elena Müller, Sylvie Neeman, Wilfried N’Sondé, Lorenza Pampaloni, Francesca Tripaldi, Mukoma wa Ngugi e Sandrine Zufferey.

Traduzione di Daniela Marina Rossi

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