Un voto oltre il governo (corriere.it)
di Goffredo Buccini
Elezioni in Israele
Pochi eventi sulla scena internazionale danno la misura dell’isolamento di Israele quanto il Nobel per la Pace assegnato a Navi Pillay.
Certo, la decisione del Comitato di Oslo può leggersi anche come un ceffone alla megalomania di Donald Trump, eterno autocandidato nonostante i disastrosi effetti geopolitici del suo ritorno alla Casa Bianca. O risuonare come un grido di dolore volto a rivendicare la sopravvivenza d’un diritto «delle genti» sempre più spesso negletto e oltraggiato.
Ma per Israele la faccenda è diversa. A lungo il governo Netanyahu ha tacciato di faziosità il lavoro della giurista sudafricana, già presidente di una commissione d’inchiesta dell’Onu sui Territori che ha introdotto il concetto di «genocidio» a Gaza. Sicché l’alta onorificenza a lei conferita assume per Bibi e la sua coalizione di ultradestra i connotati di un ulteriore accerchiamento. Qualcosa di più grave dell’aula delle Nazioni Unite regolarmente semivuota per protesta durante gli interventi del premier di Gerusalemme.
E di cento volte più impattante del divieto di importazione imposto dalla Gran Bretagna sulle merci prodotte negli insediamenti in Cisgiordania che ha aggregato Canada e Francia e altri nove Paesi europei. Dunque, qui e non altrove dovrebbe trovarsi il nodo da sciogliere: ben più che in una analisi delle caratteristiche — per taluni controverse — di Pillay, la quale, da qualsiasi parte la si guardi, ha una dimensione personale di coraggio e una storia da avvocata dei diritti umani difficili da ricondurre alla superficialità dell’universo pro Pal.
Insomma le vere domande, alle quali rispondere magari entro le elezioni politiche israeliane del 27 ottobre, sono: come ha fatto il Paese dalla Stella di David ad alienarsi la simpatia e l’appoggio di quasi tutto il mondo? Come è possibile che la sua qualità di vittima designata dell’integralismo islamista sia stata quasi cancellata nel cuore di tanti? Israele può davvero credere a una congiura planetaria che tenga assieme Stati e aggregati-canaglia come l’Iran e i suoi proxy (Hamas, Hezbollah, Houti) con gli alleati occidentali che in gran parte, ormai, cominciano a prendere le distanze dalle sue scelte e dalle sue politiche estremiste?
È vero, il 7 ottobre 2023 ha fatto scattare un clic «libera-tutti» nelle dinamiche dell’antisemitismo e gli episodi di violenza contro gli ebrei sono triplicati sin dalle prime settimane dopo il pogrom: dunque, ancor prima che la ritorsione israeliana contro Gaza producesse i suoi effetti più vistosi e inaccettabili.
È vero, la strategia congegnata da Hamas prevedeva due tempi: prima i massacri di milleduecento ebrei nei kibbutzim di confine e al Nova Festival, poi il sacrificio dei gazawi esposti alla rappresaglia delle Idf in una guerra asimmetrica auspicata dagli stessi capi dell’organizzazione terrorista («abbiamo bisogno del sangue di donne, bambini e anziani per la rivoluzione», predicava via web dal Qatar il leader politico Ismail Haniyeh).
Thomas Friedman, ebreo americano e premio Pulitzer del New York Times , ammonì allora Israele a «non cadere nella trappola di Hamas» con una reazione che l’avrebbe reso uno Stato-paria agli occhi del mondo: ma neppure nel suo memorabile articolo si intravedeva una strada davvero alternativa alla guerra, di fronte al maggior massacro di ebrei dai tempi della Shoah e in costanza di prigionia nei tunnel sotto Gaza per oltre 250 israeliani rapiti il 7 ottobre.
Eppure. Eppure questa non è tutta la storia. La crisi morale prima che politica di Israele sta nelle cose. Non è necessario accapigliarsi sul numero dei morti a Gaza (73 mila? Di meno? Di più? E con quante perdite civili?) per constatare che nella Striscia l’esercito israeliano ha varcato quegli stessi limiti di proporzionalità ed eticità che ne avevano ispirato lo statuto.
Non è indispensabile stabilire se Naza sia un documento-verità o un’operazione di propaganda per riconoscere, con banali strumenti satellitari, che la Striscia è stata distrutta pietra su pietra e che oggi è ridotta a una tendopoli dove oltre un milione di persone sopravvive ai limiti della crisi umanitaria. Bisogna bendarsi per non vedere che in Cisgiordania vigono due regimi giuridici diversi, uno per gli israeliani e l’altro per i palestinesi, e che ciò spiega le accuse di apartheid contro Gerusalemme.
Il 7 ottobre non ha soltanto esaltato gli antisemiti. Ha radicalizzato, sull’assunto del «mai più», anche la parte più moderata e razionale della società israeliana: rendendole accettabili errori e orrori come la pena di morte su base etnica, festeggiata con lo spumante da Itamar Ben-Gvir; o come l’insediamento E1, che taglia in due West Bank ed è stato celebrato da Bezalel Smotrich quale definitiva sepoltura d’una ipotesi di Stato palestinese. A questi due ministri, che mentre danno ossigeno a Netanyahu appoggiano ogni giorno l’avanzata terrorista dei coloni ebrei, pare riferirsi Tamar Pardo, ex capo del Mossad, quando descrive gli alleati di Bibi come «orribili razzisti peggiori del Ku Klux Klan».
La questione palestinese, trascinata almeno dal 1967 con la conquista dei Territori, ha contaminato la democrazia israeliana all’interno, come osserva Anna Momigliano nel suo Voi avete creato il nostro esilio . E dunque molto si gioca sulle prossime elezioni e sulla sconfitta della destra suprematista ora al governo. Sarebbe da ingenui immaginare un ritorno al processo che negli anni Novanta parve aprire la via della convivenza: mancano tanto lo spirito quanto gli interlocutori.
Ma un nuovo governo che freni almeno la violenza dei coloni, congeli i progetti di annessione e disseppellisca le speranze di sovranità palestinesi è il minimo per tirar fuori Israele dall’angolo. Abituati a guerre esistenziali, tra pochi giorni gli israeliani si troveranno davanti a una chiamata diversa ma non meno esistenziale: un voto sul Dna della loro democrazia .