Ucraina, in Usa chi non voterà sosterrà Trump. A pagare sarà chi è in guerra (ageei.eu)
Ucraina, Kyiv – dai corrispondenti Giorgio Provinciali e Alla Perdei
Oggi scadeva il termine entro cui Donald Trump avrebbe dovuto applicare le sanzioni contro la Federazione Russa che il Congresso gli aveva consegnato per legge.
Con due giorni d’anticipo, il presidente americano le aveva già sospese il 16 ottobre. Mentre in Georgia, nel primo giorno di voto anticipato, ha già votato un numero record d’elettori (oltre 188.600) per le elezioni di medio termine, in Ucraina viene ricordato agli altri aventi diritto come il loro voto del 3 novembre sia un traguardo che viene inseguito con la mente ogni giorno da quasi due anni. Cioè da quando si è capito quale destino gli astenuti americani avevano sottoscritto per chi è in guerra restando a casa.
Il 29 marzo era stato scritto un articolo dopo che le nostre domande erano confluite in una puntata di “History in the Making: The War in Ukraine”, il podcast di Mark McNamee, analista americano trasferitosi a Kyiv. Il titolo di quell’episodio era «Is There a Red Line for Trump Voters?» e McNamee aveva messo il fratello Dave — elettore di Trump laureato, affermato, della periferia di Cleveland — e sei sostenitori simili davanti alle domande d’europei sconcertati. Riproponiamo quel testo con la stessa formulazione delle domande, perché sette mesi dopo restano attuali e senza risposta.
Donald Trump sembra essere il primo presidente criminale degli Stati Uniti d’America. Condannato per reati gravi, cioè 34 capi d’imputazione per falsificazione di documenti aziendali, la sua condanna resta agli atti mentre gli appelli procedono. A marzo i sondaggi lo davano al 36%. Oggi il Pew Research Center lo misura al 30%, cioè come nel gennaio 2021, all’indomani dell’assalto al Campidoglio.
Sempre a marzo, “The Guardian” spiegava come l’amministrazione americana in carica potesse sfruttare emergenze nazionali concatenate per sottrarsi a elezioni regolari. Da allora quell’ipotesi è diventata cronaca. Lo scorso 11 agosto, a chi gli suggeriva un’emergenza di sicurezza nazionale sulle elezioni, Trump ha replicato che «sono successe cose più strane», mentre a inizio ottobre s’è limitato a un «vedremo». Appena il 49% degli americani s’aspetta elezioni libere e corrette.
Rick Hasen, docente di diritto elettorale all’UCLA, ha ricordato che il presidente non ha alcun potere sulle elezioni e che agitare l’emergenza serve a scoraggiare il voto e a delegittimare in anticipo le vittorie democratiche. La minaccia punta dunque a far restare a casa gli elettori, e chi resta a casa la porta a compimento.
Nonostante tutto, in Ucraina non ce l’hanno con chi ha votato Trump. A marzo scrivevamo che gli astenuti erano un americano su due. A esser precisi, nel 2024 rimasero a casa 89 milioni d’aventi diritto, cioè 13,2 milioni più di quanti hanno votato Trump: se non proprio il doppio, si tratta comunque del blocco più grande dell’elettorato. Il Pew stabilì perfino che, con un’affluenza totale, Trump avrebbe comunque vinto. La loro colpa è un’altra: essersi tolti dal novero di chi poteva fermarlo. Tuttavia, l’«uno su due» torna esatto proprio adesso: nelle elezioni per la Camera del 2022 votò infatti il 45,1% degli aventi diritto, mentre nel 2018 fu il 48,1%, cioè il livello più alto da oltre un secolo. Se la storia si ripete, il prossimo 3 novembre a restare a casa sarà davvero un americano su due.
Sebbene Trump continui a recitare il carosello del “big, beautiful ocean”, le conseguenze dell’astensionismo negli Stati Uniti non si fermeranno affatto sulla riva americana dell’oceano: arriveranno sui campi di battaglia, nelle alleanze, nei regimi sanzionatori e nelle nostre stesse case. Cioè ricadranno addosso a chi un voto non l’ha mai avuto.
Il 3 novembre si rinnova proprio quel Congresso che in questi mesi ha indicato a Donald Trump la direzione opposta a quella che lui ha fatto imboccare agli Stati Uniti d’America. Il Graham Act, passato con 86 voti contro 11 al Senato e 262 contro 159 alla Camera, Trump l’aveva firmato il 18 settembre. Ma il 9 ottobre il Tesoro, come abbiamo ricostruito, aveva già riaperto fino all’aprile 2027 proprio quelle transazioni sul diesel russo che le sanzioni vietavano, mentre l’altro ieri un ordine esecutivo ha sospeso i dazi e le sanzioni previsti dalla legge. I rappresentanti del popolo americano gli avevano chiesto di colpire le finanze del Cremlino, e lui le sta rifornendo. A Mosca hanno certamente brindato: Kirill Dmitriev, inviato economico di Putin, ha parlato d’un momento «davvero storico».
Il 14 ottobre abbiamo raccontato dal campo come l’ennesimo attacco balistico russo fosse arrivato senza preavviso dell’intelligence americana; poche ore dopo, i terminali Starlink e Starshield delle Forze Armate dell’Ucraina hanno subito restrizioni. Elon Musk, fondatore di SpaceX, ha scritto che limiti del genere li decidono i militari americani «e, in ultima istanza, il presidente»; la Casa Bianca nega però ogni controllo su SpaceX, tanto che il 16 ottobre, a chi gli chiedeva chi avesse dato l’ordine, Trump ha risposto: «Non lo so». Come abbiamo scritto ieri, a due settimane dal voto gli americani hanno dunque scoperto per bocca del loro stesso presidente che decisioni simili sfuggono al controllo di chi li governa.
In termini ingegneristici, sette mesi di carico aggiuntivo rispetto a marzo non hanno spezzato nulla: lo zoccolo del 30% di consensi regge. Per quel nucleo, dunque, un punto di rottura non esiste. L’unica variabile libera dell’equazione resta perciò chi non si presenta alle urne. A loro ricordiamo che se nel 2024 avevano un mandato di prove, il 3 novembre ne avranno avuti due.
(Ucraina, foto scattata dopo un attacco russo all’accademia navale di Kherson . Giorgio Provinciali e Alla Perdei)
Le conseguenze della loro assenza ricadranno su soldati che si battono per difendere valori dello stesso mondo libero che gli permette di considerare il voto un diritto e non un obbligo, su civili che nei territori occupati da regimi come quello russo quel diritto vorrebbero averlo ma in cambio ricevono un fucile alla tempia e un’urna trasparente, su Paesi che contano sulla coerenza americana ma trovano indifferenza. Il loro non-voto ricadrà su chi non ha il privilegio di trattare la politica come uno stato d’animo, perché ne paga il prezzo in macerie, sangue, occupazione e bombardamenti. Chi vive nella nazione più potente del mondo sceglie anche quando non sceglie e altri ne pagano il conto. A loro ricordiamo che le democrazie falliscono non solo quando qualcuno sceglie il candidato pericoloso ma anche quando troppi altri si convincono che farsi da parte sia protesta o perfino innocenza.
Non lo è. È partecipazione per assenza.

