Ucraina, black out intelligence ed impiego strumentale Starlink strumenti di pressione su partner USA. Dai nostri corrispondenti in Ucraina (ageei.eu)
Dai nostri corrispondenti in Ucraina Giorgio Provinciali ed Alla Pardei
Dal fronte della guerra in Ucraina
Ucraina, black out intelligence ed impiego strumentale Starlink strumenti di pressione su partner USA.
Raramente i russi concentrano una quarantina di missili con traiettoria balistica in un solo attacco. In 1.693 giorni di guerra su vasta scala abbiamo contato appena cinque occasioni, di cui l’ultima ieri notte. Quattro di quei cinque attacchi sono avvenuti con Donald Trump presidente degli Stati Uniti d’America; tutti quest’anno: il 3 febbraio, il 2 giugno, il 15 giugno e il 14 ottobre.
Quanto la concentrazione di queste armi sia coerente con la scelta deliberata di sfruttare la carenza ucraina d’intercettori antibalistici lo provano le mere statistiche già documentate dal Ministero della Difesa ucraino, che ha annunciato d’aver neutralizzato stanotte soltanto 4 missili su 39, cioè quasi uno su dieci.
Accompagnati dal lancio di più di 120 droni e munizioni kamikaze, gli altri hanno colpito ben 30 elementi del sistema energetico e delle infrastrutture critiche dell’Ucraina, principalmente dislocati nelle regioni di Kyiv e Kharkiv. Fra essi, 4 impianti del complesso petrolifero e del gas sono andati a fuoco lasciando senza elettricità almeno 600.000 persone.
Tutte e tre le centrali termoelettriche di Kyiv sono state colpite: la Kyiv TPP-5, la Kyiv TPP-6 e la Darnytsa TPP (TPP-4).
Con una cinica dichiarazione del suo ministero della difesa, Mosca non ha affatto nascosto le violazioni della cosiddetta “tregua energetica”, rendendo noti apertamente gli attacchi notturni con missili balistici e droni contro obiettivi del settore energetico e delle comunicazioni nelle oblast’ summenzionate, citando proprio le centrali termoelettriche, le centrali elettriche e i data center colpiti.
Come ha confermato il portavoce dell’Aeronautica ucraina, Jurij Ihnat, «inizialmente, i ‘partner’ non avevano fornito neanche stavolta informazioni sui missili balistici, mentre le successive tre ondate d’attacchi durante la notte sono state precedute da avvisi da parte loro».
In questo blackout d’intelligence — che ricorda in tutto e per tutto quello che vivemmo durante l’operazione Kursk, quando in poche ore i russi bombardarono bersagli che per quasi otto mesi non erano neanche riusciti a capire dove si trovassero — rientra l’impiego strumentale di Starlink come strumento di pressione su un partner degli Stati Uniti d’America e della NATO.
Smentendo le affermazioni del suo omologo americano secondo cui l’Ucraina sarebbe responsabile dell’aumento dei prezzi del diesel, in un’intervista a NPR, il presidente Zelenskyj ha riferito che Trump l’aveva già avvertito del possibile stop allo scambio d’informazioni con Kyiv se l’Ucraina non interromperà gli attacchi alle raffinerie russe. Le restrizioni di Starlink in Ucraina hanno subito reso più difficile l’impiego dei droni negli strike a medio raggio, limitando il funzionamento dei terminali Starlink rientranti nel perimetro del pacchetto militare “Starshield” a velocità superiori a 160 km/h, con alcuni casi già registrati in cui la comunicazione s’interrompe già oltre i 72 km/h. Per i dispositivi a uso civile come il nostro tutto funziona come prima, mentre le complicazioni nel proteggere i cieli dell’Ucraina comportano altro sangue innocente e riducono le capacità di logistica e ricognizione.
Per chi di noi le visse in prima persona, le restrizioni introdotte senza preavviso a Starlink riaprono quelle pagine buie della storia recente che portarono alla restituzione del Kursk alla Russia.
Ne abbiamo scritto proprio ieri ricordando i dubbi da noi sollevati già allora sulla cosiddetta PURL (Prioritized Ukraine Requirements List), un meccanismo concepito per assicurare all’Ucraina forniture americane pagate da Paesi partner che ha finito per dipendere dal bello e dal cattivo tempo a Washington.
Le vicende di queste ore espongono vulnerabilità che riguardano direttamente anche gli alleati europei: l’impiego di capacità essenziali alla difesa dipende infatti dalla continuità di servizi sui quali il Paese utilizzatore esercita un controllo limitato. Chi pianifica un’operazione deve poter conoscere le condizioni d’impiego dei propri strumenti e contare sulla loro disponibilità durante l’esecuzione. Cambiarle improvvisamente può mettere in pericolo chi è già impegnato sul campo.
La NATO ha formalizzato proprio quest’esigenza nella politica di difesa aerea e missilistica approvata il 13 febbraio 2025. Il documento considera essenziale l’accesso assicurato a dati e servizi spaziali, fra cui proprio l’allerta precoce, le comunicazioni satellitari e la ricognizione. Prevede inoltre la distribuzione degli avvisi sui lanci missilistici alle autorità degli Stati alleati. Messe a disposizione volontariamente dai membri, queste capacità sostengono una difesa integrata che deve funzionare in modo continuativo in tempo di pace, di crisi e di guerra. La prevedibilità del contributo di ciascun alleato diventa quindi parte della sicurezza di tutti.
Gli Stati Uniti hanno assunto obblighi precisi verso gli altri membri dell’Alleanza. L’articolo 3 del Trattato Atlantico li impegna a mantenere e sviluppare, attraverso l’assistenza reciproca, la capacità individuale e collettiva di resistere a un attacco. Invocato proprio a causa dell’invasione russa dell’Ucraina da Polonia, Lettonia e Lituania nel 2014 e poi congiuntamente il 24 febbraio 2022 da Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia, l’articolo 4 prevede consultazioni quando uno degli alleati ritiene minacciata la propria sicurezza. Invocato dagli Stati Uniti d’America stessi, l’articolo 5 impone l’assistenza al membro aggredito, lasciando a ciascuno Stato la scelta delle misure necessarie. Il funzionamento concreto di questi impegni richiede preparazione, coordinamento e fiducia nella continuità del sostegno concordato.
Ancora fuori dalla NATO, l’Ucraina non beneficia dell’articolo 5. Washington ha tuttavia assunto impegni diretti verso Kyiv nell’accordo bilaterale di sicurezza firmato il 13 giugno 2024. Il testo prevede il rafforzamento della condivisione d’intelligence e della cooperazione fra i rispettivi servizi, nel quadro del sostegno alla capacità ucraina di difendersi e dissuadere ulteriori aggressioni. Recentemente proprio gli emissari di Donald Trump hanno proposto all’Ucraina accordi di sicurezza che rispecchiano l’articolo 5 della NATO. La concomitanza di tale proposta con il nuovo blackout d’intelligence imposto da Washington a Kyiv offre però un riferimento concreto per valutare la coerenza delle decisioni americane con gl’impegni assunti.
Qualora informazioni disponibili sulla minaccia missilistica fossero state deliberatamente trattenute per esercitare pressione su Kyiv, ci troveremmo di fronte a una grave contraddizione con la finalità degl’impegni di sicurezza americani. La vulnerabilità della popolazione ucraina diventerebbe uno strumento per condizionare le decisioni del suo governo.
È una possibilità che gli alleati europei hanno motivo di prendere molto sul serio. Un sistema di difesa viene costruito attraverso investimenti, addestramento e procedure sviluppate nell’arco di anni. Se la disponibilità d’una componente essenziale può diventare materia di pressione politica durante una crisi, tutti gli Stati che dipendono da quella componente devono rivedere le proprie valutazioni. La superiorità tecnologica conserva infatti il proprio valore militare soltanto quando può essere impiegata nel momento necessario.
Di conseguenza, anche la deterrenza ne risente. Un avversario valuta la capacità dell’Alleanza di reagire anche in base alla volontà dei suoi membri di sostenersi. Il dubbio sulla continuità di quel sostegno può incoraggiarlo a saggiare divisioni, ritardi e condizioni politiche. Per questo le capitali europee dovrebbero chiedere a Washington spiegazioni verificabili sui mancati avvisi, chiarezza sulle condizioni d’impiego dei servizi satellitari e garanzie operative sulla continuità delle capacità condivise.
La stessa esigenza riguarda le garanzie di sicurezza proposte all’Ucraina per un eventuale accordo di pace. Il loro valore dipenderà da ciò che i garanti saranno disposti a fare quando rispettarle comporterà un costo o un contrasto politico comune. Il detto «armiamoci e partite» sintetizza come quanto accade oggi contribuisce a determinare la credibilità delle promesse di domani e le legittime paure legate a garanzie per conto terzi.
Come abbiamo già osservato parlando della sovranità delle comunicazioni satellitari, l’Europa deve poter assicurare le funzioni essenziali della propria difesa anche durante una divergenza con Washington. Servono capacità autonome d’allerta, comunicazioni ridondanti e una produzione sufficiente d’intercettori. La fiducia fra alleati si rafforza attraverso impegni rispettati e responsabilità condivise. Qui in Ucraina, ogni interruzione di quella continuità può essere misurata in vite umane.
