La strada dalla stazione dei treni di Corinto è a tratti sconnessa, ai lati si alternano edifici scheletrici e materassi a terra salvati dagli incendi in agguato: sono ripari di fortuna per chi viene buttato fuori. A uno slargo una vecchia Fiat di colore blu ci taglia la strada come se anche noi fossimo invisibili. Questo è un bivio. Per i migranti “bloccati dentro” è un tratto di strada dove l’attesa muta in voglia di rinascita. «Famiglie e adulti percorrono poche centinaia di metri a piedi dal centro di accoglienza» racconta Gennaro, coordinatore da un anno dei progetti dell’ONG La Luna di Vasilika, «e arrivano al Community Garden, uno dei safe place attivi dal 2020 in città. Noi rimettiamo in moto la loro facoltà di scelta».
Scendiamo verso il mare, nella parte bassa del paese. Davanti al cancello principale del campo, con telecamere a 360°, un ragazzo gira veloce la maniglia in acciaio ed esce. Una delle guardie all’ingresso si precipita a spruzzare un disinfettante sul metallo appena toccato. Oggi la spiaggia è poco affollata, il canale è chiuso, il cielo rilascia cenere e disagio. Il Centro governativo di transito di Corinto, dal 2019 dichiarato temporaneo e affiancato nello stesso complesso dal PRDC (Centro di detenzione e pre-allontanamento), ha sede in un’ex base militare e nel 2025 è stato ampliato con un nuovo muro: una trasfigurazione in cemento di un bisogno stabile di sicurezza.

Con una capacità di 900 persone, ora ne ospita poco più di 500. Dalla piazzola di ingresso si intravedono bassi prefabbricati in fila, più lontano larghi tendoni aperti – una strategia quasi militare che non lascia spazio privato alle famiglie. Sono carenti i luoghi di socialità e di aggregazione per i minori. In questo contesto opera Meràki (mettere l’anima), l’organizzazione che riunisce le tre ONG europee presenti (la Luna di Vasilika, One Bridge To e Aletheia) e che ha aperto spazi ricreativi, luoghi di riattivazione mentale.
Durante la cena con gli altri volontari prendo velocemente qualche appunto. Insieme a Gennaro e Stefano, che è qui da tre mesi e con un’esperienza da operatore nei CAS a Padova, torniamo su questo processo di alienazione da scardinare. «I migranti si ritrovano in un limbo documentale, bloccati dentro in attesa di una decision, la risposta, fuori isolati da dinamiche governative che tendono a escluderli socialmente. Se l’esito della richiesta di asilo è positivo, entro trenta giorni devono lasciare il centro, da subito non ricevono più i pasti e viene bloccato loro il pocket money».
Questa incertezza alimenta un malessere psicologico che si salda, in alcuni casi, a un passato lasciato sì alle spalle, ma non del tutto. In questa visione, il nuovo Patto UE su migrazione e asilo in vigore dal 12 giugno preoccupa. “Le modifiche approvate rafforzano un’impostazione che svuota progressivamente il diritto d’asilo della sua dimensione individuale, sostituendo l’esame effettivo delle singole storie con presunzioni di sicurezza, automatismi e procedure accelerate” (come ha scritto l’Asgi nel 2026).
Il viaggio di Tinah è stato disumano, un percorso di sofferenza per nulla classificabile in un meccanismo di analisi predefinito. La incontro al Community Garden in un giorno di gran caldo. Il cancello rosso si apre con difficoltà, una pianta di capperi a terra lo ostacola. È resistente, non ha bisogno d’acqua. Mentre l’orto con pomodori e zucchine – che viene utilizzato dal cooking time del giovedì – arde. L’ombra di un container, un ripostiglio con giochi per bambini, pennelli e fili colorati, ci dà tregua. Al lato di due sedie una tavola grezza, che nel workshop di falegnameria diventerà un tavolo da ping pong. «Ho lasciato l’Uganda nel 2023, a ventuno anni, con la promessa di fare la babysitter in Turchia». Segue un silenzio nascosto (per come lo hanno definito in sociologia Vinitzky-Seroussie e Teger, 2010), scomodo. «Invece ho dovuto prostituirmi… ed è nato Tarian».
Dopo la fuga, l’arrivo sull’isola di Samos. Lo schianto della barca sugli scogli, una coperta come unica protezione, e il trasferimento a Corinto. «Qui ho incontrato una nuova famiglia, che si preoccupa dei miei bisogni attuali… per ricominciare». Da dieci giorni ha un documento. La ONG le ha trovato un alloggio ad Atene dove vuole riprendere gli studi. Ora, intanto, può acquistare al freeshop un pantalone bianco alla moda, scegliere un nuovo ciuccio per il bambino e partecipare all’incontro settimanale di difesa personale. Torniamo verso il campo e le chiedo il significato del nome del figlio. «Scudo, protezione. Il nome completo è Tarian David – che ha combattuto contro il più forte – Golia – è ha vinto. La conosci la Bibbia?».
La mattina del lunedì è frenetica. Alle nove è prevista la riunione settimanale con il team al Cheriapsies, il Community Center, dal greco Χειραψίες – “strette di mano”. «Questo edificio era un bar» mi accenna di fretta Gennaro. Prince ha chiesto nuove lenti per gli occhiali, e c’è la lista dei supermercati da chiamare per il recupero degli alimenti. «Una mattina, sei anni fa, mentre allestivo una parete, Spyros – un impiegato del Comune in pensione – mi ha portato del pane con la marmellata. Lui e sua moglie Katerina sono stati i primi vicini greci ad avvicinarsi alla comunità». Da allora, il processo di integrazione si è sviluppato e rafforzato, soprattutto con chi vive qui. In due strutture al piano strada, a poca distanza, c’è il presidio medico e le aule di inglese e di greco.
Eleni è una giovane volontaria di Corinto. Il padre la accompagna in macchina al nostro incontro. «Era diffidente, inizialmente. A lui sembravano pericolosi». Ci spostiamo lontano dal condizionatore , vicino a uno specchio circondato da disegni. «Durante le lezioni insegno loro le parole che possono aiutarli nella ricerca di un lavoro, e attraverso i miei occhi percepisco la determinazione a non arrendersi. Qui si sentono a casa perché non sono giudicati ma coinvolti nelle scelte che li riguardano. Questo è l’aiuto più grande». Apre la mano e mi mostra un origami, che Marian le ha regalato prima di raggiungere la Germania. «Le dissi che se fosse stata un animale sarebbe stata una farfalla, perché è sicura di sé, non aspetta che qualcuno riconosca il suo valore e lotta per la propria libertà, mentalmente e fisicamente.» Tornare ad apprezzare sé stessi, appunto.
Nel pomeriggio i campi da basket sul lungomare sono affollati. Ho appuntamento con Dorys che lo frequenta nella sessione di sportclass del martedì. Rimandiamo il 3vs3, vicino alla recinzione mi racconta del suo viaggio, iniziato dal Gabon nel 2023. «La mia spiritualità mi ha salvato». E fa scivolare i polpastrelli sulle palline d’acciaio della collana con il simbolo Teke, la sua etnia d’origine. Il suo inglese non lascia dubbi. «Rimasi in silenzio. Dopo che gli spari terminarono, entrai in casa. In salone mia madre e mio fratello erano a terra, mio padre era sparito». Il cambio di regime cercava gli oppositori. Poco dopo presero anche lui. «Mesi più tardi, liberato da un uomo in alta uniforme, fui portato dritto su un aereo. In Turchia rimasi un anno, poi, ventiquattro ore in acqua a largo di Rodi. Ho pensato di morire».

Quando Dorys arriva al Community Center – a marzo del 2025 – non sorride, non comunica, scopre cos’è la depressione. «Nel mio paese nessuno la nomina, non esiste. A Corinto i volontari mi hanno accompagnato dallo psicologo, ho ripreso a parlare inglese e ora lavoro come elettricista. Soprattutto, provenendo dall’Africa, pensavo che i neri non avrebbero mai potuto avere gli stessi diritti dei bianchi». È in attesa del documento, ora si sente a casa, questo luogo è parte della sua vita. Gli occhi mettono a fuoco in lontananza, sta arrivando il resto della squadra. Stelvis ha un’andatura lenta, Ariane corre veloce, si ferma e mima un boxer in azione. «È un gesto istintivo che gli ricorda il padre pugile, lasciato a Kabul a tredici anni, poco prima di partire per una lunga traversata a piedi» conclude Dorys, con una presa forte sulla palla a spicchi.
Il giorno dopo c’è il lavaggio dei vestiti, e parto anche io. Chiara e Stefano con il nuovo van ritirano 17 buste blu che strabordano di indumenti. Le dieci lavatrici disponibili nel centro non sono abbastanza. Oggi è il turno delle donne, sotto il sole e il filo spinato che vigila dall’alto. Nana interviene all’improvviso. «Nel campo possiamo aspettare anche otto ore in fila per l’utilizzo della lavabiancheria, non ci sono regole». Mi allontano con lei e la sua famiglia siriana – una breve sosta nel giardino comunitario prima di andare alla stazione. Il cancello è già aperto, in fondo un frigorifero viola custodisce i libri del food for brain – una piccola libreria per riattivare la mente.
Ritrovo Stelvis, scappato dal Congo con la sua famiglia, che fa lezione di chitarra sotto i tendoni. Ha già letto Guerra e pace e l’Idiota – ed è a buon punto con gli accordi di Basket Case dei Green Day. Nana è drusa, con il marito Mohamed il passaggio via terra in Turchia sarebbe stato impossibile. Era il 2019. «L’ISIS ci avrebbe ammazzato, così abbiamo preso un aereo con passaporto falso». Poi, nel viaggio verso la Grecia, il salvataggio in acqua della Marina greca. «I primi regali sono stati un paio di scarpe e degli occhiali…li porto ancora con me». Nana lo ripete più volte. «Qui sono stata accolta come un essere umano, ho allontanato parte dei miei timori». Si riferisce alla consegna dei pannolini per il figlio, che ha 5 anni. Il campo non li fornisce. «Ora Daniel non si alza più la notte per andare in bagno – camminando terrorizzato per più di centro metri – e io sono tranquilla».

Un esempio del lavoro quotidiano de la Luna di Vasilika, che porta gradualmente gli ospiti a contribuire alle attività. Lei prosegue mentre usciamo su strada. «Dopo tutto quello che ho ricevuto, restituisco valore condividendo la mia cultura, a cominciare dalle ricette del mio paese». Il treno per Atene è in orario, per un lungo tratto il telefono non prende. Poi si riattiva e arriva un whatsapp. “Bon appetito”. Insieme a disegnini colorati e gli ingredienti di un dolce.