Il Pnrr delle origini prevedeva una clausola per far scendere di due punti la percentuale di lavoratori non regolari.

Il governo Meloni ha rinunciato all’obiettivo. E infatti il lavoro nero ha ripreso a crescere, proprio nei settori dove già era alto.

(Podcast generato con l’intelligenza artificiale sui contenuti di questo articolo, supervisionato e controllato dal desk de lavoce.info)

Il lavoro sommerso nel Pnrr

L’Italia è sempre stata il paese dell’Europa occidentale con la più alta percentuale di occupati non regolari. Si comprende perciò perché tra le raccomandazioni specifiche previste inizialmente dal Pnrr fosse stata inserita dalla Commissione europea quella di ridurre entro il 2026 di 2 punti la percentuale di lavoro sommerso.

Al momento della stesura del Piano era nota solo la stima per il 2020, che ammontava al 10,5 per cento, in continua discesa dall’11,8 per cento del 2015. Si trattava quindi di riuscire a far scendere la percentuale di occupazione irregolare sino all’8,5 per cento. Per identificare misure che avrebbero permesso di raggiungere tale obiettivo l’allora ministro del Lavoro, Andrea Orlando, nominò un tavolo di lavoro che chiuse la sua attività dopo l’insediamento del nuovo governo di destra-centro avanzando proposte abbastanza deboli.

Ben presto, però, il governo Meloni si rese conto che l’obiettivo era ben difficilmente raggiungibile, soprattutto tenendo conto delle sue priorità politiche. Così a fine 2023, nel quadro del processo di rinegoziazione del Pnrr, il governo riuscì a far cancellare l’impegno a far scendere la percentuale di lavoro nero di 2 punti percentuali e concordò con la Commissione europea tre obiettivi non più sostanziali, ma soltanto procedurali: aumento delle ispezioni sul lavoro, potenziamento dei centri per l’impiego e piena operatività del portale nazionale per il lavoro sommerso, cui affidare il compito non soltanto di coordinare le attività ispettive, ma anche di indirizzarle verso le situazioni più rilevanti.

Di questi obiettivi organizzativi due sono stati invero raggiunti. Dal 2022 al 2025 le ispezioni sono quasi raddoppiate grazie a un forte aumento degli ispettori del lavoro, che però si è arrestato nel 2025. Anche gli operatori dei centri per l’impiego sono più che raddoppiati, sia pure con forti differenze regionali, senza alcun coordinamento nazionale – l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro è stata abolita – e gravati di crescenti compiti amministrativi. Invece la funzione del Portale finora si limita a evitare che due enti diversi facciano un controllo nella stessa azienda nello stesso periodo.

Per contro non vi è stata nessuna traccia degli incentivi alle imprese per regolarizzare le posizioni lavorative irregolari e soprattutto del coinvolgimento diffuso delle parti sociali – sindacati, associazioni imprenditoriali – e degli enti locali, misure che invece caratterizzarono la precedente stagione della lotta al lavoro nero negli anni Novanta e furono considerate dalla Commissione europea una pratica di eccellenza, perché l’attività repressiva funziona soltanto se sostenuta da un forte consenso sociale.

Quanto all’opinione pubblica credo che nessuno rammenti i due o tre spot televisivi di qualche anno fa, mentre è vivido il ricordo del “pizzo di stato” urlato dalla presidente del Consiglio. D’altronde, dai poco diffusi e poco discussi dati sull’impiego dei fondi ricevuti dal Pnrr (per lo più in prestito, è bene ricordarlo) non risulta che al lavoro irregolare sia stata dedicata alcuna attenzione. E sul sito del ministero del Lavoro ogni riferimento alla lotta al lavoro sommerso è da tempo scomparso.

Il lavoro nero cresce nei settori dove avrebbe dovuto scendere