Tetto agli alunni e cittadinanza: Vannacci e governo trasformano diritti in privilegio (valigiablu.it)
(Immagine via l’Unità)
Qualche giorno fa Roberto Vannacci ha affermato che l’articolo 3 della Costituzione si applicherebbe soltanto ai cittadini italiani. Del resto, sostiene il leader di Futuro Nazionale, la disposizione afferma che «Tutti i cittadini», e non anche gli altri, «hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge».
Ma leggere la Carta significa anche conoscere come è stata interpretata dalla Corte costituzionale. Già nel 1967 la Consulta stabilì che, se è vero che l’articolo 3 «si riferisce espressamente ai soli cittadini», è altrettanto certo che «il principio di eguaglianza vale pure per lo straniero quando trattasi di rispettare i diritti fondamentali e inviolabili dell’uomo». Nel 2020 la Corte ha ribadito il concetto ancora più nettamente: «La pari dignità sociale è riconosciuta dall’art. 3 Cost. alla persona in quanto tale», indipendentemente dal suo status. Differenze tra cittadini e stranieri sono ammesse solo quando esistano ragioni oggettive che le giustifichino. Ma questo è molto diverso dal sostenere che i diritti fondamentali spettino solo a chi ha il passaporto “giusto”.
Il fatto è che la maggioranza sembra inseguire Vannacci su alcuni dei suoi temi. Ed è proprio sul terreno della distinzione tra cittadini e stranieri che questa rincorsa comincia a entrare nelle scelte normative. È quanto sta accadendo con il provvedimento che Giorgia Meloni ha annunciato la scorsa domenica, all’evento di Gioventù Nazionale, e che «introduce per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe», per evitare che quelli italiani si sentano in «minoranza».
Il limite agli alunni stranieri
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha spiegato che il criterio centrale del limite previsto dal decreto sarà la conoscenza dell’italiano. Ma la cittadinanza continua, comunque, a delimitare il perimetro di applicazione della normativa.
Gli studenti in eccesso potranno essere distribuiti tra le scuole di prossimità, ha precisato il ministro. In alcune aree la presenza di famiglie straniere è molto concentrata. Può quindi essere difficile trovare nelle vicinanze istituti nei quali vi siano posti sufficienti per accogliere gli alunni, e allora il tetto resterà inapplicato. Il fatto di rendere cogente un limite che finora era affidato a una circolare, dunque, non basta a superare le ragioni concrete che ne hanno finora impedito l’applicazione.
In questi casi, dovrà essere potenziato l’insegnamento dell’italiano, ha aggiunto Valditara. Già dall’anno scolastico 2025/2026 docenti specializzati nell’italiano come seconda lingua sono presenti nelle scuole secondarie attraverso posti di potenziamento. Ma talora sono stati impiegati per tutt’altro, come supplenze, sostegno, altre materie o compiti amministrativi, anziché per la funzione cui erano destinati. Pertanto, prevedere e finanziare una misura non equivale a renderla effettiva.
Dove la redistribuzione degli studenti con carenze di italiano sarà possibile, bisognerà evitare che lo spostamento – anche se non trasferirà «il ragazzo a 20 km di distanza», come ha assicurato il ministro – renda più difficile la frequenza scolastica. Se saranno necessari servizi ulteriori, a partire dal trasporto, occorrerà garantirli, per non ostacolare l’esercizio del diritto all’istruzione, tutelato costituzionalmente.
Le parole e il messaggio
Subito dopo l’approvazione del decreto-legge, Giorgia Meloni l’ha commentato parlando di una scuola che «integra senza rinunciare alle regole», che «sostiene chi ha più difficoltà» e che «mette tutti nelle condizioni di partire dallo stesso punto». Si tratta di parole molto diverse da quelle che la presidente del Consiglio aveva usato domenica scorsa, quando aveva annunciato il provvedimento: «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza».
Parole molto nette, che evocano una contrapposizione tra “noi” e “loro” e da cui sembra affiorare un’idea precisa: che la cittadinanza italiana costituisca una sorta di criterio di prevalenza. E così si torna a quanto detto da Vannacci sull’articolo 3 della Costituzione.
Il decreto-legge è stato annacquato rispetto a come era stato inizialmente concepito, pare anche grazie all’intervento del Quirinale. Ma il messaggio che il governo ha voluto dare resta chiaro e forte.
Raramente i diritti sono cancellati con un tratto di penna. Più spesso si fa strada l’idea che alcuni abbiano più titolo di altri a esercitarli. Ed è questo ciò che oggi dovrebbe più preoccupare.
*Articolo pubblicato su Domani il 25 settembre 2026 e riprodotto per gentile concessione del quotidiano. Qui è possibile abbonarsi a Domani