Due somministrazioni del farmaco letale, poi quasi cinquanta minuti di respiro udibile dietro una tenda chiusa. Il tentativo di giustiziare Christa Gail Pike, cinquant’anni, nel Tennessee si è trasformato in un disastro agghiacciante. I giornalisti presenti hanno riferito che la donna respirava ancora dopo 56 minuti dall’inizio della procedura, quando sono stati accompagnati fuori.
Pike è stata poi portata via in ambulanza dal penitenziario di Riverbend, a Nashville. Le sue condizioni non sono state subito rese note. Ma si è saputo quasi subito che Pike non era stata dichiarata morta, e che il Dipartimento Penitenziario aveva autorizzato – come richiede la legge in casi simili – cure mediche d’emergenza
Secondo i testimoni, a Pike sarebbero state somministrate due dosi di pentobarbital. La donna, che aveva accanto il suo consigliere spirituale, ha continuato a emettere un forte rumore, che i testimoni hanno definito «simile al russare». A un certo punto ha «sollevato la testa, con la bocca spalancata». La tenda che nascondeva la sala dell’esecuzione agli sguardi dei testimoni è stata chiusa intorno alle 20.06, ma il respiro si sentiva ancora alle 20.53, quando il microfono è stato spento e i giornalisti sono stati fatti uscire.
«Qualunque cosa sia successa, non è normale. Qualcosa è andato storto», ha commentato l’avvocato Don Bosch, esperto di processi capitali. Ha ipotizzato un problema nell’accesso venoso, senza formulare una diagnosi. I legali di Pike hanno presentato nuovi ricorsi urgenti e chiesto interventi per salvarle la vita, e hanno denunciato “sofferenze inutili” e una “violazione del divieto costituzionale di pene crudeli”.
Pike avrebbe dovuto essere la prima donna giustiziata dal Tennessee in oltre duecento anni. In mattinata una corte d’appello federale aveva sospeso l’esecuzione per esaminare il ricorso sugli abusi sessuali subiti nell’infanzia, che non erano stati presentati alla giuria come attenuanti all’epoca del processo nel 1996. La Corte Suprema aveva però poi revocato lo stop, con il dissenso delle tre giudici liberal, dando luce verde all’esecuzione
Pike aveva diciotto anni quando partecipò alla tortura e all’omicidio della diciannovenne Colleen Slemmer, nel 1995. Pike, allora diciottenne, attirò Colleen in un bosco di Knoxville con il fidanzato e un’amica: per circa mezz’ora la picchiarono e la squarciarono con un taglierino e una mannaia da macellaio mentre implorava pietà, finché Pike non le fracassò la testa con un pezzo d’asfalto. Sul petto della vittima fu inciso un pentagramma e Pike portò via un frammento del cranio, che mostrò agli altri studenti come “souvenir”. La ferocia dell’attacco non è mai stata spiegata, non si è mai capito quale fosse il movente.
Il fidanzato ricevette l’ergastolo, una terza complice la libertà vigilata. Solo lei fu condannata a morte. La difesa non ne ha mai contestato la colpevolezza, ma chiede di considerare il contesto in cui quella violenza era maturata, dopo i traumi infantili da violenze sessuali e le successive diagnosi di disturbo bipolare e stress post-traumatico, che nel processo non erano stati trattati.
Non è chiaro al momento se lo Stato del Tennessee proverà di nuovo a giustiziarla e quando. In altri casi simili i detenuti sono stati trasferiti in carcere a vita: Romell Broom, in Ohio nel 2009 ricevette 18 iniezioni in due ore, ma poi l’esecuzione fu sospesa, non fu mai più giustiziato e morì di Covid in carcere nel 2020, undici anni dopo. Doyle Lee Hamm, nell’Alabama nel 2018, ottenne un accordo con cui lo Stato rinunciò a riprovarci e morì in carcere nel 2021.