Dal 18 al 20 settembre circa 110 milioni di russi saranno chiamati a eleggere i 450 deputati della Duma, nella prima elezione parlamentare nazionale dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio del 2022. Il risultato non è particolarmente difficile da prevedere: Russia unita, il partito che sostiene Vladimir Putin, dovrebbe conservare il controllo della Camera. Nel 2021 aveva ottenuto 324 dei 450 seggi, il 49,8% dei voti nella componente proporzionale.
Perché, allora, occuparsi di un’elezione il cui vincitore è già noto?
Perché il voto è uno dei pochi momenti in cui il Cremlino deve ancora dimostrare pubblicamente che il sistema politico funziona. Putin non deve soltanto conquistare la maggioranza: deve produrre affluenza, consenso e un risultato sufficientemente convincente da mostrare che quasi cinque anni di guerra non hanno eroso la stabilità del regime. Il Cremlino considera le elezioni uno strumento per misurare e gestire il malcontento, oltre che per rafforzare il controllo politico.
Eliminata l’opposizione
Se è vero che la Russia sotto Putin ha conosciuto una sempre maggiore repressione politica, a partire dal 2022 lo spazio e il margine di manovra per la società civile si è ulteriormente ristretto, lasciando ben poche speranze che possa esistere una reale competizione politica.
Il caso più eloquente di questa morsa repressiva in periodo elettorale è stato quello dell’esclusione di Yabloko. Il partito liberale era l’unica formazione della competizione a chiedere apertamente la fine della guerra e negoziati con l’Ucraina. Il 10 agosto, però, la Corte suprema russa ha cancellato la sua lista federale dalle elezioni. La motivazione formale riguardava presunte violazioni delle regole elettorali, ma la conseguenza politica è stata chiara: agli elettori russi è stata tolta la possibilità di votare per l’unico partito nazionale che si opponeva apertamente alla guerra. Lo stesso mese di agosto, inoltre, il noto politico anti-guerra russo Lev Shlosberg (affiliato con Yabloko) è stato condannato a undici anni e un mese in una colonia penale con l’accusa di avere “screditato” le forze armate del paese.
L’esclusione di Yabloko va letta, dunque, nel contesto di una repressione molto più ampia. Il movimento di Alexei Navalny, morto in carcere nel febbraio del 2024, è stato dichiarato estremista e messo fuori legge. Numerosi altri oppositori sono stati incarcerati o costretti all’esilio. Le leggi sugli “agenti stranieri” e sulle organizzazioni indesiderabili hanno ulteriormente ristretto lo spazio per associazioni, media e attivisti indipendenti.
Restano in campo i partiti parlamentari della cosiddetta “opposizione sistemica” – comunisti, liberaldemocratici (Ldpr), Russia giusta e Nuova gente – ma nessuno rappresenta una sfida reale a Putin. Nel 2021 il Partito comunista aveva ottenuto il 18,9% dei voti, mentre Ldpr e Russia giusta erano entrambi arrivati al 7,5%. Russia unita, ricordiamolo, aveva conquistato 324 seggi su 450.
La guerra arriva al distributore
Uno dei principali obiettivi ucraini di questi ultimi mesi è stato portare la guerra nel Paese di chi l’ha lanciata. Per ora, sembra che Kyiv ci stia riuscendo. Gli attacchi ucraini contro l’industria energetica (uno ogni tre giorni nei primi otto mesi del 2026) stanno colpendo direttamente uno dei settori più importanti dell’economia russa. Tre delle sei maggiori raffinerie russe produttrici di diesel (che rappresentano circa la metà della produzione totale) hanno dovuto ridurre drasticamente o interrompere la produzione a settembre a causa dei danni provocati dai droni ucraini.
L’effetto si vede nell’aumento dei prezzi del diesel sia in Russia che a livello internazionale, nelle lunghe code ai distributori di benzina in Russia e nelle restrizioni alle esportazioni, imposte per tutelare il mercato interno. Anche prima di queste limitazioni, però, il calo delle esportazioni a causa degli attacchi ucraini era evidente. A giugno dell’anno scorso, la Russia esportava circa 2,5 milioni di tonnellate di diesel al mese; a giugno di quest’anno le esportazioni erano già scese sotto un milione di tonnellate. Ai problemi con le forniture di benzina si aggiungono l’aumento dell’inflazione e gli attacchi ucraini ai giganti della logistica russa – in primis Wildberries, soprannominato l’”Amazon russo” – che stanno colpendo il settore dell’e-commerce.
Per anni il Cremlino ha potuto presentare la guerra come un conflitto combattuto principalmente lontano dalla maggioranza dei cittadini. Ora, però, gli effetti della guerra su economia e sicurezza sono percepiti da una fetta sempre più ampia della popolazione. Sebbene i russi abbiano scarsi mezzi per manifestare dissenso e fare pressioni sul governo per un cambio di politica in Ucraina, più frustrazione potrebbe trasformarsi in più apatia politica e meno affluenza alle urne – fenomeno che screditerebbe Putin.
Una nuova mobilitazione post-elezioni?
Molti russi temono il periodo post-elettorale più che le elezioni in sé. Da mesi circolano indiscrezioni su una nuova mobilitazione, rafforzate anche da nuovi, macabri dati sulla mortalità dei soldati russi e dall’oggettiva difficoltà del Cremlino di attirare nuove leve usando incentivi economici. A giugno, il sito d’informazione indipendente Meduza ha riferito che funzionari russi stavano discutendo la possibilità di una nuova ondata già ad ottobre, dopo le elezioni della Duma, anche se non c’è nessuna conferma definitiva.
Il Cremlino ha negato che sia stata decisa una nuova mobilitazione, ma la questione è chiaramente molto sensibile. La mobilitazione annunciata nel settembre 2022, quando furono chiamati circa 300.000 riservisti, provocò proteste, un esodo di centinaia di migliaia di cittadini in età militare e una delle più grandi reazioni sociali alla guerra dall’inizio dell’invasione. Per molti, la smentita del Cremlino non fa che rafforzare i timori di una nuova mobilitazione: il solo sospetto avrebbe già spinto diverse persone a lasciare il Paese.