Nove mesi dopo i tre colpi sparati contro il parabrezza di un SUV rosso in una strada di Minneapolis, la morte di Renee Good entra in tribunale. La compagna Becca Good e il fratello Brent Ganger hanno presentato giovedì due cause civili federali contro il governo degli Stati Uniti, l’agente dell’ICE Jonathan Ross e alcuni dei principali funzionari che guidarono la stretta sull’immigrazione dell’amministrazione Trump. Per la famiglia non si tratta soltanto di stabilire se Ross avesse una giustificazione per premere il grilletto quel 7 gennaio.
Le denunce cercano di allargare l’obiettivo: capire se quella morte sia stata il risultato di una singola decisione presa in pochi secondi o il prodotto di una politica che, secondo gli avvocati, aveva progressivamente abbassato la soglia per l’uso della forza contro immigrati, manifestanti e cittadini che osservavano le operazioni federali.
Tre colpi in una strada di Minneapolis
Renee Good aveva 37 anni, tre figli e quella mattina era in automobile con la compagna Becca. Avevano appena accompagnato a scuola il figlio di sei anni quando si imbatterono in una delle operazioni dell’ICE che in quei mesi avevano trasformato interi quartieri di Minneapolis e Saint Paul nel terreno di Operation Metro Surge. Renee fermò l’auto, suonò il clacson per avvertire i vicini della presenza degli agenti federali; Becca scese e cominciò a filmare con il telefono. Renee non era ricercata, non era l’obiettivo di un’indagine e non era armata.
I video della scena sono diventati il centro della battaglia giudiziaria. Mostrano alcuni agenti mascherati avvicinarsi alla vettura e intimare a Good di scendere. Lei fa brevemente retromarcia, poi sterza per allontanarsi. Quasi nello stesso momento Becca le grida: “Guida, tesoro, guida!”. Ross, che si trova davanti alla macchina, estrae la pistola e spara contro il parabrezza; mentre l’auto gli passa accanto esplode altri due colpi verso il finestrino del guidatore. Renee Good muore poco dopo.
Il governo diede fin dall’inizio una lettura completamente diversa. I funzionari federali sostennero che Ross aveva agito per legittima difesa perché l’automobile si stava dirigendo contro di lui e definirono il comportamento di Good “un atto di terrorismo interno”. L’amministrazione continua a contestare la ricostruzione della famiglia e la Casa Bianca ha annunciato che si difenderà “con vigore” da quelle che considera cause infondate.
Due cause e una domanda: chi è responsabile
La prima causa segue una strada relativamente tradizionale. È intentata contro gli Stati Uniti in base al Federal Tort Claims Act e accusa il governo di omicidio colposo, aggressione, detenzione illegale, negligenza e sofferenza emotiva. Gli avvocati sostengono inoltre che Ross abbia violato il Quarto Emendamento e le stesse regole federali sull’uso della forza letale, consentita soltanto davanti a un pericolo imminente di morte o di gravi lesioni. La famiglia chiede un risarcimento per la sofferenza provata da Renee negli ultimi istanti e per la perdita subita dai figli, dai genitori, dai fratelli e dalla compagna.
La seconda causa è politicamente e giuridicamente molto più ambiziosa. Oltre a Ross chiama in giudizio Stephen Miller, Kristi Noem, Tom Homan, Corey Lewandowski, l’ex direttore ad interim dell’ICE Todd Lyons, l’ex comandante della Border Patrol Gregory Bovino e dieci agenti federali ancora non identificati. Gli avvocati invocano anche sezioni del Ku Klux Klan Act del 1871, una legge nata dopo la Guerra civile per consentire l’azione giudiziaria contro cospirazioni dirette a privare i cittadini dei loro diritti costituzionali.
È qui che la causa compie il salto decisivo. Secondo la famiglia, la morte di Good non può essere separata da Operation Metro Surge e dal modo in cui quell’operazione venne concepita e condotta. La denuncia sostiene che l’offensiva contro l’immigrazione in Minnesota era parte di uno sforzo coordinato contro le comunità somala e ispanica e contro chi ne documentava o contestava le modalità. Sono accuse ancora tutte da provare in tribunale: i legali sostengono che la politica decisa ai vertici ha creato le condizioni nelle quali l’uso della forza contro Good divenne un esito prevedibile.
“Era l’amore della mia vita”
Alla conferenza stampa alla University of St. Thomas School of Law, però, il linguaggio delle carte giudiziarie ha lasciato per qualche minuto il posto a quello della famiglia. “Era l’amore della mia vita”, ha detto Becca Good. Ha ricordato Renee come “un raggio di sole” e ha raccontato l’istante in cui, davanti a lei, il loro universo familiare si è spezzato. “Nessun bambino dovrebbe crescere senza un genitore a causa di ciò”, aveva detto spiegando perché ha deciso di andare avanti con la causa.
Non ha usato parole di vendetta. “Non provo odio per chi ci ha portato via Renee”, ha detto. Poi ha aggiunto qualcosa di molto più difficile da scrollarsi di dosso: chi ha partecipato a quella vicenda, ogni volta che guarderà i propri figli, la propria moglie o le proprie sorelle, saprà che tre bambini sono rimasti senza madre.
Una battaglia difficile, ma non soltanto per i danni
Gli stessi avvocati della famiglia riconoscono che la strada giudiziaria sarà complicata. Le cause contro il governo federale incontrano barriere procedurali importanti e quella che ipotizza una cospirazione ai vertici dell’amministrazione dovrà dimostrare collegamenti, decisioni e responsabilità individuali ben oltre ciò che mostrano i video della sparatoria. Rachel Moran, professoressa alla University of St. Thomas, ha definito entrambe le azioni “complesse” e ha previsto che il governo opporrà numerosi argomenti alle accuse.
Ma una causa civile non serve soltanto ad arrivare a un verdetto. Attraverso la discovery, gli avvocati possono cercare documenti, comunicazioni interne, ordini e testimonianze che finora non sono diventati pubblici. Ed è probabilmente questo il punto più delicato del procedimento: ricostruire non solo ciò che fece Jonathan Ross in quei pochi secondi sulla strada di Minneapolis, ma ciò che avvenne prima, nei giorni e nelle settimane in cui Operation Metro Surge venne organizzata e diretta.
La famiglia di Renee Good chiede denaro, come inevitabilmente fanno le cause civili. Ma chiede soprattutto qualcosa che finora ritiene di non avere ottenuto: una risposta. Perché una donna di 37 anni che non era ricercata, non era armata e non era il bersaglio di alcuna operazione federale è stata uccisa dentro la propria automobile, davanti alla persona con cui aveva costruito una famiglia.
Nove mesi dopo, quella domanda non è più soltanto affidata ai video girati con i cellulari o alle versioni contrapposte dell’ICE e dei familiari. È finita davanti a un giudice federale.