«Qui stiamo già morendo, manca il cibo da settimane». Oleshky, la città martire che sta a cuore a Leone (corriere.it)
dalla nostra inviataMarta Serafini
Secondo l’Onu, sono 1.700 i civili intrappolati nella cittadina
Kiev Cadaveri coperti da lenzuoli e lasciati per strada. Niente cibo, acqua potabile, elettricità. «In autunno moriremo sicuramente», scriveva su Telegram un residente in agosto. «Io sto già morendo. Mi indebolisco ogni giorno di più». Un altro: «Stiamo preparando il nostro ultimo borscht, con una barbabietola, cinque patate, una cipolla, una zucchina, un pomodoro e un po’ di orzo. Non ci sono carote».
Muore letteralmente di fame Oleshky, città trappola della regione di Kherson, sulla riva sinistra del Dnipro, di fronte a Kherson: nove chilometri in linea d’aria, un tempo collegati da un ponte oggi chiuso. I russi colpiscono Kherson da Oleshky, gli ucraini colpiscono Oleshky da Kherson. Occupata dal primo giorno dell’invasione dai russi, nel 2023 la città è stata inondata dopo la distruzione della diga di Kakhovka e ora è rimasta isolata. «L’ultimo arrivo documentato di cibo risale al 26 maggio», ci ha detto Ksenia Arkhipova, volontaria originaria di Oleshky, che tiene i contatti con chi è rimasto.
«Qualcuno rischia la vita andando a comprare alimenti a Radensk, a venti chilometri: almeno cinque ore a piedi, fra mine e droni. Due uomini sono stati uccisi mentre riportavano viveri: il cibo è rimasto accanto ai corpi». Quella verso Radensk è la «Strada della morte»: 22 chilometri minati e sorvegliati da droni d’attacco, con il fiume vicino minato. Le forze ucraine lasciano pulita la strada principale per far uscire i civili ma «non c’è un corridoio protetto».
Il 20 settembre una coppia è morta tornando con un sacco di spesa, senza rientrare prima del coprifuoco. Il racconto della volontaria continua: «A un’anziana che conosco hanno portato via tutto. Ha chiesto come avrebbe superato l’inverno e i soldati russi le hanno risposto di stare zitta». La città è sull’orlo della catastrofe umanitaria dalla fine del 2025. «Mancano cibo, medicinali, elettricità, gas e acqua potabile. Gli abitanti raccontano di preparare zuppe d’erba e mangiare lumache». Le sepolture sono proibite, ufficialmente per «indagare sui crimini di guerra dell’Ucraina»: i corpi restano per strada. L’unico ospedale chiede cereali per i pazienti, compresi gli amputati.
In oltre quattro anni non c’è stata un’evacuazione ufficiale. L’Ucraina si è rivolta alla Croce Rossa Internazionale e ai partner, ma sei mesi di negoziati non hanno dato risultati. Tutte le vie di uscita sono minate e bloccate dall’esercito russo. In 358 hanno urgente bisogno di uscire. A fine settembre l’esercito ucraino ha consegnato quattro tonnellate di cibo con i droni: non è bastato. Secondo l’Onu sono circa 1.700 le persone intrappolate, in gran parte anziani o disabili, con una cinquantina di bambini secondo i residenti.
La stessa Onu ha documentato almeno 29 civili uccisi e 54 feriti. Il 25 settembre Michael O’Flaherty, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha chiesto «un cessate il fuoco, accesso umanitario e l’evacuazione sicura dei civili». Il ministro degli Esteri di Kiev Andrii Sybiha ha portato l’emergenza al Palazzo di Vetro, e il Cremlino ha riconosciuto la situazione critica attribuendo la responsabilità a Kiev. Poi ieri la richiesta di Leone XIV a Putin. Una tregua. E il tempo di percorrere ventidue chilometri di strada minata e tornare prima del coprifuoco con un pugno di patate.