Blandire il bullo, attaccare la vittima, colpire la giustizia: in poche ore Donald Trump ha condensato una serie di azioni che lo confermano al traino della deriva autoritaria che caratterizza la nostra epoca. Mentre la delegazione ucraina si trova a Miami insieme a rappresentanti dell’UE e della NATO per discutere con gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner su garanzie di sicurezza per l’Ucraina, un piano di ricostruzione postbellica, una possibile sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche e la protezione dei trasporti di cereali nel Mar Nero, Donald Trump scarta di lato e fa un accordo direttamente con Putin.
Un accordo che prevede esclusivamente benefici per la Russia di Putin (sospensione delle sanzioni sul gasolio russo), in cambio dei quali Trump non ha chiesto assolutamente nulla. Perché l’obiettivo è quello di abbassare i prezzi della benzina negli USA in vista delle midterm (cosa che peraltro con ogni probabilità non accadrà), non certo quello di trovare una soluzione per l’Ucraina.
Nel classico rovesciamento della realtà a cui ci ha abituato il presidente statunitense, Trump incolpa gli attacchi ucraini alle raffinerie russe per l’aumento dei prezzi, che invece è palesemente da ricondurre alla guerra in Iran che lui ha sconsideratamente aperto lo scorso febbraio e da cui adesso non sa come uscire.
E allora fa come fanno tutti i bulli: se la prende con le vittime. In particolare con quelle vittime che si ostinano a difendersi e, nel farlo, “creano problemi al mondo”, e si spinge a fare sua una delle posizioni che Putin ha avuto fin dall’inizio della guerra: “È ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente in grado di concludere un accordo”. Anche qui, il più classico rovesciamento della realtà: in questi quattro anni, chi non ha mai mostrato nessuna disponibilità a sedersi seriamente a un tavolo delle trattative è stato Putin, che ha sempre e solo posto condizioni, del tutto inaccettabili per l’Ucraina.
Anche sulla questione degli attacchi alle raffinerie, la posizione di Zelens’kyj è sempre stata: stop agli attacchi agli impianti russi in cambio della cessazione dei bombardamenti russi sulle centrali elettriche ucraine. Trump ha chiesto invece una sospensione unilaterale ucraina. Ripetiamolo: Trump chiede a chi ha subito un’aggressione e si sta difendendo di sospendere unilateralmente gli attacchi, e nel frattempo non solo non chiede assolutamente niente a chi ha aggredito e continua a mietere vittime civili a decine e decine al giorno ma anzi sospende le sanzioni nei suoi confronti.
Tutto questo mentre a Oslo viene dato un Premio Nobel dal grandissimo valore simbolico: Navi Pillay rappresenta tutto il contrario del trumputinismo, è voce di quel mondo basato sul principio della giustizia uguale per tutti che i due autocrati stanno sistematicamente smantellando da anni. E proprio in risposta a questo Nobel – e con ogni probabilità anche per risentimento per non averlo vinto lui neanche stavolta – Trump annuncia sanzioni contro la Corte penale internazionale.
Il presidente Usa non è nuovo a atti di ostilità nei confronti della CPI: già nel suo primo mandato aveva emesso sanzioni contro i giudici che si erano occupati di crimini commessi in Afghanistan, negli scorsi mesi aveva colpiti altri giudici e funzionari che si occupano del dossier su Netanyahu e oggi l’ostilità si allarga all’intera istituzione, che ha emesso un mandato di cattura anche nei confronti di Putin, con cui Trump fa affari. Evidentemente così priva di potere e significato la Corte non deve poi essere, se la più grande potenza mondiale si prende la briga di emettere sanzioni pur ostacolarne il lavoro.
Si dice troppo spesso che il diritto internazionale è “in crisi”. In verità esso non è “in crisi”, ma sotto attacco da parte di forze autoritarie sempre più violente. È davvero giunto il momento che quella parte di mondo che intende salvare l’ordine mondiale basato sulle regole faccia un colpo di reni e metta in campo misure concrete per tutelare il lavoro della Corte penale internazionale e dei suoi giudici (a partire dall’applicazione del Blocking Statute, lo strumento che vieta alle imprese, banche e assicuratori europei di conformarsi alle sanzioni extraterritoriali straniere comprese nel suo campo di applicazione) e per ribadire che si sta sempre dalla parte delle vittime, anche quando si ostinano a non arrendersi.