I camionisti non li ascoltano più. O almeno non soltanto loro. I vertici storici dell’autotrasporto italiano si sono ritrovati scavalcati dai comitati autonomi che hanno bloccato strade e nodi logistici del Mezzogiorno, mettendo in difficoltà i rifornimenti dei supermercati e costringendo il governo a intervenire. Le undici principali associazioni di categoria hanno raggiunto un’intesa con Matteo Salvini, ma i piccoli trasportatori che hanno promosso i presidi non l’hanno considerata sufficiente. Una frattura che mette in discussione chi abbia davvero titolo per parlare a nome del settore.
PAOLO UGGÈ, IL RIFERIMENTO STORICO
Il primo nome è Paolo Uggè (nella foto), presidente della Fai, la Federazione autotrasportatori italiani, e di Unatras, il coordinamento che riunisce gran parte delle sigle nazionali. Nato a Milano nel 1947, è uno degli interlocutori storici del Mit e ha alle spalle anche una carriera politica: è stato sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti nei governi Berlusconi II e III e deputato di Forza Italia nella XV legislatura. Nel 2025 è stato riconfermato alla guida della Fai. È lui a rappresentare una parte consistente del mondo dell’autotrasporto ai tavoli istituzionali, ma questa volta non è riuscito a governare la protesta.
Il 17 ottobre, dopo che Salvini aveva convocato le associazioni per il 27, Uggè ha chiesto di escludere i gruppi autonomi dalla trattativa: “Il loro coinvolgimento non ci consentirebbe di gestire adeguatamente le esigenze dell’intero settore”. Il ministro ha poi anticipato il confronto al 20 ottobre, ricevendo anche i rappresentanti dei contestatori, seppure separatamente. Il risultato è stato un accordo con le sigle nazionali e una mobilitazione che, invece di rientrare, continua a paralizzare parti del Paese.
RUSSO, MORELLI E RIVA: I VERTICI DELLE ASSOCIAZIONI
Accanto a Uggè c’è Pasquale Russo, presidente di Conftrasporto e vicepresidente di Confcommercio. Le undici organizzazioni nazionali hanno accolto positivamente le risorse annunciate da Salvini e chiesto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi di intervenire per rimuovere i blocchi. Rappresentano realtà diverse, dalle grandi flotte alle imprese artigiane, ma condividono la scelta di affidarsi alla trattativa istituzionale.
Tra i loro vertici c’è Riccardo Morelli, imprenditore umbro alla guida di Morelli Logistica e Servizi e presidente dal 2023 di Anita, l’associazione aderente a Confindustria che rappresenta le imprese industriali dell’autotrasporto e gli operatori della logistica.
È il versante delle aziende più strutturate, alle prese con il costo del carburante, il rinnovo delle flotte e la competitività del trasporto su strada. Claudio Riva, presidente di Confartigianato Trasporti dal dicembre 2025, proviene invece dal mondo delle piccole e medie imprese e degli autotrasportatori artigiani. Imprenditore della logistica ed ex vicepresidente nazionale dell’organizzazione, ha una base associativa più vicina, per dimensioni aziendali, a una parte dei camionisti in protesta. Anche Riva, tuttavia, punta sul confronto con il governo e chiede che gli impegni economici annunciati diventino rapidamente misure concrete.
È proprio qui che si apre la frattura: i comitati autonomi non si riconoscono nell’accordo raggiunto dalle associazioni e hanno deciso di proseguire la mobilitazione.
CHI SONO I “COBAS ” E CHE COSA CHIEDONO
I cosiddetti cobas del trasporto sono piccoli imprenditori e autotrasportatori autoconvocati, organizzati in comitati territoriali e sigle autonome, soprattutto nel Mezzogiorno. Non hanno grandi flotte da far valere ai tavoli e contestano il metodo della concertazione. Chiedono interventi immediati sul prezzo del gasolio, pagamenti arretrati e sostegni che arrivino direttamente alle imprese. I 480 milioni di euro di crediti d’imposta annunciati per compensare il caro carburante e i 590 milioni destinati al rinnovo dei mezzi non li hanno convinti: la loro richiesta è un intervento sul prezzo del diesel attraverso le accise.
“Quelli delle grandi flotte si sono venduti”, ha accusato Enzo Laudari, esponente della sigla calabrese Federlog. “Noi volevamo l’abbassamento del carburante con un intervento sulle accise. Ma non gliela daremo vinta e la Lega i nostri voti se li può scordare”. La protesta, insomma, non riguarda soltanto la quantità degli aiuti, ma anche il modo in cui sono stati negoziati e distribuiti.
BELLA, RICHICHI E PARISI: I VOLTI DELLA PROTESTA
I protagonisti della mobilitazione non sono tutti uguali. In Sicilia Salvatore Bella, coordinatore del Comitato trasportatori siciliani (Cts), ha trattato direttamente con Salvini e annunciato la revoca del fermo, mantenendo però lo stato di agitazione fino alla soluzione delle questioni ancora aperte. Giuseppe Richichi, presidente dell’Aias, l’Associazione imprese autotrasportatori siciliani, ha invece contestato l’intesa e sostenuto la prosecuzione della protesta. In Campania Vincenzo Parisi ha rappresentato la delegazione dei trasportatori e annunciato che i blocchi proseguiranno almeno fino al nuovo confronto con il governo. In Calabria la mobilitazione è stata promossa da Fedralog: il suo referente regionale, Mario Pansini, ha giudicato insufficienti gli impegni assunti a Milano, contestando che si trattasse soprattutto di risorse già stanziate e attese da mesi.
PALENZONA E GLI INTRECCI CON I CONCESSIONARI AUTOSTRADALI
La frattura riporta al centro anche i rapporti economici che attraversano la rappresentanza. Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre ricostruisce il ruolo di Fabrizio Palenzona, storico manager con incarichi nei gruppi Benetton e Gavio, già presidente di Aiscat, l’associazione dei concessionari autostradali, e in passato alla guida di Conftrasporto. Oggi presiede Fai Service, la società di servizi per gli autotrasportatori che ha assunto il nome Lumesia, ed è presidente onorario di Conftrasporto. Nel consiglio di amministrazione di Fai Service siedono anche Uggè e Russo. Il giornale sottolinea la sovrapposizione di interessi fra concessionari autostradali e camionisti, soprattutto sul terreno dei pedaggi e dei servizi collegati.
Il quotidiano ricorda anche il caso del 2024, quando Uggè e altri rappresentanti del settore si schierarono con Telepass contro il sistema di lettura digitale delle targhe proposto da Autostrade per l’Italia sulla tangenziale di Napoli. Secondo la ricostruzione del Fatto, quel sistema avrebbe potuto fare concorrenza ai servizi di Telepass, con cui Fai Service intrattiene rapporti commerciali. È su questa rete di relazioni che si concentra la critica al modello della rappresentanza tradizionale.
CINZIA FRANCHINI: “IL RE È NUDO”
A fotografare la distanza fra le organizzazioni e la base è Cinzia Franchini, già presidente di Cna Fita e oggi alla guida di Ruote Libere, associazione che da anni contesta gli assetti della rappresentanza e il sistema dei rimborsi dei pedaggi. “Il re è nudo”, ha dichiarato, aggiungendo che “viene da chiedersi se questa urgenza di far cessare le manifestazioni non dipenda anche dal fatto che, più proseguono, più è evidente la distanza tra le associazioni e gli autotrasportatori che dicono di rappresentare”.
IL GOVERNO CORRE AI RIPARI
Intanto la protesta ha prodotto conseguenze concrete: difficoltà nei rifornimenti, scaffali vuoti in alcune aree del Sud, merci deperibili bloccate e ripercussioni sulle imprese agricole e alimentari. Il 22 ottobre Giorgia Meloni ha convocato un Consiglio dei ministri straordinario per approvare un decreto con nuovi interventi per autotrasporto e agricoltura. Tra le misure allo studio, oltre ai ristori per il caro gasolio, figurano la sospensione dei canoni di leasing e la digitalizzazione della lettera di vettura.
Il governo ha anche alzato i toni sulla gestione dei blocchi. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha invitato a verificare i profili dei leader della protesta: “Se ve li andate a studiare, anche qualche casellario giudiziario, verificherete che ci sono criticità anche di questa natura”.
I BLOCCHI NON SI FERMANO
Al 22 ottobre, quasi tutti i blocchi in Sicilia e Calabria risultavano revocati, ma la protesta continuava a Gela e in Campania, sull’A1. Le associazioni nazionali hanno ottenuto il confronto con il governo e le risorse annunciate, senza però riuscire a chiudere la vertenza. I comitati autonomi hanno dimostrato di poter trattare direttamente con il ministero e di poter rifiutare un accordo che le organizzazioni storiche avevano invece accettato.