Non c’è solo il Pil (corriere.it)
di Goffredo Buccini
Nella sua ultima fatica letteraria, Communion, JD Vance racconta con ardore la riconquista di una dimensione spirituale contro le lusinghe della mondanità e la conseguente conversione al cattolicesimo.
Ma il memoir del vicepresidente Usa, una sorta di seguito della fortunatissima «Elegia Americana», contiene anche un nocciolo ideologico ben più significativo. La «civiltà cristiana occidentale», secondo JD, ha perso il «sacro»: «La fede è uscita dalla vita pubblica».
E in questo «vuoto» è cresciuto come un credo il «liberalismo globale secolare» col suo «vocabolario di diritti» avulso dalle «fondamenta religiose», foriero di «conflitti razziali» e di crisi del «matrimonio tradizionale». Si tratta, per l’ Associated Press , di una specie di manifesto sul ruolo della religione nella scena politica: ma anche di una marcia indietro, diremmo noi, rispetto alla faticosa distinzione tra trono e altare che le nostre società hanno coltivato dall’Illuminismo in poi (ciò che, per intenderci, manca ancora e del tutto all’islam politico) o, volendo, di un balzo in avanti verso un cristianesimo tutto (e soprattutto) identitario.
Vance, che resta pur sempre un cattolico tanto sui generis da ammonire il Papa quando si parla di teologia e guerre giuste, riversa nella sua nuova fede molto del lessico mutuato dalla frequentazione con i cristiani evangelici, base militante del Partito repubblicano americano in versione Maga e suoi sostenitori in vista delle elezioni 2028. Secondo costoro «Satana è un velo steso sugli occhi degli europei» e l’islamizzazione ha varcato le nostre porte.
Il messaggio plana così tra le due sponde dell’Atlantico. E dunque si può intravedere un nesso nemmeno troppo sottile tra il rovente j’accuse americano contro il nostro liberalismo «degenerato» e il plebiscito elettorale tributato ad Alternative für Deutschland dai tedeschi dell’Est. Non solo o non tanto per la prossimità conclamata in più occasioni tra Vance, Elon Musk e i capi meno impresentabili di AfD come Alice Weidel. Questo nesso è intessuto di due elementi ricorrenti, validi in Turingia quanto nella Rust Belt: insicurezza sociale, come caduta dell’occupazione e del welfare novecenteschi, e retrotopia, come nostalgia di un passato pressoché immaginario ma idealizzato quale età dell’oro.
Gli stessi elementi che dieci anni fa hanno generato la prima insorgenza del populismo sovranista, con la Brexit spacciata agli inglesi per panacea contro ogni male e con le «verità alternative» di Donald Trump alla Casa Bianca, con l’autocrazia trionfante di Orbán in Ungheria e l’ascesa di Marine Le Pen in Francia: in un’immagine, con il vento nuovo del Ventunesimo secolo.
Da allora le democrazie liberali non hanno trovato contromisure efficaci: un decennio sembra davvero perduto. Gli ingredienti del collasso erano già tutti sul tavolo. Una potente spinta migratoria, resa più allarmante dagli attentati jihadisti in Francia, Belgio e Germania tra il 2015 e il 2016. Una crisi prima finanziaria e poi economica, protratta fino a colpire i Paesi a più alto debito, punto di ricaduta di una globalizzazione non gestita.
Una classe media proletarizzata e dunque non più plausibile base sociale di politiche neocentriste. Un rigetto del woke e dei suoi eccessi. Una conseguente tribalizzazione dei social network, decisivi nel propalare i messaggi fasulli dei tanti pifferai populisti. Una progressiva paralisi dell’Unione Europea che, pur capace di fronteggiare poi policrisi avvitate l’una sull’altra come la pandemia e la guerra in Ucraina e di preservare ancora il suo prezioso patrimonio di diritti civili, ha smarrito via via senso di sé e connessione coi cittadini europei, spaventata dall’assedio simultaneo delle grandi autocrazie del nostro tempo.
In questa prospettiva la lezione tedesca parla a tutti noi, perché ci offre coordinate sulle quali ogni Paese deve riflettere, soprattutto in vista del 2027, che sarà un anno elettorale decisivo per tanti. Steven Erlanger, capo dei corrispondenti diplomatici del New York Times in Europa, osserva che è proprio il sentimento di insicurezza a spingere molti verso narrazioni del passato, «quando la vita appariva più semplice, le strutture familiari più definite e le nazioni occidentali erano in gran parte cristiane e meno eterogenee».
Siamo, come si vede, nel pieno delle intuizioni di Zygmunt Bauman sulla «retrotopia» quale morbo senile delle democrazie. In tutta Europa l’estrema destra rampante ha dipinto l’ieri sempre preferibile al domani e talvolta lo Stato etico come uno zio premuroso. Solo in parte, dunque, il problema è economico: se i criptonazisti tedeschi predicano «più Bismarck e meno Hitler», glissando sugli orrori del Terzo Reich e rivendicando un orgoglio nazionale senza sensi di colpa; se Rassemblement in Francia esalta Giovanna d’Arco e minimizza Vichy; se in Italia c’è chi rivaluta il «buonuomo Mussolini» al netto di Salò e delle leggi razziali, significa che non tutte le anime stanno dentro a un portafogli.
La predicazione del populismo tossico non riempie soltanto «un cuore vuoto» come sostiene Paul Taggart: fa anche apparire meno desolata una dispensa svuotata dall’inflazione. E dunque la reazione ad essa non può limitarsi a prospettare un incremento del Pil o un pareggio di bilancio. Non si tratta di riportare indietro le lancette della storia. Ma di rispondere a una domanda di idealità radicale e radicata soprattutto fra i più giovani, come oggi sembra fare solo Leone XIV tra i leader mondiali, con i valori di tolleranza e solidarietà che hanno nutrito le democrazie liberali dal dopoguerra in poi.
Si tratta di una ricerca di senso che magari non sarà il caso di affidare al transumanesimo o alla caccia all’Anticristo di Peter Thiel: un mecenate distopico che Vance conosce bene, dovendo alla sua prodiga benevolenza gran parte del percorso che dai Monti Appalachi lo ha portato all’ombra di Trump.