Il minotauro è in attesa. Non lo si scorge all’inizio. Il dedalo che lo protegge nel mito è qui il potere politico che pretende vittime sacrificali, è il potere di un uomo che non si ferma di fronte a nulla per possedere una donna.
Il film del regista russo Andrey Zvyagintsev intitolato appunto Minotaur che ha vinto a Cannes il Grand Prix Speciale della Giuria, ed è candidato dalla Francia all’Oscar come migliore film straniero, e presentato alla Festa del Cinema di Roma, denuncia la mascolinità tossica di una cultura ed un potere, quello russo, che non conosce il rispetto dell’altro, solo la prevaricazione, la corruzione, iI possesso.
Girato in Latvia, per ovvi motivi, il film è ambientato in Russia nel 2022. La guerra contro l’Ucraina è in corso, ma nella ultramoderna e spaziosa dacia del dirigente d’azienda Gleb (Dmitriy Mazurov) il rumore dei cannoni non arriva. Arriva l’insoddisfazione della bellissima moglie Galina (Iris Lebedeva) e il nervosismo di lui.
Lei ha un amante, il giovane fotografo Anton (Yuriy Zavalnyouk), lui lo sospetta ma intanto deve fronteggiare l’esodo in massa dei suoi dipendenti che fuggono all’estero e la richiesta dal sindaco di 14 uomini da mandare al macello. Non sceglie fra i suoi, assume 14 camionisti, li guarda uno ad uno, si ferma solo di fronte ad un ragazzo di 21 anni, sa che fine farà, ma prosegue, e gira i loro nomi al potere supremo.
Li vedremo partire fra i pianti straziati delle loro famiglie. Zvyagintsev non indugia sul conflitto, la sua denuncia dell’assurdità del sacrificio umano è nei dettagli. La foto di Putin intravista nell’ufficio del sindaco, il cartellone che inneggia all’eroe morto per la patria strappato via con noncuranza per fare posto ad un altro. E con lo stessa attenzione ai dettagli il regista racconta l’altra storia: il sacrificio necessario a Gleb per risolvere il suo problema coniugale.
Zvyagintsev, Leone d’Oro per l’opera prima a Venezia nel 2003 con The Return, I cui film successivi hanno sempre ricevuto premi a Cannes, The Banishment (2007), Leviathan (2014), Loveless (2017), ha chiuso con Minotaur un’assenza di nove anni durante I quali è finito in coma per il covid e si è trasferito a vivere in Francia. In questo periodo ha guardato molti film francesi, ha spiegato, e voleva rifare La femme infidele di Chabrol del 1969, ma quando si è messo al lavoro con Semën Lyščenko era il 2022 e la guerra contro l’Ucraina era iniziata. Non poteva raccontare una storia intima senza che il conflitto entrasse sullo sfondo.
Ed in modo prepotente. Non hanno importanza le spiegazioni geopolitiche o storiche, ha spiegato il regista, la realta è che muoiono persone che non hanno alcuna colpa. E bisogna denunciarlo. Lo ha fatto dal palco di Cannes durante la premiazione chiedendo a Putin di mettere fine al massacro.
Da Mosca gli hanno fatto sapere che non aveva diritto di parlare del conflitto, Zvyagintsev ha risposto che era vero che non aveva voce in capitolo, ma che non l’avevano nemmeno “cento milioni di cittadini russi”, perché Putin “non ha mai ascoltato le loro voci”.