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  • Manuale di autodifesa elettorale Vol. 1 (butac.it)
il 20 Settembre 2026

Manuale di autodifesa elettorale Vol. 1 (butac.it)

di maicolengel butac

Cominciamo oggi una serie di brevi articoli per difenderci dalla mole di disinformazione in vista della prossima tornata elettorale

Cominciamo oggi una serie di brevi articoli che possano aiutarci a difenderci dalla mole di propaganda e disinformazione in cui ci stiamo immergendo sempre di più in vista della prossima tornata elettorale. Abbiamo pensato di fare cosa utile a tutti in quanto, oltre alla solita disinformazione che circola nel nostro Paese da decenni, ora più che mai siamo consci che ce ne sarà altra ancora, spinta da chi sta in tutti i modi cercando di distruggere l’UE partendo dai governi dei singoli Paesi membri.I contenuti pensati per convincerci di quanto il nostro Paese sia allo sbando, o che qualcuno ci stia invadendo, derubando o sostituendo etnicamente sono destinati ad aumentare sempre di più, sia sui media tradizionali, sia sui social network d’ogni genere e forma.

La malinformazione

Il problema principale di queste forme di disinformazione è che molti dei contenuti che vedrete girare non saranno del tutto falsi, anzi, proprio per difendersi dall’accusa di esserlo molti cercheranno di usare la più subdola forma di disinformazione di massa, la malinformazione. Su BUTAC abbiamo già trattato questa definizione in lungo e in largo, ma giusto per riassumere, si tratta di contenuti che partono da una base di notizia reale, decontestualizzata, con svariate omissioni – disinforma non in quanto falsa, ma perché non racconta tutto, solo quello che fa gioco a una determinata narrazione.

Non serve usare video falsi realizzati con l’IA, è molto più facile prendere ad esempio un filmato autentico, sufficientemente credibile, eliminare tutto ciò che permette di capirne origine e datazione, accompagnarlo con descrizione fuorviante et voilà, les jeux sont faits. La disinformazione è servita su un piatto d’argento.

Abbiamo già incontrato contenuti realizzati così, tanti.

Prima l’emozione, poi la narrazione

Prendiamo un esempio recentissimo, un video che viene diffuso come se arrivasse da Ceuta e rilanciato da molti profili italiani, ma che viene condiviso inizialmente da una pagina Instagram che non è gelocalizzata in Italia, TimelessTrails2026:

Il video in alto a sinistra non è stato girato a Ceuta, ma a Parigi, come ha già dimostrato David Puente su Open. La clip originale è stata caricata il 28 maggio 2026, quindi non è nemmeno attuale, e ovviamente essendo girato a Parigi non mostra migranti a Ceuta. Ma sono persone di colore, con facce minacciose, e quindi è sufficientemente credibile perché legioni di utenti social che vogliono crederci lo condividano a ripetizione. Qualcuno ha preso immagini reali ma ha cambiato loro identità, luogo e significato. Non è servito inventare il video, è bastato scrivere una didascalia che parlasse alle pance.

Di contenuti di questo genere purtroppo i nostri social si stanno riempiendo, oggi come dieci anni fa.

Contenuti perfetti per parlare alle pance

Questi contenuti funzionano perché hanno una serie di ingredienti che sono perfetti per solleticare la nostra indignazione. Il modus operandi è sempre lo stesso. Prima ci mostrano immagini che siano capaci di provocare una reazione immediata: paura, disgusto, rabbia e senso di minaccia in questi casi sono le più efficaci.

Non è importante che reazione generino tra quelle qui sopra, sono tutte emozioni che mandano in sospensione il nostro spirito critico e ci spingono a ragionare appunto di pancia, con più immediatezza, senza riflettere.

Solo dopo aver spento il nostro spirito critico con le immagini ci offrono una spiegazione, quella che scelgono loro, ovvero:

  • sono migranti;
  • stanno arrivando adesso;
  • sono a Ceuta;
  • nessuno li ferma;
  • i media non vogliono mostrarvelo.

Noi vediamo con i nostri occhi un gruppo di persone, ma non vediamo il luogo, la data, o lo status delle persone riprese. Tutte queste informazioni ci vengono fornite da chi pubblica il filmato. E noi, con lo spirito critico in pausa, ci fidiamo.

Le domande da farci

Eppure non sarebbe così difficile, ogni volta che vediamo un video di questo genere basterebbe fermarsi un secondo e cercare queste quattro informazioni:

  • Dove è stato girato?
  • Quando è stato girato?
  • Chi sono davvero le persone riprese?
  • Come facciamo a saperlo?

Se nel filmato stesso queste informazioni non sono direttamente reperibili o il profilo che lo condivide non è una fonte autorevole e verificabile, è molto probabile che non siamo di fronte a una notizia, ma che stiamo osservando un contenuto su cui qualcuno ha appiccicato la propria narrazione. Più quella narrazione coincide coi bias di una specifica fazione politica, più dovremmo essere prudenti nel commentare e/o condividerlo.

Formule a cui stare attenti

Esistono specifiche formule che ormai tutti conosciamo e che dovrebbero in automatico accendere i nostri campanelli d’allarme, formule sfruttate fino alla noia da chi cerca di condividere disinformazione, quelle frasette con cui cominciano o finiscono i loro post:

  • I media non ve lo faranno vedere
  • Sta succedendo proprio ora
  • Condividete prima che lo cancellino
  • Questa è l’Europa che vogliono imporci

Queste frasi non aggiungono nulla ai post, ma servono a creare urgenza in chi se le trova davanti, che è quindi portato a condividere più velocemente. Ecco, ogni volta che le trovate in un post fermatevi, riflettete, verificate.

Un video non è il suo sottotitolo

Nel mondo in cui viviamo i contenuti video hanno assunto un ruolo sempre più predominante; la gente legge sempre meno, e i video colpiscono l’immaginario molto di più di un lungo testo scritto.

Le immagini hanno una forza enorme perché ci danno l’impressione di essere testimoni diretti di quanto sta avvenendo. Ma un video può mostrarci soltanto ciò che compare nell’inquadratura. Se tutto il resto è dato dalla descrizione al video, senza che ci siano conferme verificabili, resta un video che non dovremmo condividere.

Se vediamo cento persone, possiamo dire che nel video ci sono cento persone. Non possiamo automaticamente sapere chi siano, da dove vengano, quando siano state riprese e perché si trovino lì. Né dovremmo fidarci a prescindere di informazioni che non sappiamo da dove provengano, esattamente come non ci fidiamo di quello che cerca di venderci un orologio di marca per strada raccontandoci l’avvincente storia di come ne è venuto in possesso.

Concludendo

Durante questa campagna elettorale vedremo circolare moltissimi video online, molti costruiti esattamente come vi abbiamo appena raccontato: immagini autentiche, provenienza dubbia, nuova didascalia già pronta all’uso e alla condivisione.

Non stiamo dicendo che dovete necessariamente diventare tutti fact-checker, sarebbe importante però imparare a riconoscere quando qualcuno sta tentando di manipolare il nostro cervello per rivolgersi direttamente alla nostra pancia.

Quando un contenuto ci fa infuriare in meno di dieci secondi, quello è precisamente il momento in cui dovremmo riflettere almeno dieci minuti prima di condividerlo.

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