La Lettonia non sarà il ventre molle dell’Ue per i fiancheggiatori di Vladimir Putin. Le urne di sabato lo hanno confermato: la lista unita del premier Andris Kulbergs, alleanza di tre partiti schierata con decisione al fianco di Kiev, ha raccolto il 35,4 per cento dei voti, ventuno punti percentuali più di quanto indicassero gli ultimi sondaggi.
Le Repubbliche baltiche, pur esposte a una pressione psicologica crescente da parte di Mosca, dimostrano di restare impermeabili alle armi della guerra ibrida, forse perché più di ogni altro paese europeo conoscono la mente dell’ingombrante vicino.
UN RISULTATO SENZA PRECEDENTI
Con 42 seggi su 100 nel parlamento di Riga, mai nessuna forza politica nella storia lettone era arrivata a tanto. Nel panorama frammentato del paese, dove non esiste una vera divisione tra destra e sinistra, il partito più votato spesso restava fuori dalla maggioranza, e gli equilibri si chiarivano solo dopo lunghe trattative.
Stavolta il quadro appare già definito. Due dei tre alleati dell’esecutivo uscente hanno superato la soglia di ingresso: Alleanza nazionale, di orientamento nazionalconservatore, con l’8,9 per cento, e Nuova unità, liberalconservatrice, con il 6,3. Insieme alla lista di Kulbergs arrivano a 59 seggi, una base solida per un nuovo governo.
LA PARTITA CON MOSCA
Il voto si è svolto in un clima di apprensione per un possibile attacco russo. La Germania ha inviato quattro caccia in Lettonia per vigilare sullo spazio aereo durante le elezioni, e anche se il servizio di sicurezza lettone non rilevava segnali di un’aggressione imminente, era assai probabile che il Cremlino avrebbe provato a sfruttare la tornata per dividere la società e indebolire il sostegno a Kiev.
Il tentativo non ha pagato. Tra i gruppi apertamente filorussi è entrata in parlamento soltanto la coalizione Potere sovrano-Giovani lettoni, all’11,7 per cento, che chiede di cancellare gli aiuti militari all’Ucraina e la leva obbligatoria, di rafforzare il russo come lingua e di promuovere il modello tradizionale di famiglia. Nelle sue liste figuravano diversi esponenti dell’Unione russa di Lettonia, il cui fondatore, Tatjana Zdanoka, è sotto processo per collaborazione con i servizi segreti russi, il Fsb, principale erede del famigerato Kgb. La formazione Per la stabilità si è fermata all’1,9 per cento, mentre Saskana, un tempo il primo partito della minoranza russa, non è arrivata all’1.
Discorso diverso per Lettonia prima, formazione populista di destra che con il 13 per cento è diventata la seconda forza del nuovo parlamento. I media occidentali la includono spesso tra le forze vicine a Mosca, ma sul piano ideologico il programma dice altro: più stretta cooperazione militare ed economica con gli Stati Uniti, difesa e peso nella Nato rafforzati, via libera all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. Solo per ragioni economiche i suoi esponenti vorrebbero mantenere i rapporti commerciali con la Russia.
ORA IL NODO DEL GOVERNO
L’affluenza si è fermata al 51,6 per cento, il minimo storico. Per molti lettoni contavano più scuola, sanità, lavoro e immigrazione che la minaccia geopolitica. Spetta ora al presidente Edgars Rinkevics affidare l’incarico, che andrà con ogni probabilità a Kulbergs, di norma con un termine di circa una settimana per presentare una squadra.
A differenza del passato, le possibilità di riuscirci sono concrete. In campagna elettorale la lista ha puntato sullo slogan “Kulbergs è la soluzione”. Il premier era subentrato a maggio dopo il crollo del precedente esecutivo, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza nazionale e la competitività dell’economia lettone. Superati cinque mesi di prova, dovrà ora dimostrare di saper mantenere le promesse.