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  • Leggere Calamandrei in una malinconica giornata di fine estate (lastampa.it)
il 13 Settembre 2026

Leggere Calamandrei in una malinconica giornata di fine estate (lastampa.it)

di Mario Fillioley

“Che ciascuno, dall’incultura originaria, possa snodare il suo stelo fino al sole”, torna con i commenti di De Mauro e Lorenzoni il testo-chiave “Per la scuola”

C’è sempre un giorno, sul finire dell’estate, durante il quale un insegnante incontra al mare un altro insegnante. È un giorno diverso dagli altri giorni più marcatamente estivi: magari questi due insegnanti si sono incontrati al mare diverse volte durante il mese di luglio o durante la prima metà di agosto, però si sono ignorati, certe volte si sono salutati con un cenno, certe altre nemmeno il saluto. Durante i giorni di luglio o della prima metà di agosto, per un insegnante, la presenza al mare di un altro insegnante è un memento mori o, in alternativa, la prova che il Ministero lo fa pedinare: chi è costui, cosa ci fa qua, che vuole, chi lo ha inviato presso di me, come fanno a sapere dove mi nascondo?

L’insegnante che in piena estate incontra al mare un altro insegnante stende il proprio asciugamano molto lontano, il più lontano possibile, poi stropiccia gli occhi come per scacciare via un funesto presagio. Ricorda vagamente che, settimane e settimane addietro, forse l’altro insegnante è stato un suo compagno di prigionia, ma adesso, che la vita e la libertà gli sorridono, vuole dimenticare tutto ciò che gli ricorda il proprio passato di schiavo.

Sul finire dell’estate, invece, un insegnante si accorge di avere incontrato al mare un altro insegnante perché riconosce in questi la sua stessa malinconia. L’insegnante al mare segue il tramontare del sole fino all’ultimo raggio, e si accorge che qualcun altro, come lui, sta scrutando l’orizzonte in cerca dell’estremo bagliore, e sebbene entrambi tacciano, sanno bene di essersi reciprocamente identificati: sono colleghi, lo sanno per come si sono evitati durante i giorni precedenti, i giorni grassi e festosi delle cicale, e per come si sentono affratellati adesso, con l’autunno delle formiche ormai alle porte.

Man mano che il primo di settembre si avvicina, gli insegnanti che per tutta l’estate incontrandosi al mare hanno fatto finta di non conoscersi, siedono l’uno accanto all’altro. Parlano. All’inizio poco. Uno dice: quando ce l’hai il collegio docenti? L’altro dice: il tre. Poi più niente per ore, solo le mani di entrambi a visiera davanti agli occhi, a cercare gli ultimi raggi del sole al tramonto, solo la speranza che questo giorno duri ancora un minuto, un minuto e mezzo, che ti costa finire un po’ più tardi?

Gli insegnanti che si incontrano al mare sul finire dell’estate hanno anche una frenesia addosso. Qualcosa li fa smaniare: se quest’estate deve proprio finire, be’ allora che finisca subito, cos’è quest’agonia? Muori, porco sole, muori oggi, muori subito, muori per sempre, venga la notte, siano le tenebre, sia il freddo.

È a questo punto che gli insegnanti al mare prendono a parlarsi davvero, le frasi si allungano, si fanno dichiarazioni d’intenti come: IO QUEST’ANNO VOGLIO FARE UN LABORATORIO DI LETTURA, ANZI NO, VOGLIO FARE UN PON SULLA LETTURA E LA SCRITTURA! L’altro insegnante sente questa frase e piange, e allora piange anche l’insegnante che l’ha detta. Perché sul finire dell’estate gli insegnanti avvertono con le loro vibrisse l’approssimarsi dell’ineluttabile, e se pure insensatamente sperano che il sole tramonti mezzo secondo più tardi, sanno di non poter opporre nessuna resistenza contro l’avvicendarsi delle stagioni, lo scorrere del tempo, la morte buttana.

È per questo che gli insegnanti, sul finire dell’estate, sono colti da questa schizofrenia in cui la smania di ricominciare si alterna al cupio dissolvi: qualcosa, tra la fine di agosto e gli inizi di settembre, mette loro entusiasmo, fa loro ritenere certa l’avvicinarsi di una svolta decisiva. A settembre, si dicono questi due insegnanti al mare, perdendosi nell’ultimo baluginare del sole, grandi cose succederanno.

Non sarà un anno come gli altri, no, il prossimo anno sarà un anno pazzesco, LUNARI, LUNARI NUOVI SIGNORI, perché quest’anno, MESSERE, noi organizzeremo un PON, anzi no, UN LABORATORIO DI LETTURA e sarà un successo come non se ne sono mai visti, e l’abbandono scolastico sarà sconfitto, l’analfabetismo funzionale diverrà un ricordo, cani e gatti dormiranno insieme, il lupo e l’agnello berranno alla stessa fonte, lo scorpione non pungerà più la rana sul dorso, la fame nel mondo sarà debellata, la vita vincerà sulla morte.

È un meccanismo probabilmente dovuto alla genetica, un espediente che la natura ha predisposto per fare in modo che, a ogni inizio di settembre, ci siano insegnanti ben disposti a ricominciare l’anno scolastico.

Lo stesso meccanismo che, quando principia l’estate, fa credere a ogni insegnante che stavolta non si tratta della fine di un anno scolastico, ma della fine della scuola PER SEMPRE, e che dunque salutare un collega incontrato al mare non ha più nessun senso, che anzi rimuovere ogni ricordo, ogni conoscenza, è perfettamente logico, perché quest’anno agosto durerà dodici mesi e settembre non arriverà mai più. Invece poi la fine di agosto arriva, e sono giorni in cui, mentre il sole si spegne, questi due insegnanti, si scambiano un libro, e questo libro è un libro che parla di scuola.

Non è mai un romanzo, non è mai una raccolta di poesia, non è mai un saggio di etologia o un articolo di genetica, perché questi sono libri che gli insegnanti possono leggere durante l’autunno, l’inverno e la primavera, mentre i libri che parlano di scuola sono leggibili solo quando a scuola non ci vanno. Allora il primo di questi due insegnanti tende questo libro che parla di scuola all’altro, e lo fa con un gesto muto, umile, contegnoso, come si trattasse di un dono per ingraziarsi il suo perdono: non ti ho salutato per tutta l’estate, ho fatto finta che tu non esistessi perché temevo l’arrivo di questi ultimi giorni di agosto, ma adesso che sono arrivati ti prego di accettare questo libro come segno del mio pentimento.

L’altro insegnante accetta e subito apre il libro e subito comincia a leggerlo, perché rimangono pochissimi giorni per leggere un libro che parla di scuola, non appena la scuola sarà ricominciata qualsiasi libro, articolo, discorso che parli di scuola strazierà i sensi e l’intelletto dell’insegnante, per poter leggere di scuola c’è bisogno di non andare a scuola, è per questo che la scuola è l’unica istituzione che, in un mondo in cui tutto è aperto giorno e notte e tutto si può fare a qualsiasi ora e in qualsiasi momento, continua a ubbidire a ritmi circadiani, ad avere perfino un calendario. Un periodo di rimozione è necessario.

Quando un insegnante torna a scuola, diventa egli stesso scuola, e una scuola non può leggere libri sulla scuola. Fuori dalla scuola, sì, un insegnante può leggere un libro alto, altissimo, che parli di scuola, un libro scritto da Calamandrei e commentato da Tullio De Mauro e dal maestro Lorenzoni, tre figure apostoliche, un libro che mette la scuola in prospettiva, la riconduce ai suoi scopi autentici, la pone in relazione al dettato costituzionale, al progresso civile e sociale, all’arricchimento spirituale. L’insegnante ha letto questo libro che è un tappeto volante, sopra al quale ha sorvolato la sua scuola, quella in cui lavorava prima, tanto tempo fa, prima che arrivasse l’estate, ed è stato come vederla per la prima volta, è stato come vedere per la prima volta dove si trova, in mezzo a quale contesto sorge, di quale organismo fa parte, a che serve, qual è lo scopo, in cosa consiste il suo lavoro.

Il primo insegnante ha letto questo libro al momento giusto e ha visto, e adesso vuole che veda anche il secondo insegnante. Il secondo insegnante, quello che ha appena ricevuto il libro è già arrivato a pagina 96 e sta leggendo: «A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali».

Il primo insegnante annuisce, è un passaggio molto intenso, Calamandrei ci è arrivato tramite una metafora, ha paragonato la società alla vallisneria, una piantina che cresce sul fondo degli stagni in inverno e poi in estate porta in superficie i suoi piccoli steli, coi fiori che sbocciano sulla superficie e la riempiono di bellezza e colori. La scuola serve a questo, dice il primo insegnante al secondo, facendo tacere di botto le cicale, zittendo il frinire dei grilli, lasciando a bocca aperta i pesci, la scuola serve a fare sì che «da tutta la bassura della sorte umana originaria, dall’incultura originaria ciascuno possa snodare il suo piccolo stelo per arrivare a prendere la sua parte di sole».

Il secondo insegnante non presta nessuna attenzione, continua a leggere avidamente, vuole finire prima del tramonto, e mentre legge scuote la testa e ogni tanto dice a voce alta a se stesso: ho capito, ho capito, ma non ci siamo. Sta leggendo il libro troppo tardi, pensa il primo insegnante, legge, legge, legge ma rimane scettico. Il primo insegnante si rivolge al secondo e gli dice: stai leggendo con la postura sbagliata, stai leggendo ma rimani scettico. Ho capito, ho capito, ma non ci siamo, gli risponde il secondo insegnante.

Il tempo stringe, la carrozza sta per trasformarsi in zucca, il mare sparirà e tutto intorno ai due lettori di questo libro tornerà a esserci la scuola, queste due persone, questi due esseri umani, con un corpo, una mente, un nome, un cognome, delle idee, degli ideali, dei valori si trasformeranno di nuovo in insegnanti, cioè creature prive di sguardo, il cui orizzonte sarà ristretto ai confini dell’aula.

Lo scopo dell’insegnamento verrà perso di vista, davanti a loro ci sarà un enorme mosaico, di cui vedranno solo minuscole tessere, che cercheranno di incastrare in piccolissimi dettagli, gli unici che avranno bene a fuoco: come lo trovi il complemento predicativo del soggetto in questa frase? Quali sono i casi in cui il verbo essere fa da predicato verbale e non da copula? Sai applicare la formula per il quadrato di un binomio? Mi trovi la nota Fa# su questo pentagramma? Hai fatto l’esercizio? Hai portato la giustificazione? Puoi smetterla di flippare la bottiglia?

I libri come questo servono a uscire dalla scuola e vedere la scuola, dice il primo insegnante al secondo. Ho capito, ho capito, ma non ci siamo, risponde il secondo. I libri come questo servono anche a capire che la scuola, da quando esiste, si porta dietro una serie di domande irrisolte, sempre le stesse, che restano uguali, anche se si aggiornano di continuo, esattamente come succede con le classi: «La scuola riesce a far emergere i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente? L’istruzione renderà il popolo capace di scegliersi i suoi più degni rappresentanti? È la miseria dei mezzi materiali che produce l’ignoranza (che è la miseria dell’anima)? Un professore che sulla cattedra faccia il proprio dovere di insegnante e di studioso, può, fuori della cattedra, occuparsi di politica, anche in contrasto col partito che è al Governo, senza il pericolo di perdere la cattedra?».

Le domande di Calamandrei sono diventate quelle di De Mauro e poi quelle di Lorenzoni. Le risposte le dobbiamo cercare ogni anno, in estate, prima che la scuola ricominci e le signore senesi tornino a sospirare sull’ignoranza del popolo.

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