L’applauso e la civiltà politica (corriere.it)
di Antonio Polito
Riformisti in Aula
L’applauso di un manipolo di riformisti, non solo del Pd, a Giorgia Meloni sull’Ucraina è un piccolo ma raro gesto di civiltà politica e di coerenza morale. E come tale va apprezzato.
Civiltà politica, innanzitutto. Perché i parlamenti esistono proprio per parlarsi, anche tra schieramenti diversi. Non sono stati inventati per fare da palcoscenico a video clip di propaganda, in una gara a chi è più indignato; ma per esprimere i disaccordi e trovare accordi quando si può, nel superiore interesse nazionale. L’opposizione sfida da mesi la premier a prendere le distanze da Trump e a non isolarsi dall’Europa. Non si vede allora perché non dovrebbe applaudirla quando la premier lo fapubblicamente, in una sede istituzionale, e con due frasi molto nette.
La prima: «L’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina», e quindi la mossa di Trump sul gasolio russo avrà scarsi risultati e presenta forti rischi. La seconda: «Il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile», e quindi se Kiev dovesse smettere di difendersi non avremo la pace ma l’occupazione militare di un pezzo d’Europa. Due affermazioni che, fra l’altro, allontanano molto Giorgia Meloni dalle posizioni della destra più estrema, leghista e futurista, e non sembrano davvero fatte per cercare un appeasement elettorale con Vannacci, il quale già sognava un’Italia quarta sponda nel commercio del diesel con Mosca.
La mossa politica della premier non dovrebbe perciò essere sgradita all’opposizione, che tanto spera nella divisione del fronte avversario.
In ogni caso, il Pd soprattutto dovrebbe sapere che quando si tratta di politica estera è sempre meglio valorizzare gli accordi che enfatizzare i disaccordi, perché così si rafforza il ruolo e il prestigio internazionale dell’Italia: è un patrimonio di credibilità che tornerà utile in Europa anche a un eventuale futuro governo di centrosinistra, se un giorno dovesse vedersela con Marine Le Pen all’Eliseo e un primo ministro di destra a Madrid.
Se invece ci si divide anche su ciò su cui si è d’accordo, in ossequio ai calcoli da agrimensori del bipolarismo all’italiana fatto di campi larghi e larghissimi, si finisce solo col favorire la faziosità delle estreme e la demagogia degli alleati. E pagarne il conto dopo, come successe a Romano Prodi, vittorioso nel 2006 e dimesso nel 2008.
Poi c’è la coerenza morale. La sinistra, con la sua storia anti-imperialista e anti-militarista, non può essere insieme pro Pal e pro Putin. Il doppio standard che spinge tanti a condannare Israele, fino alla richiesta di metterla al bando, per l’invasione e il massacro di Gaza, ma contesta il diritto degli ucraini di difendersi dall’aggressione militare russa e dal conseguente massacro di civili (più di 15mila vittime dall’inizio di quest’anno) non è comprensibile.
Il principale motivo addotto per spiegare una tale contraddizione consisterebbe nel fatto che i palestinesi sono indifesi di fronte alla sproporzione della macchina bellica israeliana, mentre gli ucraini no. E allora si pretende per questo di disarmare anche loro, consegnandoli così nelle mani del Golia moscovita? Forse per ristabilire un equilibrio del terrore in cui valga sempre la legge del più forte? Sanzionare le università israeliane ma togliere le sanzioni al petrolio russo sarebbe un contributo alla pace nel mondo?
Chi non vuole applaudire l’inedita accoppiata autoritaria Trump-Putin ha avuto dunque ragione ad applaudire quelle due frasi di Giorgia Meloni.