Mentre la Svezia si prepara al voto di domenica, diviso su quasi tutto – dal welfare alla criminalità, dall’immigrazione al fisco – un tema resta l’eccezione in una campagna elettorale altrimenti polarizzata: la minaccia russa. Su questo, da Socialdemocratici a Democratici Svedesi, il consenso trasversale non vacilla.
Ed è proprio in questo periodo che lo Stockholm Centre for Eastern European Studies (Sceeus), think tank svedese di riferimento per le questioni dell’Europa orientale, pubblica un rapporto che smonta, con il rigore analitico del suo autore Fredrik Löjdquist, l’idea, sempre più diffusa in alcuni corridoi della politica occidentale, che un accordo negoziato con Mosca sia oggi perseguibile.
OBIETTIVI DEL CREMLINO INVARIATI
Il punto di partenza dell’analisi è netto: gli obiettivi della Russia non sono mutati dal 2014. Mosca persegue il controllo politico sull’Ucraina attraverso quella che definisce “denazificazione” e “smilitarizzazione” del paese, termini che nella pratica si traducono nell’insediamento di un governo filo-russo e nella privazione della capacità difensiva ucraina.
Per Löjdquist, ricercatore e analista politico senior dell’istituto, non esiste alcuno scambio “territorio in cambio di pace” realisticamente praticabile, poiché le ambizioni del Cremlino trascendono qualsiasi concessione territoriale. Nulla è cambiato nella testa di Putin ed è per questo che ogni speranza di avviare colloqui costruttivi si è finora infranta di fronte al catalogo immutato delle richieste russe. Anche a dispetto delle evoluzioni militari sul campo, negli ultimi mesi non proprio favorevoli a Mosca.
SVOLTA AMERICANA E NEGOZIATI FALLITI
Il rapporto è stato scritto prima che Steve Witkoff e Jared Kushner partissero per la nuova missione a Kiev e Mosca, ma il bilancio dell’azione diplomatica Usa dell’ultimo anno non lascia troppe speranze. La svolta rappresentata dall’amministrazione Trump ha costituito, secondo l’analista, piuttosto un fattore di destabilizzazione profonda. Con il cambio di guida presidenziale, Washington si è progressivamente riposizionata come mediatore tra aggressore e vittima, esercitando pressioni sull’Ucraina più che sulla Russia.
I ripetuti tentativi negoziali, dalla primavera del 2025 fino ai piani in 28, 19 e 20 punti elaborati a partire dal novembre scorso, avrebbero tutti seguito lo stesso schema: un’iniziativa americana sedotta dalle mosse russe, l’Ucraina costretta a reagire in modo costruttivo, e infine la presa d’atto che Mosca non accetta altro che la resa totale di Kiev.
Löjdquist identifica quattro assunti che sembrerebbero guidare la Casa Bianca. Primo, che si tratti di una crisi ucraina e non russa. Secondo, che esista un compromesso territoriale raggiungibile. Terzo, che la Russia possa essere attratta verso un accordo con incentivi economici. Quarto, che una normalizzazione con Putin sia in qualche modo vantaggiosa per gli interessi americani. L’analista li considera tutti assunti infondati.
LIMITI EUROPEI E TENTAZIONI DI APPEASEMENT
Sul versante europeo, il rapporto registra “un’incompiutezza strutturale” nella cosiddetta “Zeitenwende”, la svolta epocale che avrebbe dovuto ridefinire l’approccio del continente alla sicurezza dopo il febbraio 2022. L’Europa “dispone di risorse e margini d’azione”, ma non ha in fondo tradotto questa consapevolezza “in una strategia coerente e in un sostegno all’Ucraina commisurato alla posta in gioco”. Gli aiuti militari, per quanto generosi specie quando si è dovuto compensare il progressivo disimpegno americano, sono in realtà sempre stati “concessi con il freno tirato”.
Allo stesso tempo, non sono mancate tentazioni di reintegrare progressivamente Putin nel consesso diplomatico internazionale. Nonostante le evidenze contrarie, il presidente russo viene percepito “come parte della soluzione anziché come causa del problema”: una tentazione aumentata con la crisi energetica prodotta dalla guerra nel Golfo.
GUERRA COGNITIVA
Ma la minaccia russa, avverte Löjdquist, non è esclusivamente militare. La guerra cognitiva e ibrida rappresenta uno strumento altrettanto insidioso: la narrativa dell’invincibilità russa si è fatta per lungo tempo strada tra i decisori politici occidentali, “condizionando le scelte nonostante le evidenze del logoramento economico e militare” di Mosca. Qualsiasi accordo che lasci l’Ucraina in una zona grigia tra Nato e Russia “non farebbe che riprodurre le condizioni che hanno reso possibile l’invasione”.
L’analisi si chiude con un’osservazione di carattere strategico: l’Ucraina “non va considerata un peso per la sicurezza europea, bensì un suo pilastro”. Le sue forze armate sono le “più numerose e collaudate” del continente, la sua industria della difesa “ha mostrato una capacità di adattamento senza paragoni”. Integrarla nel sistema di sicurezza europeo è, per Löjdquist, non soltanto auspicabile ma necessario: “Il destino dell’Ucraina è il nostro”.