Il 13 ottobre Ulviyya Guliyeva (Ali) ha compiuto il suo trentatreesimo compleanno, il secondo consecutivo in carcere. 525 giorni trascorsi in attesa di processo nel Centro di detenzione preventiva di Baku, sotto la falsa (o, per meglio dire: grottesca) accusa di contrabbando di valuta.
Il tutto per la sola colpa di aver creduto nella libertà del suo paese, l’Azerbaijan, sesto paese al mondo per numero di giornalisti dietro le sbarre secondo i dati del Committee to Protect Journalists – stima che si aggrava ulteriormente se la rapportiamo alla popolazione residente, di soli dieci milioni. 525 giorni per essersi occupata per anni di diritti umani, seguendo udienze e raccontando gli abusi di un regime, quello della famiglia Aliyev, dove il potere, in continuità con l’epoca sovietica, è passato di padre in figlio, e la vicepresidente è moglie del presidente in carica. 525 giorni per essersi battuta per la pace fra il suo Paese e l’Armenia, come testimonia il bel documentario che ha realizzato, Our Lives After the War: Azerbaijan After the Second Karabakh War.

Abbiamo scelto dunque questa data importante per la pubblicazione dell’ebook La mia voce non si arresta, una scelta delle lettere e interviste prodotte dal carcere da Ulviyya, insignita del Free Press Awards nel 2025 dall’organizzazione Free Press Unlimited.
Una testimonianza straordinaria del coraggio di una giovane che neppure la violenza, non solo psicologica, inflitta dai suoi aguzzini è riuscita a piegare: non solo continua a scrivere, raccontando senza sconti la realtà carceraria, ma anche a realizzare – quando le è possibile, e dovendo far fronte alle conseguenze, sempre terribili, che ne derivano – alcune interviste, come le due che abbiamo raccolto e tradotto nel volume: quella a Bahruz Samadov, dottorando all’Università Carolina di Praga, e quella ad Afiyaddin Mammadov, giovane sindacalista e attivista per i diritti dei lavoratori in Azerbaijan. L’ebook è arricchito da una prefazione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, e dalla copertina e dai ritratti di Ulviyya realizzati da Gianluca Costantini.
Insieme con questo lavoro, inauguriamo un nuovo progetto, di cui il volume di Ulviyya è il primo frutto: la collana di ebook politzèk – voci dalla zona, edita dall’Università di Torino. Un progetto di Memorial Italia, associazione inclusa a giugno nel registro delle organizzazioni estremiste del Ministero della Giustizia della Federazione Russa, a cura dei soci Alessandro Ajres, Giulia De Florio (che ne è presidente), Simone Guagnelli, Massimo Maurizio e Simone Zoppellaro.
Una collana dove, alla raccolta e traduzione delle testimonianze dirette dei prigionieri politici dello spazio cosiddetto post-sovietico corrisponda un prendersi cura dei loro autori e autrici, cercando di promuovere iniziative che possano alleviare le loro sofferenze e, se possibile, contribuire al loro rilascio. L’ebook è reso scaricabile gratuitamente (a questo link) per chiunque voglia leggerlo, mentre viene attivata parallelamente – aperta alle lettrici e ai lettori, e non solo – una raccolta fondi (la trovate qui) che sarà devoluta interamente a Ulviyya.
In giorni in cui il tradimento verso Kyïv dell’amministrazione statunitense tocca nuovi vertici parossistici, è giusto ricordare come Ulviyya abbia lavorato dal 2019 al 2025 per Voice of America. Alla chiusura dell’emittente, ordinata da Donald Trump, come fin troppo prevedibile, è seguito l’arresto in Azerbaijan. Destino tragico e quantomai sintomatico del cinismo sprezzante con cui Washington ha deciso di scaricare, ai quattro angoli del globo, tantissimi attivisti e giornalisti finiti nelle mani di aguzzini che ora approfittano dono inaspettato.
Paese legato a doppio filo all’Italia, essendo fra i nostri massimi fornitori di idrocarburi, l’Azerbaijan ha una fortissima dipendenza economica da Roma, in primis per le esportazioni. Per limitarci a pochi numeri: il 57,7% dell’export petrolifero è destinato all’Italia, secondo gli ultimi dati disponibili, mentre assorbe circa il 34-38% dell’export totale di gas dell’Azerbaijan – tramite il TAP, la pipeline che approda a San Foca –, confermandosi il principale mercato di destinazione per le forniture azere.

Non solo: fra i tanti affari, più o meno trasparenti, ci sono le commesse di Leonardo a un paese, l’Azerbaijan, tuttora in uno stato di guerra di fatto nonostante gli sviluppi diplomatici, che si sospettano più ampie di quanto dichiarato. Così, in un’interrogazione parlamentare depositata nel settembre 2023, come scriveva Roberto Travan su La Stampa, i deputati del PD Piero Fassino, Stefano Graziano, Andrea De Maria e Giuseppe Provenzano hanno chiesto in un’interrogazione al ministro Crosetto se la vendita rappresenti una violazione della legge 185 del 1990, che regolamenta l’export di armi e impedisce lo scambio commerciale con paesi in guerra, sotto sanzione o che violano i diritti umani.
Ebbene, come scrive il giornalista Javid Agha – che continua a battersi ogni giorno per Ulviyya, sua collega e amica, e senza il cui supporto questo progetto non sarebbe mai esistito – nella postfazione all’ebook, “ci si potrebbe chiedere se scambiare l’oro nero in cambio del silenzio sui diritti umani fosse poi così diverso dal comportamento degli schiavisti europei che acquistavano esseri umani dai capi locali per poi dichiarare l’intero continente incivile”.
E ci si potrebbe chiedere inoltre, aggiungiamo noi, se dopo anni di grandi affari e tentato appeasement con la Federazione Russa, il cui esito è di fronte a noi, possa avere senso, moralmente ma anche in termini strategici, replicare la medesima condotta con uno stato, l’Azerbaijan che, oltre a condividere il peggio dell’eredità sovietica, in fatto di repressione e violenza non ha nulla da invidiare a Mosca.
Eppure, basta leggere qualche riga del libro per capire come Ulviyya, non per un solo giorno, abbia voluto accettare – e ne avrebbe tutte le ragioni, come abbiamo spiegato – il ruolo di vittima nei confronti di un potere (affaristico e patriarcale, poliziesco e culturale insieme) decisamente più grande di lei. Ulviyya è una figura unica che merita protezione, cura, supporto; il suo processo e la sua detenzione sono un insulto alla libertà e alla ragione.