La taqiyya, Susanna Ceccardi e i salotti televisivi (butac.it)
Una narrazione islamofoba cresciuta dopo l’11 settembre e tuttoggi rigirata senza contraddittorio agli spettatori della TV generalista

Per essere corretti, dobbiamo specificare che il punto non è se un ospite non possa mentire: chiunque in TV può farlo, indipendentemente dalla sua religione. Il punto è attribuire la bugia a un precetto religioso che varrebbe per tutti i fedeli.
Che cosa è la taqiyya?
Il termine ha appunto origine araba, e indica la possibilità di nascondere la propria fede quando si è in una situazione di pericolo. La base coranica di solito citata è il versetto 16:106:
Quanto a chi rinnega Allah dopo aver creduto – eccetto colui che ne sia costretto, mantenendo serenamente la fede in cuore – e a chi si lascia entrare in petto la miscredenza; su di loro è la collera di Allah e avranno un castigo terribile. (Traduzione di Hamza Roberto Piccardo)
Secondo la tradizione sunnita e sciita, il versetto si riferisce ad Ammar ibn Yasir, costretto sotto tortura a rinnegare l’Islam. Al-Tabari, uno dei commentatori classici più autorevoli, la limita al pericolo di morte. Ibn Battal aggiunge che chi sceglie il martirio ha una ricompensa maggiore. Insomma, è un’eccezione concessa sotto costrizione, non un incoraggiamento.
Nel mondo sciita la taqiyya è stata permessa in più situazioni. La ragione però è storica e non ha nulla a che fare con complotti, capiamoci: gli sciiti sono stati per secoli una minoranza perseguitata, anche da altri musulmani. Moojan Momen la descrive come permessa in situazioni in cui sono a rischio la vita o i propri beni (An Introduction to Shi’i Islam, 1985, p. 183). Nel sunnismo, di cui fan parte la maggioranza dei musulmani in Italia, la taqiyya è al massimo tollerata, e non in qualsiasi circostanza.
Ma quindi possono mentire sempre?
Come abbiamo visto i casi in cui la taqiyya è permessa sono specifici: pericolo di morte, pericolo di perdita dei propri beni, non generiche interviste televisive. Purtroppo però dopo l’11 settembre 2001, grazie a una certa narrazione, la taqiyya è diventata una parola magica anti-islamica.
Uno dei suoi principali divulgatori è Raymond Ibrahim, che dalle pagine del Middle East Forum (think tank fondato da Daniel Pipes, teorico dell’esportazione della democrazia statunitense – non proprio un centro studi neutrale) sostiene che l’Islam autorizzi a ingannare gli infedeli e preveda una guerra perpetua contro di loro.
Il problema è che gli studi accademici dicono il contrario. S. Jonathon O’Donnell, su Patterns of Prejudice, scrive che l’idea di un dovere di ingannare i non musulmani “si basa su una lettura sbagliata” ma ovviamente è un tema ricorrente nella letteratura islamofoba. Seyfeddin Kara, nel volume Media Language on Islam and Muslims (Palgrave Macmillan, 2023), spiega che la taqiyya nasce come protezione per i musulmani perseguitati e che media e politici l’hanno trasformata nel presunto strumento di un piano di conquista. Non che la cosa ci sorprenda.
Concludendo
Ceccardi non fa altro che prendere la narrazione islamofoba che abbiamo visto crescere dopo l’11 settembre e la rigira agli spettatori della TV generalista, TV che di suo ha un pubblico consolidato tra gli elettori di centro destra, a cui una nozione come quella della taqiyya non fa altro che confermare i loro pregiudizi.
Razzismo e la radicalizzazione passano anche attraverso questo genere di malinformazione.