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il 20 Settembre 2026

La sicurezza nazionale non è proprietà del governo (linkiesta.it)

di Gabriele Carrer

(Foto – AP/LaPresse)

Bravo Macron

In un contesto internazionale sempre più instabile, il presidente francese cerca il consenso delle forze politiche e condivide le informazioni. Lezioni per l’Italia

Di fronte al deterioramento della situazione internazionale, il presidente francese Emmanuel Macron ha deciso di convocare oggi all’Eliseo i leader dei partiti, dalla sinistra radicale al Rassemblement National, o i loro candidati alla presidenza. E non per un giro di consultazioni di cortesia: con loro ci saranno il premier, i vertici militari e dell’intelligence, che condivideranno informazioni sulla situazione in Ucraina, sull’acuirsi delle minacce ibride russe in Europa, e in Medio Oriente e sulle sue conseguenze per la sicurezza e l’energia del Paese.

Non è difficile immaginare che sul tavolo possa finire anche la sicurezza delle prossime elezioni francesi. Le ingerenze straniere sono ormai una preoccupazione concreta: Viginum, l’agenzia che si occupa del contrasto a queste minacce, ha documentato quattro operazioni di ingerenza digitale durante le municipali del marzo scorso e ha avvertito che il rischio potrebbe aumentare in vista delle presidenziali del 2027. Negli ultimi mesi sono emerse operazioni attribuite a reti russe e, su un altro fronte, attività riconducibili a un ecosistema legato ai media statali cinesi.

Il principio è semplice: quando una questione riguarda la sicurezza nazionale, si prova a costruire una posizione nazionale. Anche perché domani, soprattutto alla vigilia di un’elezione presidenziale, quelli seduti dall’altra parte del tavolo potrebbero essere chiamati a prendere le stesse decisioni.

E il momento non potrebbe essere più significativo. L’Europa sta vedendo moltiplicarsi episodi che, presi singolarmente, possono sembrare incidenti scollegati. Ma è proprio la natura frammentaria di queste operazioni a renderle difficili da leggere: droni, sabotaggi, interferenze, cyberattacchi e manipolazione dell’informazione sono pezzi diversi di uno stesso problema di sicurezza.

Sembra buon senso. Ma non è esattamente quello che abbiamo visto in Italia.

Basta ricordare l’articolo 31 del decreto sicurezza finito al centro della contesa politica l’anno scorso. Una norma destinata a intervenire sui rapporti tra intelligence, pubbliche amministrazioni, servizi di pubblica utilità, università ed enti di ricerca. Una materia delicatissima, che avrebbe meritato anzitutto una spiegazione politica. Quale problema concreto si voleva risolvere? Perché gli strumenti della legge 124 del 2007, quella che ha riformato l’intelligence, non erano più sufficienti? Quale equilibrio si voleva trovare tra sicurezza nazionale, autonomia delle amministrazioni e libertà della ricerca?

Invece il governo ha fatto sostanzialmente il contrario: ha infilato la norma in un decreto, senza costruire prima una discussione pubblica e istituzionale all’altezza di una materia così delicata. E senza cercare un confronto serio con l’opposizione.

Poi ci si stupisce se una questione di sicurezza nazionale finisce trasformata in una guerra politica sulla sicurezza nazionale.

È un errore di metodo prima ancora che di merito. Perché in democrazia l’intelligence non può essere soltanto una faccenda del governo. Le informazioni possono restare riservate, le operazioni devono restare coperte, ma le grandi scelte che riguardano l’architettura della sicurezza hanno bisogno di una base politica e istituzionale larga.

È questo, in fondo, che significa costruire una cultura della sicurezza. Non chiedere ai cittadini di fidarsi perché lo dice il governo. Spiegare perché una minaccia esiste, quali strumenti servono per affrontarla e perché quegli strumenti rispettano le regole dello Stato di diritto.

Le democrazie hanno un vantaggio enorme rispetto agli autocrati: possono discutere, correggersi, coinvolgere. Ma quel vantaggio funziona soltanto se il confronto viene costruito prima che esploda la polemica.

Macron, oggi, sembra averlo capito. In Italia spesso abbiamo visto l’esatto contrario. La sicurezza nazionale è troppo importante per essere trattata come proprietà della maggioranza di governo.

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